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UE: Il nuovo piano sulla migrazione punta sui rimpatri “solidali”

A due settimane dall’incendio che ha distrutto il campo di Moria, la Commissione europea ha pubblicato il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Quest’iniziativa, rinviata per mesi a causa dell’emergenza sanitaria e attorno a cui si era creata grande attesa da parte di governi e organizzazioni della società civile, è stata presentata come una riforma onnicomprensiva della gestione dei flussi migratori. Tra gli obiettivi dichiarati dai commissari Schinas e Johansson c’è quello di accelerare le procedure di frontiera ai confini esterni dell’Unione, per decongestionare le isole greche e ridurre gli ingressi irregolari lungo la rotta balcanica.

Che cosa prevede il piano

Il piano, articolato in tre pilastri, prevede 10 proposte legislative che dovranno essere sottoposte all’approvazione del Parlamento e, soprattutto, del Consiglio dell’Unione europea. Sul piano delle relazioni esterne, la Commissione si impegna a innalzare il tasso di riammissioni dei migranti irregolari nei paesi di origine attraverso schemi di cooperazione internazionale più mirati e facendo leva sulle politiche di liberalizzazione dei visti.

Il secondo pilastro prevede una gestione più severa delle frontiere esterne dell’Unione: l’introduzione di una “pre-selezione” all’ingresso dei migranti irregolari permetterà di trattare più velocemente le domande di asilo dei migranti originari da paesi con un basso tasso di riconoscimento di protezione internazionale, attraverso procedure di frontiera della durata di massimo 12 mesi e minori garanzie di protezione legale.

In ultimo, sul piano delle regole interne all’Ue, la Commissione mette in soffitta il sistema di redistribuzione basato su quote nazionali – che non è mai stato effettivamente attuato. La solidarietà “flessibile” nel nuovo pacchetto prevedere che gli stati membri possano scegliere tra accogliere i beneficiari di asilo o farsi carico dei rimpatri di chi non ha diritto a restare sul suolo Ue.

Che cosa c’è davvero di nuovo?

Come alcuni giornalisti non hanno mancato di sottolineare in conferenza stampa, molte delle proposte annunciate dai commissari Schinas e Johansson ricordano i buoni propositi già annunciati nell’Agenda europea sulla migrazione del 2015, racchiusi nell’ormai anacronistica formula “affrontare le cause profonde della migrazione“.

Una delle novità più evidenti è la risemantizzazione del concetto di solidarietà. Con questo piano la Commissione cede di fatto alle pressioni dei paesi membri dell’Europea centro-orientale, che nel nuovo schema di cooperazione europea potranno assolvere ai propri obblighi di prestare assistenza ai paesi costieri come la Grecia e l’Italia senza farsi carico dell’accoglienza dei rifugiati.

Per contro, l’impegno a far sì che non ci siano più “nuove Moria” perde credibilità di fronte agli esercizi di equilibrismo politico delle istituzioni europee. Al netto di procedure più rapide di ricollocamento e rimpatrio, le isole dell’Egeo orientale, come le altre aree nevralgiche lunghe le frontiere esterne dell’Unione, sembrano infatti destinate a rimanere zone di smistamento per i migranti, gestite secondo il modello degli hotspot chiusi.

Immagine: European Policy Centre

CROAZIA: Gli abusi della polizia sui migranti

Oggetto già da mesi di incriminazioni da parte di ong locali e internazionali, la politica di respingimento della polizia croata è di nuovo sotto accusa. Alcune registrazioni pubblicate dall’organizzazione Border Violence Monitoring (BVM), ritraggono gli agenti croati in numerosi episodi di espulsioni illegali di migranti nel territorio della Bosnia Erzegovina. Malgrado le smentite di Zagabria, il materiale diffuso sembrerebbe essere autentico, a conferma di quanto sostenuto già da tempo dalle associazioni a tutela dei diritti umani. Queste registrazioni potrebbero dimostrare, per la prima volta, che la polizia croata stia effettuando sistematiche espulsioni collettive in territorio bosniaco.

Il contenuto dei filmati

I filmati condivisi da BVM mostrano una serie di allontanamenti collettivi di migranti da parte di agenti croati in una foresta vicino Lohovo, paesino nella Bosnia-Erzegovina occidentale. In particolare, i video catturano 54 episodi di respingimento dalla Croazia alla Bosnia avvenuti tra il 29 settembre e il 10 ottobre 2018. L’organizzazione ha inoltre denunciato l’elevato numero di persone che fanno ritorno dal confine croato-bosniaco con braccia o gambe rotte e segni di percosse di manganelli sulla schiena.

Il ministro degli Interni croato Davor Božinović ha però respinto tutte le accuse contro gli agenti croati. Secondo Božinović, non sarebbero stati perpetrati episodi di violenza, sottolineando l’impegno della polizia croata nel “proteggere i confini del proprio paese che costituiscono inoltre la frontiera esterna dell’Unione europea.” Il ministro ha poi aggiunto che le azioni dei poliziotti croati “rispetterebbero quanto previsto dalla legislazione croata e dai regolamenti del regime di Schengen.”

