CULTURA: La Spoon River ottomana di Sarajevo

Poche persone hanno saputo raccontare Sarajevo come Mula Mustafa Bašeskija. Cronista, diarista, poeta, calligrafo, imam ed ex giannizzero ottomano, “Ševki” ha trascritto la storia e gli eventi avvenuti a Sarajevo e nella provincia bosniaca lungo tutto il corso della sua vita adulta, dal 1746 al 1804, in quella antologia che è rimasta nota come Ljetopis o Sarajevu (“Cronaca di Sarajevo“).

Nato verso il 1731 in una povera famiglia di religiosi (i nonni erano entrambi imam), Mustafa perde il padre da piccolo e cresce con la madre, risposatasi, frequentando il mektab e la medresa, da cui il titolo di mulla. Verso i trent’anni apre un piccolo ufficio nel bazar grande di Sarajevo, la Baščaršija, sotto la torre dell’orologio (sahat kula). Lì, oltre al mestiere dello scrivano e agli atti pubblici, insegna la calligrafia araba e il diritto islamico, la sharia. 

Come ricorda lo storico Edin Hajdarpašic, “seduto nel suo negozio, Bašeskija incontra centinaia di persone che cercano i suoi servizi come scrivano. Inizia allora, nel 1763, a scrivere una affascinante cronaca, in cui compila per ogni anno i morti e le loro vite, la peste, i sogni, le storie di questa città ottomana.”

In cima al primo foglio, Bašeski scrive: “Prendo nota di alcuni eventi nella città di Sarajevo e nella provincia (eyâletdella Bosnia, e prenderò nota del tempo in cui sono avvenuti poiché, come dice il detto, kullu mâ kutibe karre ve mâ  hufiza ferre, ossia, ciò che è scritto rimane, e ciò che è a memoria scompare.”

Il suo stile, epigrafico, fa dei ritratti di Bašeskij una Spoon River ottomana, segnata dalla peste del 1762-1763 e da quella del 1780-1781. Ecco alcune della sue voci:

Un fornaio, detto “pane unto” (masna pita)

Il grasso Hertzo, che pare un contadino. Dai villaggi portava le vacche agli ebrei sarajevesi come una sorta di commerciante di vacche. Era povero, lavorava sempre; morì in prigione.

La moglie di Ciurcic, una donna anziana, una signora, nel cui nome veniva detta la preghiera dal minareto della moschea di Husref Bey

Mulla Ahmed Skender, detto “pantofole smerdate” (posrana mestva). Per via di qualche malattia nelle gambe camminò a lungo con due bastoni. Un tizio grasso e malato.

Mehmed Aksham, venditore di caffé, già un ubriacone, un pover’uomo, ma aveva un piacevole carattere umile.

Mulla Ismail, barbiere-chirurgo, che aveva così tanti clienti, ma la gente così fortunata muore giovane, come mostra l’esperienza. Non va bene salire alla ribalta nel mondo troppo velocemente.

Memish, che diceva sempre “anche questo passerà, signore mio, allegria!”

L’ebreo Karakash, serviva il caffé nel decimo distretto. Siccome era un ubriacone, non tornava a casa la sera, ma dormiva per strada.

Salih-basha Zolo; all’alba era già al caffé. In moschea era in prima fila con l’imam. Parlava moltissimo, beveva moltissimo caffé, amava i dervisci. Usava l’oppio, e ne era vorace. Invecchiò e morì.

Mehmed Lepir, alfiere, ucciso in Austria. Apparentemente un ladro lo uccise durante la preghiera serale. Un tizio grosso, grandi baffi, un vecchio coraggioso.

Un venditore di caffé detto “il mascalzone” (baraba). Per lungo tempo aveva fatto un gran buon caffé. Poi invecchiò e si impoverì, così lo dovevano portare in giro in una lettiga. Si era completamente avvizzito.

Nonno Grappa (Dedo Rakija), venditore di caffé

Per oltre 50 anni, Mula Mustafa prende nota di eventi e situazioni a Sarajevo, con i nomi, i mestieri e le storie dei deceduti che aveva conosciuto di persona o di cui aveva sentito parlare. Con questi appunti, scrive Kerima Filan, Bašeskija  riempie 130 delle 164 pagine dei suoi manoscritti in lingua turca ottomana, che chiama mecmua (raccolta, antologia, in arabo). Bašeskija  prende nota degli eventi quotidiani credendo che avessero potuto interessare “a quanti verranno dopo di me, in altri tempi”.