Le reazioni

Secondo BVM, tra le vittime dei respingimenti ci sarebbero almeno 350 rifugiati, inclusi bambini piccoli, minori e donne. Ad aggravare la posizione degli agenti croati sarebbe poi la scelta di praticare le espulsioni lontano dai posti di controllo ufficiali di frontiera, senza quindi la presenza di funzionari bosniaci. Un’azione illegale condannata già dalle autorità di Sarajevo. Secondo quanto dichiarato dall’emittente N1, il ministro della Sicurezza bosniaco Dragan Mektić, ha etichettato il comportamento della polizia croata come “una vergogna per un paese dell’Unione europea”.

Le ong hanno inoltre denunciato che le domande di asilo dei rifugiati sarebbero state ignorate e che le espulsioni effettuate non rispetterebbero le procedure formali di rimpatrio, come previsto dall’accordo di riammissione del 2007 tra l’UE e la Bosnia.  Le organizzazioni hanno sottolineato che l’unica via legale per il rimpatrio può avvenire a seguito di una domanda di riammissione presentata presso le autorità bosniache al valico di frontiera. A tal riguardo il 18 dicembre il Centro studi per la pace di Zagabria, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dei migranti, ha formulato accuse penali contro ignoti per l’uso della violenza e i respingimenti illegali al confine croato-bosniaco.

L’attuale comportamento degli agenti croati rappresenterebbe quindi una vera e propria trasgressione del diritto internazionale. Le espulsioni collettive riprese nei filmati violerebbero la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta europea dei diritti fondamentali. Mentre il rifiuto del diritto d’asilo non garantirebbe ai rifugiati quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Le origini della rotta bosniaca

A partire dalla primavera 2018, il numero dei migranti in transito per la Bosnia-Erzegovina ha registrato un notevole incremento. Questo fenomeno, causato dallo spostamento a ovest della cosiddetta “rotta balcanica” che attraversa oggi l’Albania, il Montenegro e la Bosnia con l’obiettivo di raggiungere la Croazia, il primo paese dell’Unione europea sul loro cammino.

Malgrado l’atteggiamento solidale dimostrato della popolazione bosniaca, il paese non dispone però di una concreta gestione delle migrazioni a livello statale. Al momento, la gestione umanitaria delle migrazioni in Bosnia si affida sul contributo volontario delle organizzazioni locali e internazionali nonché sui fondi stanziati dalla Commissione europea. I migranti che cercano di passare per la Croazia, per muovere verso gli stati dell’Europa occidentale e della Scandinavia, si vedono però respinti o al confine sloveno o in quello croato, dovendo quindi ritentare più volte il percorso a ritroso.

L’obiettivo dell’organizzazione

L’auspicio delle ong è che i video pubblicati possano servire da base per le indagini delle autorità croate e dell’Unione europea, di cui la Croazia è uno stato membro. La Commissione europea dovrebbe infatti considerare le azioni intraprese dalla polizia croata negli ultimi mesi come gravi violazioni del diritto comunitario.

L’obiettivo finale da raggiungere resta però la cessazione degli abusi perpetrati negli ultimi mesi. A tal riguardo, il progetto Border Violence Monitoring spera che tramite il proprio lavoro si possa contribuire a portare a termine sia i respingimenti che la violenza della polizia sui migranti.

 

Foto: Border Violence Monitoring

BULGARIA: Funzionari statali accusati di contraffazione di passaporti

Lunedì 29 ottobre, venti funzionari dell’Agenzia di Stato per i bulgari all’estero sono stati arrestati con l’accusa di aver venduto passaporti falsi a cittadini provenienti da paesi non membri dell’UE. Secondo le indagini, i documenti venivano venduti a circa 5.000 euro ciascuno, con una media di trenta passaporti a settimana. I funzionari sono pertanto accusati di contraffazione di documenti, corruzione e abuso di potere.

Le accuse al partito IMRO

Tra i sospettati figura anche Peter Haralampiev, nominato direttore della stessa Agenzia dal partito nazionalista bulgaro IMRO. Tuttavia, i dirigenti hanno negato che Haralampiev sia affiliato al partito, tanto che Krasimir Karakachanov, leader dell’IMRO, ha affermato che “se esce fuori che il direttore dell’Agenzia […] e altre persone legate all’Agenzia abbiano commesso una tale violazione, allora sono fermamente convinto che essi debbano affrontare il totale rigore della legge”.

La richiesta di naturalizzazione bulgara

I maggiori richiedenti e acquirenti di tali passaporti sarebbero, generalmente, cittadini di Albania, Macedonia, Moldavia e Ucraina – paesi con un’alta presenza di bulgari residenti. Come sottolinea Euractiv, raramente coloro che ottenevano la nazionalità bulgara decidevano di restare in Bulgaria, ma piuttosto, sfruttando la cittadinanza europea, si dirigevano in altri paesi dell’UE in cerca di lavoro. I cittadini bulgari, infatti, nonostante il paese non sia membro a pieno titolo dell’Area Schengen, godono della libertà di circolazione nella medesima Area. Di conseguenza, in seguito all’ingresso della Bulgaria nell’Unione nel 2007, più di 115.000 stranieri hanno richiesto la cittadinanza bulgara.

Tra maggio 2017 e giugno 2018, il ministero della giustizia ha rigettato più di 750 richieste di cittadinanza da parte di persone di presunte origini bulgare. Lo scorso anno, infatti, il governo aveva reso più difficile la naturalizzazione bulgara, ponendo come requisito necessario la cittadinanza di almeno uno dei due genitori dei richiedenti. Nonostante questo, circa 10.000 nuovi passaporti vengono rilasciati ogni anno dall’Agenzia. Il 13 novembre, la Commissione Europea pubblicherà il suo report annuale sullo stato di diritto in Bulgaria – documento che, quest’anno, si preannuncia piuttosto critico.

Foto: travelbulgaria.news

BALCANI: Sospesi i nuovi controlli Schengen alle frontiere

Sono durati il tempo di un weekend, i nuovi controlli “stringenti e sistematici” su tutti i passeggeri ai confini esterni dell’area Schengen, introdotti venerdì 7 aprile anche per tutti i cittadini UE. Una misura di tipo securitario che si è dimostrata impraticabile, come dimostrato dalle lunghe code  – fino a quattro ore d’attesa – che si sono subito formate alle frontiere tra Croazia e Slovenia. “Una prova del surrealismo della retorica della chiusura delle frontiere“, ha commentato il professor Francesco Strazzari.

Le nuove regole sul rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne di Schengen – una conseguenza del clima instauratosi in Europa dopo gli attacchi terroristici di Parigi del novembre 2015 – erano state approvate dal Consiglio UE lo scorso 7 marzo. Secondo la Commissione, tali norme “assicurano un buon bilanciamento tra le sfide della sicurezza e la necessità di evitare un impatto sproporzionato sul traffico alle frontiere”, con l’obiettivo di “preservare la libertà di movimento nell’area Schengen e garantire la sicurezza dei cittadini UE”.

A tal fine, tutti i passeggeri che attraversano le frontiere Schengen avrebbero dovuto essere schedati, in uscita e in entrata. Un passaggio che, per chi non è dotato di passaporto biometrico ma solo di carte d’identità cartacee come quella italiana, si traduce nella necessità di codificare a mano i dati anagrafici nei tre diversi database comunitari.

Boštjan Štefic, del ministero degli interni sloveno, ha annunciato che la Slovenia invierà un’informativa dettagliata alla Commissione europea circa i problemi sollevati dalla messa in atto del nuovo regolamento Schengen, sottolineando che Lubiana aveva avvertito già in anticipo che sarebbero potuti sorgere problemi. Le nuove norme per la sicurezza, sottolinea Stefic, dovrebbero essere “adattate alle necessità”. La Slovenia proporrà alla Commissione che residenti e pendolari frontalieri siano esclusi dall’applicazione.

La polizia croata ha dichiarato che, nonostante la loro cooperazione con Slovenia e Ungheria e l’uso di tutte le risorse tecniche e umane disponibili, non è stato loro possibile mitigare l’impatto delle nuove norme. Di concerto con la Commissione UE, sabato sera la Croazia ne ha quindi sospeso l’applicazione,  mantenendo i controlli sistematici solo per i cittadini di stati terzi, e controllano i cittadini UE solo a campione. La Croazia non ha ancora accesso completo alla banca dati SIS (Schengen Information System), il che rende ancora più difficile i controlli sistematici. Il governo croato spera di accedere già dal 2018 allo spazio Schengen; nel frattempo, con l’avvicinarsi della bella stagione, resta necessario garantire che i traffici turistici verso la costa non siano messi a repentaglio.

Foto: Silvia Maraone

KOSOVO: Verso la fine dei visti Schengen. Ma i serbi del Kosovo tremano

Si avvicina la fine definitiva del tanto vituperato regime di visti Schengen per i cittadini del Kosovo provvisti di un passaporto biometrico. Questa rappresenta una seconda notizia positiva per Pristina, dopo l’ok dell’UEFA all’adesione della federazione calcistica kosovara, nonostante gli interrogativi. Mercoledì 4 maggio la Commissione europea ha confermato che raccomanderà al Consiglio UE e al Parlamento europeo di includere il Kosovo nella lista di paesi esclusi dal requisito di visto per periodi di residenza fino a 3 mesi nell’area Schengen, poiché il governo di Pristina ha completato tutti i requisiti richiesti, come scritto nel Quarto Rapporto dell’esecutivo europeo sul tema.

Il commissario UE agli affari interni Dimitris Avramopoulos ha affermato “so quanto sia importante il regime visa-free per i cittadini del Kosovo, e sono molto soddisfatto dai progressi raggiunti.” La liberalizzazione dei visti, ha continuato Avramopoulos, faciliterà i contatti tra le persone e rafforzerà l’economia e i legami culturali tra il Kosovo e l’UE.

L’evento è stato salutato anche dalla visita di Federica Mogherini a Pristina. L’alto rappresentante UE per la politica estera ha ricordato l’importanza del passo, “specialmente per il 70% dei kosovari che hanno meno di trent’anni, e si sentono al 100% europei.” Per la prima volta da mesi, inoltre, l’opposizione ha partecipato ai lavori parlamentari senza fare ostruzione o lanciare lacrimogeni.