Come ogni fonte storica, ricorda Hajdarpašic, la cronaca di Mula Mustafa Bašeskija riflette particolari mentalità e pregiudizi del suo tempo – quelli di un letterato ottomano nel cui registro finiscono soprattutto uomini e musulmani. Ma la cronaca è anche piena di storie locali e caratteri tipici, alti e bassi. E’ il caso di due sfortunati omonimi del 1778:

Il sarto Mustafa dagli occhi neri, disse sempre le sue preghiere. Siccome dicevano che fosse gay e lo prendevano in giro per via di qualche ragazzo dal sangue caldo, fu impiccato.

Un altro sarto Mustafa, che venne strangolato per le stesse ragioni.

“Le voci sono così ingannevolmente semplici che ci vuole un attimo prima che si percepisca l’orrore”, nota Hajdarpašic. “L’intimità è condensata dei dettagli – gli occhi neri di Mustafa il sarto, il sangue caldo della città sullo sfondo – prima che entrambe le voci finiscano nello stesso modo modo, con la morte per omosessualità.” Queste righe sono importanti – non tanto per qualche argomento storico sull’omofobia al tempo degli ottomani, ma per “come intere storie e vite possano aprirsi o scomparire incardinandosi su brevi note“.

Altrove nella cronaca appaiono storie dei bassifondi, come questo scandalo del 1787, sulla reazione violenta della folla all’omicidio di una prostituta:

Una mattina, la testa e la gamba di una prostituta vennero trovate presso il ponte latino. Questo evento turbò e amareggiò i sarajevesi. Così la folla prese una donna, una oste non musulmana, e la bollò [come colpevole]. La donna prese tre o quattro persone come ostaggi, ma alla fine la infilarono in un sacco e la scaraventarono in acqua dal ponte. Allo stesso modo la folla prese altre due donne non musulmane e anche Mula-Kadun Piroka, che era una donna istruita, e pare che fosse innocente. Tutti poi si vergognarono di aver gettato le donne in acqua. Tutti peccano, ma la salvezza si ottiene rigettando la violenza, non gettando le donne-osti in acqua.

Anche se le donne scarseggiano, nelle cronache di Bašeskija, esse appaiono talvolta come attori politici – ad esempio come istigatrici delle proteste del maggio 1770, conosciuta poi come la rivolta delle donne.

Bašeskija tiene conto anche dei sogni – i suoi e quelli degli altri, e delle loro interpretazioni. Precursore di Freud, discute del significato dei sogni dei sarajevesi durante la breve occupazione austriaca:

Penso sia possibile fare esperienza ogni notte di un sogno veritiero, e comprendere così qualcosa dei segreti del mondo che non sono visibili a noi

Bašeskija scrisse anche varie storie – alcune divertenti, altre didattiche, altre più cupe – accanto alle voci annuali degli eventi e dei morti. È un variegato assortimento di storie, enigmi e battute, che rendono il carattere della società sarajevese di fine settecento.

Zayd e suo figlio Amr sedevano a tavola a mangiare. Amr, il figlio, prese il primo boccone, ma era troppo caldo e si scottò la lingua. Zayd, il padre, chiese “perchè piangi, figliolo?” Rispose: “mi sono appena ricordato del mio fratello morto, per questo piango”. Anche il padre, Zayd, prese un boccone e si scottò la lingua. Gli chiese il figlio: “perché piangi, padre?” Rispose: “tuo fratello è morto, e io piango perché quello che mi è rimasto sei tu”.

Un imperatore un giorno chiese a uno sceicco: “qual è l’opera più grande, così che io possa compierla?” Lo sceicco rispose: “è meglio per voi, o imperatore, che dormiate sempre e non vi svegliate mai”. Replicò l’imperatore: “che dici mai, quando sappiamo che non è bene dormire troppo?” Ma lo sceicco rispose: “se dormirete sempre, non rischierete mai di commettere oppressione (zulm)”

Mulla Mustafa Bašeskija si ammalò nel 1801 e morì nell’estate del 1809, a 77 o 78 anni. Il suo manoscritto sopravvisse al tempo, e nel 1917 giunse alla biblioteca di Gazi Husrev-bey a Sarajevo, donato da un certo Mehmed Ševki Alajbegovic – a condizione che la mecmua “non fosse fatta uscire dalla biblioteca, non fosse scambiata in alcun modo con altri averi, e fosse prestata solamente per la lettura”. Il manoscritto sopravvisse alla seconda guerra mondiale e anche alle devastazioni della guerra di Bosnia (l’intera collezione dell’Istituto Orientale di Sarajevo invece andò purtroppo persa tra le bombe incendiarie): si trova ancora nella collezione della biblioteca di Gazi Husrev-Bey a Sarajevo, con il codice 7340.

Foto: Sehara.me

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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