La Commissione si raccomanda in ogni caso che, prima dell’adozione del provvedimento da parte di Parlamento e Consiglio UE, il Kosovo ratifichi l’accordo di demarcazione dei confini con il Montenegro e rafforzi il proprio track record nella lotta alla corruzione e al crimine organizzato. Le autorità di Pristina dovranno inoltre prevedere meccanismi efficaci per prevenire gli abusi del sistema visa-free, anche attraverso campagne di informazione sui diritti e doveri di chi si sposta verso l’UE. Il riferimento qui è al rischio di una nuova impennata delle richieste d’asilo infondate in Germania, come nel 2014, financo da parte del fratello del premier Isa Mustafa – qualcosa che Berlino, e la Commissione, vorrebbero ben evitare di rivedere.

Il Kosovo è l’ultimo paese balcanico ad ottenere la liberalizzazione dei visti Schengen, con 6 anni di ritardo sugli altri paesi della regione. Una notevole fonte di frustrazione per gli 1,8 milioni di abitanti dell’ex provincia serba, dichiaratasi indipendente nel 2008. Pristina aveva iniziato il dialogo con Bruxelles sul tema nel 2012, ma i progressi erano andati a rilento e solo pochi mesi fa, nel suo terzo rapporto, la Commissione europea aveva indicato otto priorità che le autorità kosovare avrebbero dovuto dimostrare prima dell’attesa liberalizzazione. Nel frattempo, l’UE ha deciso di introdurre la liberalizzazione dei visti anche per i cittadini di Moldavia (2014) e di Ucraina e Georgia (2015). Con la prossima liberalizzazione dei visti anche per la Turchia, su cui deciderà a giugno il Consiglio UE, gli ultimi cittadini europei ad avere bisogno di un visto Schengen restano i cittadini di Russia, Bielorussia, Armenia ed Azerbaijan.

Il dilemma dei serbi del Kosovo: è il tempo di chiedere un passaporto?

Autore: Sergey Kondrashov, CC BY-SA 3.0
Autore: Sergey Kondrashov, CC BY-SA 3.0

Se la liberalizzazione dei visti Schengen è stata accolta euforicamente dalla maggioranza della popolazione kosovara, chi non ha festeggiato sono i quasi 100.000 serbi che vivono nei quattro comuni del nord del Kosovo, timorosi di dover presto richiedere un passaporto alle autorità di Pristina per potersi muovere in Europa. Nonostante la Serbia abbia ottenuto la liberalizzazione dei visti già nel 2009, infatti, i serbi del Kosovo possiedono uno speciale passaporto serbo che ancora necessita di un visto per poter essere accettato in Europa.

“Ci vogliono obbligare a prendere la doppia cittadinanza e i passaporti kosovari”, ha dichiarato Tatjana Lazarevic, insegnante di inglese a Mitrovica nord, ad Euractiv. “Ci sentiremo come gli ultimi dei mohicani”.

L’ufficio governativo serbo per il Kosovo ha annunciato che richiederà a Bruxelles che la liberalizzazione dei visti includa anche i serbi del Kosovo, a prescindere dai loro documenti, ma per Pristina essa si applica solo ai portatori dei nuovi passaporti biometrici kosovari. E anche il Commissario Avramopoulos, di passaggio a Pristina, ha confermato: “Solo i passaporti del Kosovo sono riconosciuti. E’ molto, molto chiaro”. I serbi del Kosovo, se vorranno viaggiare in Europa, dovranno presto decidere se prendere un passaporto standard serbo, o richiedere un passaporto kosovaro.

Secondo gli accordi di Bruxelles del 2013, il Kosovo avrebbe dovuto estendere la propria giurisdizione anche ai quattro comuni serbi del nord, in cambio della creazione di una Comunità/Associazione delle municipalità a maggioranza serba del Kosovo (ZSO). Tre anni dopo, l’accordo ancora fatica ad essere applicato, ed è stato sospeso per incostituzionalità dalla stessa Corte costituzionale kosovara, ma le autorità serbe continuano a chiederne la messa in atto al più presto.

Serbia e Kosovo continuano il dialogo per la normalizzazione delle relazioni, mediato dall’UE. Ad aprile i gruppi di lavoro tecnici hanno raggiunto un accordo sul trasporto delle sostanze pericolose e sul passaggio dei rappresentanti ufficiali in visita attraverso i punti di frontiera, mentre continua il negoziato sul riconoscimento delle carte d’identità. Ma, come mostra il reportage della giornalista Jeta Xharra per Pristina Insight, per i normali cittadini kosovari attraversare le frontiere della Serbia e degli altri paesi della regione che non riconoscono il Kosovo resta pieno di incognite. Esiste persino un sistema di visti tra Bosnia-Erzegovina e Kosovo, paesi che non si riconoscono a vicenda. Un’assurdità, quando grazie al dialogo tra Belgrado e Pristina oggi i kosovari possono tranquillamente recarsi perfino a Belgrado, burocrazia permettendo.

Foto: @artanmurati, twitter

UNGHERIA: Szijjarto contro la Grecia. “Non ci protegge dai migranti”

La scorsa settimana, in un incontro fra omologhi tenutosi ad Amsterdam, Peter Szijjarto, ministro degli esteri ungherese, ha affermato che «la frontiera meridionale dell’Area Schengen non è protetta e se la Grecia non è pronta o non è in grado di proteggere l’area Schengen e non accetta assistenza, la UE deve avere un’altra linea di difesa, che ovviamente è in Macedonia e Bulgaria».

L’attacco rivolto da Szijjarto sia all’amministrazione greca che all’establishment di Bruxelles e condotto nella cornice della seconda giornata del consiglio informale UE sugli esteri, dedicata alla crisi dell’immigrazione, è poi continuato con la considerazione secondo cui la UE sia ormai senza difese, sul fronte meridionale, e che – sfruttando questa debolezza – «migliaia di migranti irregolari entrano ogni giorno nel territorio dell’Unione Europea»; in conclusione, Szijjarto ha poi sostenuto quanto sia «frustrante che tutti parlino di protezione della frontiera esterna e poi non accade nulla: questa cosa deve finire» e che «bisogna tributare rispetto e fornire aiuto alla Macedonia che ha fatto molto per proteggere l’area Schengen e la UE senza fare parte di nessuna delle due».

La situazione in Macedonia

Secondo quanto riportato dalle autorità macedoni, fra la fine di novembre e l’inizio di febbraio, sono stati oltre 20.000 i migranti fermati mentre erano in procinto di entrare irregolarmente nel paese; per quanto riguarda il flusso di migranti regolari, invece, le stesse autorità riportano che nel solo mese di gennaio 2016, si sono registrati oltre 38.000 ingressi.

Nel frattempo, la Macedonia ha avviato i lavori di installazione del proprio sistema di barriere metalliche (eretto, sull’esempio ungherese, lo scorso novembre) poste al confine con la Grecia, per un totale di 37 chilometri di lunghezza, posti a distanza di 5 metri dalle precedenti recinzioni.

La zona frontaliera fra i due paesi è un punto cruciale per il passaggio dei migranti che, percorrendo la rotta balcanica, desiderano raggiungere i paesi dell’Europa continentale e quelli scandinavi. Nel frattempo, l’accesso nel paese è garantito solo per i rifugiati provenienti da zone di guerra come Siria, Afghanistan e Iraq e intenzionati a recarsi in Austria e Germania; il transito dei cosiddetti “migranti economici”, invece, è stato sospeso a tempo indeterminato.

Il sostegno di Budapest a Sofia

Il Consiglio Europeo per i capi di Stato e di governo della scorsa settimana, fra i cui temi di discussione vi era proprio la crisi migratoria, è stato dominato dalla tensione, soprattutto in merito alla questione dei richiedenti asilo. La Slovenia, ad esempio, ha affermato che anch’essa adotterà misure restrittive per gli accessi nel paese, come già fatto dall’Austria – Vienna ha fatto sapere che il Paese accoglierà non più di 80 richiedenti asilo al giorno, dopodiché i confini verranno sigillati. Stesso discorso per la Macedonia. Tra gli immediati effetti di questa fattispecie, c’è il rischio di una vera e propria crisi umanitaria lungo la rotta balcanica, specie in Grecia. Pertanto, il Consiglio Europeo ha ritenuto «necessario dotare l’UE della capacità di fornire aiuti umanitari a livello interno, in cooperazione con organizzazioni come l’UNHCR, per sostenere i paesi che fanno fronte a un elevato numero di rifugiati e migranti».

Per Boyko Borissov, invece, Primo Ministro bulgaro, sarebbe la Bulgaria, fra i paesi candidati e qualificati per l’ottenimento dello status di paese membro dell’Area Schengen (insieme alla Romania), a meglio proteggere il confine meridionale della comunità europea. Una teoria che trova sostegno anche nelle parole del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán il quale ha recentemente affermato che proprio la Bulgaria, per i numerosi sforzi compiuti a tutela dei confini esterni dell’area UE, dovrebbe esser ricompensata con l’immediata concessione dello status di membro dell’Area Schengen. Sempre Orbán, il 22 gennaio scorso, aveva inoltre affermato che proprio la Bulgaria e la Macedonia avrebbero dovuto innalzare una barriera in filo spinato lungo i propri confini con la Grecia, allo stesso modo di come la Bulgaria aveva innalzato una propria recinzione lungo la frontiera con la Turchia.

L’UE arranca su profughi e crisi di Schengen: ha vinto Viktor Orbán?

L’emergenza umanitaria scaturita dall’intensificarsi dei flussi migratori ha generato, nei Paesi interessati, un ampio ventaglio di risposte; alcune di queste hanno, sicuramente, posto una seria battuta d’arresto alla libera circolazione in Europa colpendo, in questi ultimi giorni, anche un vero e proprio pilastro del trattato sul funzionamento dell’Unione Europa: la libera circolazione nel quadrante nord europeo del continente, interrompendo così una prassi in vigore da oltre sessant’anni, quando nel 1954 Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e Islanda siglarono la cosiddetta “unione di libera circolazione nordica”.

Proprio sulle fondamenta di quest’unione, nel 1996, venne creato lo spazio di Schengen, cuore pulsante della stessa UE, fra i cui molti obiettivi vi era (e vi è tutt’oggi) proprio l’abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne dell’area Schengen.

Un vero e proprio salto nel passato, dunque, che secondo Jean Quatremer, corrispondente da Bruxelles per il quotidiano francese Libération, segna la definitiva vittoria ideologica del metodo adottato dal Primo Ministro ungherese Viktor Orbán, più volte redarguito, nel corso dell’ultimo anno, per aver fatto installare diverse barriere in filo spinato lungo i confini nazionali per contenere l’arrivo dei migranti in territorio magiaro.

Svezia e Danimarca



Attraverso la stampa, Stefan Lofven, primo ministro svedese e leader di un governo d’ispirazione socialdemocratica, ha fatto sapere che la motivazione dietro l’introduzione di controlli sui viaggiatori provenienti dalla Danimarca (questa la misura adottata da Stoccolma) va ricercata nel fatto che il paese, dopo aver accolto oltre 160.000 richieste d’asilo nel solo 2015, non è più in grado di gestire un simile flusso migratorio.

La replica danese è stata immediata, con l’altrettanto immediata chiusura (temporanea) delle linee di confine con la Germania; il Primo Ministro danese Rasmussen, in merito, ha dichiarato che «i controlli svedesi possono accrescere il rischio di un ampio numero di immigrati illegali a Copenhagen».

Un provvedimento, questo, che si inserisce in una lunga serie di altri provvedimenti atti a contenere i flussi migratori verso la Danimarca, soprattutto se si considera come il governo danese goda del sostegno del Dansk Folkeparti, seconda forza politica del paese, di tradizione conservatrice e da sempre favorevole ad una più dura politica contro l’immigrazione.

L’analisi di Quatremer

Intervistato da Euronews, il giornalista Jean Quatremer ha affermato che il tutto va considerato come «una vittoria ideologica per Viktor Orbán», dal momento che «tutti, al giorno d’oggi, stanno prendendo misure più o meno equivalenti, anche la sinistra francese, per non menzionare la sinistra slovacca che ha adottato posizioni ancor più dure».

«Così facendo», continua Quatremer, «si sta cercando di ridurre la libertà e le fondamenta dello stato di diritto […] sembra di essere tornati negli anni ’30».

Proprio in questi giorni e dopo quanto avvenuto a Colonia durante la notte di San Silvestro, il Primo Ministro slovacco, Robert Fico, ha affermato che la Slovacchia non accoglierà più profughi musulmani, in quanto «non vogliamo che accada anche in Slovacchia qualcosa di simile a quel che è successo in Germania», aggiungendo che la Slovacchia non solo rifiuterà le quote obbligatorie, «ma non prenderemo mai una decisione volontaria che porti alla formazione di una comunità musulmana unificata in Slovacchia».

Un annuncio giunto proprio il giorno in cui la Svezia ha confermato l’intenzione di proseguire con i propri controlli alle frontiere fino al prossimo 8 febbraio.

UNIONE EUROPEA: Un’unica Unione per un’unica democrazia

Sul Sole 24 Ore del 12 aprile, Sergio Fabbrini propone la sua visione per l’Unione Europea del dopo-eurocrisi. E’, la sua, un’UE a due velocità: un nucleo federale incentrato sull’eurozona, con un governo comune stabilito da un nuovo Trattato, opposto ad una periferia più lenta la cui integrazione è limitata al mercato unico. La visione di Fabbrini ha il privilegio della semplicità, ma sorvola su alcuni fattori che la rendono poco realistica.

Primo, la complessità legale di una Unione multilivello basata su diversi Trattati costitutivi (i due trattati UE e l’eventuale Trattato dell’eurozona). A chi apparterrebbero, in tale scenario, le istituzioni comunitarie (Commissione, Parlamento, Consiglio)? Uno sdoppiamento istituzionale significherebbe un passo indietro a prima del Trattato di fusione degli esecutivi del 1967 – qualcosa di difficilmente augurabile.

Secondo, la problematicità di abbandonare le periferie dell’Unione ad uno status intermedio. Se è vero che una versione light dell’integrazione (accesso al mercato comune, ma senza moneta unica e libera circolazione delle persone) potrebbe fare comodo al Regno Unito e permettere una più agevole adesione della Turchia, tutti gli altri paesi che ancora non hanno adottato l’euro ma che sono legalmente obbligati a farlo, a partire dai paesi d’Europa centrale, non avrebbero nessun interesse a vedersi relegati ai margini.

Terzo, l’impossibilità di separare nettamente livello europeo e nazionale, come proposto da Fabbrini. La compenetrazione tra i due è tra le caratteristiche fondamentali dell’Unione contemporanea, che si basa sulla collaborazione dei governi nazionali per adottare la propria legislazione e per mettere in atto le proprie politiche, non avendo come gli Stati Uniti un’amministrazione federale separata

Nel suo intervento del 14 aprile, Antonio Padoa Schioppa risponde a Fabbrini per mettere in guardia dall’idea di un Parlamento separato per l’eurozona, proponendo invece di sfruttare le istituzioni che esistono per democratizzare l’eurozona. Una soluzione alla questione di West Lothian per l’UE non può essere lo sdoppiamento delle istituzioni. Ma anche la proposti da Padoa Schioppa (far votare sulle questioni dell’eurozona solo gli eurodeputati dei paesi dell’euro – similarmente alla proposta di English Votes for English Laws) non è scevra da problemi. In primis, gli eurodeputati rappresentano i propri elettori, non i propri paesi d’origine; inoltre, non è facile stabilire quali questioni siano relative alla sola eurozona e quali concernino l’intera Unione; infine, si richiederebbe in ogni caso di una revisione dei trattati.

La soluzione più lineare, per l’avanzamento e lo sviluppo democratico dell’Europa, resta quella di rilanciare l’unitarietà dell’Unione per garantirne l’accountability democratica. Oggi UE, Schengen, ed eurozona costituiscono tre cerchi con un centro comune ma tre periferie separate. Allo stesso tempo, quei passi integrativi fatti nell’emergenza per salvare l’eurozona (Fiscal Compact, EFSF/ESM) restano al di fuori del campo delle istituzioni democratiche. Un’Unione differenziata e a più velocità, come quella attuale, è troppo complessa per poter sostenere un sistema democratico, come riconosce anche Fabbrini, che propone come surrogato un sistema di checks and balances. Ma è lo stesso Trattato UE, all’articolo 10, a stabilire che “il funzionamento dell’Unione sia fondato sulla democrazia rappresentativa”, con la rappresentanza dei cittadini nel Parlamento, attraverso i partiti europei, e degli stati membri nel Consiglio e nel Consiglio Europeo.

E’ qua che torna fondamentale, per superare il deficit democratico e permettere l’avanzamento dell’integrazione europea, la sempre sottovalutata dimensione dell’allargamento. Non appena eurozona e area Schengen arriveranno a coprire l’intero territorio dell’Unione, o quasi, si potrà arrivare ad una sostanziale democratizzazione dell’Unione per intero utilizzando le istituzioni già esistenti per costruire un sistema di democrazia rappresentativa di tipo parlamentare, la stessa già ben conosciuta dai cittadini della maggior parte degli stati membri. I trattati dell’eurozona vanno riportati nell’alveo del diritto UE, mentre esclusioni e opt-out vanno ridotti al minimo necessario e giuridicamente accettato (Cipro, Regno Unito e Irlanda per Schengen, Regno Unito e Danimarca per l’euro). Ciò permetterà di alleviare la questione del deficit democratico e di procedere ad un nuovo salto integrativo.

D’altronde non manca molto. L’euro è oggi valuta di 19 stati membri su 28 (più due esterni), Schengen si applica in 22 (più tre esterni). Oggi Croazia, Romania e Bulgaria aspettano solo un cenno d’assenso delle capitali occidentali per entrare in Schengen. Passata la bufera dell’eurocrisi, i paesi d’Europa centrale ed orientale (Romania e Repubblica Ceca in testa) stanno organizzandosi per entrare nell’euro attorno al 2020. Sempre attorno al 2020 saranno pronti a diventare membri UE i prossimi paesi dei Balcani (probabilmente Serbia e Montenegro). Basta riallineare questi cerchi, e si potrà ritornare ad approfondire, democraticamente, la costruzione europea.

Articolo pubblicato originariamente su Mente Politica del 21 aprile 2015

BULGARIA: Violenze e respingimenti per i migranti siriani. Nuovi propositi per l'anno nuovo

La Bulgaria, il paese più povero dell’Unione Europea, dal 2011 sta fronteggiando un crescente flusso migratorio. Si tratta di richiedenti asilo prevalentemente siriani, ma anche afghani e iracheni. Varcare il confine con la Turchia rappresenterebbe per molti il primo passo in Europa, non certo l’ultimo. Il benvenuto nel limbo burocratico europeo.

Da pochi giorni si è riacceso il dibattito istituzionale in un clima piuttosto animato. Il 2014 bulgaro si è concluso con la sostituzione del presidente dell’Agenzia di Stato per i rifugiati (SAR), in favore del precedente direttore Kazakov. Tchirpanliev sarebbe stato rimosso dal suo incarico a causa di commenti inappropriati. Avrebbe infatti comparato i siriani agli unni, definito i curdi “peggiori dei nostri zingari” e Amnesty International un’associazione disonesta. Il governo non ha ancora diffuso però le motivazioni di questo atto, ribadendo che non si tratterebbe in alcun caso di una punizione. Si è inoltre dimesso il capo della polizia di frontiera, Zaharin Penov, a causa di un incidente di un autocarro della polizia di ritorno da operazioni al confine.

Il 5 gennaio, il vice primo ministro per le questioni europee Kuneva (Blocco riformista) ha convocato i ministri dell’Interno Vuchkov (GERB), della Difesa Nenchev (Blocco riformista), e dello Sviluppo Regionale Pavlova (GERB), per discutere le nuove misure da intraprendere in vista di un aumento delle richieste di protezione internazionale previste nei prossimi mesi a seguito dell’inasprimento del conflitto siriano e del terrore dell’Isis.

Richiesti quindi ulteriori perfezionamenti alla rete di sicurezza nazionale e ai centri di accoglienza e detenzione nel paese. Si considera necessaria l’estensione del transennamento, lungo già 32 km, che separa dal territorio turco. Nel 2013 il governo si era già trovato a dover attuare un piano di contenimento. Attraverso la costruzione di una recinzione nella regione di Elhovo e il dispiegamento di unità di polizia lungo il confine si è cercato di ostacolare l’immigrazione irregolare.

Il disaccordo politico verterebbe sulla concezione di difesa e salvaguardia dei confini nazionali. Asserendo che la pressione migratoria è aumentata di due terzi negli ultimi mesi (dati confermati dal SAR) il ministro dell’Interno Vuchkov ha proposto che il pattugliamento della zona di confine venga affidato alle truppe dell’esercito, non solo alla polizia di frontiera. A questa proposta si oppongono Kuneva e il Presidente Plevneliev. Contrario anche il ministro della Difesa Nenchev, secondo il quale mancherebbero le premesse legali per un’azione del genere. Vuchkov comunque smentisce il ricorso ad emendamenti speciali per permettere lo schieramento militare. Disincentivare l’arrivo dei migranti sembra ancora la soluzione e la priorità. Kuneva sollecita e spera in una maggior coordinazione tra le istituzioni locali e l’Europa. La preoccupazione è che la cattiva gestione del fenomeno possa compromettere l’entrata in Schengen.

Secondo i media bulgari, alcuni stati membri dell’Unione avrebbero recentemente richiesto il trasferimento in Bulgaria di circa 7.500 persone con status pendente di rifugiato. Si tratta di migranti che dopo aver fatto richiesta di asilo in Bulgaria hanno poi raggiunto altri paesi. Di questi, Sofia ne ha ufficialmente accettati 3.000. Secondo il regolamento di Dublino infatti spetta al primo paese d’arrivo l’incarico di registrazione della domanda di asilo e il compito di provvedere alla protezione e integrazione del migrante. Condizione che preoccupa fortemente i paesi di confine.

Sebbene le condizioni di gestione non siano delle più rosee, la comunità internazionale sembra disposta a concedere supporto organizzativo ed economico alla Bulgaria, apprezzandone i piccoli progressi degli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda i tempi di rilascio dei documenti. La Commissione europea ha da poco definito il paese pronto ad affrontare i nuovi flussi, con la possibilità in caso di emergenza di attingere al Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (AMIF). Viene inoltre prolungato per un ulteriore periodo di 18 mesi il piano di supporto speciale siglato con l’EASO (European Asylum Support Office), al quale Sofia aveva richiesto aiuto tecnico e operativo.

Le organizzazioni umanitarie sono decisamente meno ottimiste. Infatti vengono ancora drammaticamente perpetuati violenze e respingimenti illegali ai danni dei migranti. Secondo l‘UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) le autorità bulgare dovrebbero compiere ulteriori sforzi e adattarsi urgentemente ai requisiti internazionali, nel pieno rispetto dei diritti dei migranti.

I richiedenti asilo in Bulgaria sono costantemente a rischio di detenzione arbitraria. L’accesso alla procedura d’asilo viene accordata solo dopo la registrazione della richiesta da parte del SAR. Operazione che subisce continui ritardi e rinvii. Paradossalmente, molti richiedenti asilo hanno rinunciato al sostegno materiale previsto pur di non prolungare i tempi di detenzione.

Nell’aprile scorso, sia Amnesty International che ECRE (European Council on Refugees and Exilees) avevano sollecitato gli altri stati membri a non trasferire i richiedenti asilo in Bulgaria, come invece previsto dal regolamento di Dublino, nell’attesa che la qualità delle condizioni d’accoglienza si stabilizzasse. Nello stesso periodo, Human Rights Watch denunciò le violenze e i respingimenti verso il territorio turco da parte della polizia di frontiera, esortando l’Unione Europea a fare pressione. La Commissione europea ha così aperto una procedura di infrazione contro i respingimenti dei profughi siriani attuati da Bulgaria (e Italia). L’UNHCR ha poi riconosciuto alcune migliorie del sistema e ha annullato l’appello alla sospensione dei trasferimenti.

Foto: sofiaglobe.com

ROMANIA: Un nuovo stop del Consiglio UE all'ingresso nell'area Schengen

I Paesi Bassi, la Francia e la Finlandia si sono opposte all’ingresso della Romania nell’area Schengen senza controlli alle frontiere, dichiarando che le misure intraprese dall’esecutivo di Victor Ponta non sono ancora pienamente convincenti. La bocciatura, che fa seguito a quella di due anni fa da parte della Commissione europea, risulta più amara visti gli sforzi dell’ambasciata di Romania a Roma, che vedeva nell’Italia di Renzi, che oggi detiene la Presidenza semestrale del Consiglio dell’UE, un efficace e strategico alleato per le sorti del paese in prospettiva Schengen. Il meccanismo per l’accesso all’area di libera circolazione prevede un giudizio uniforme a la votazione all’unanimità da parte dei membri del Consiglio UE.

Nel 2012 il rapporto sulla giustizia, entro il quadro del “meccanismo di verifica e cooperazione” post-adesione (CVM) ha fatto emergere grandi lacune all’interno del sistema della giustizia e quanto avvenuto allora, la messa in stato di accusa (impeachment) del presidente Băsescu da parte del primo ministro Ponta, aveva gettato ombre sul rapporto giustizia-politica all’interno del paese. Ci sono problemi politici molto gravi: la Direzione anticorruzione non agisce sempre in modo puntuale ed efficace e all’interno delle istituzioni vi sono persone con processi a carico.

Altra problematica all’ordine del giorno riguarda i controlli transfrontalieri: la gestione dei confini, di oltre duemila chilometri, beneficia ancora dei fondi europei provenienti dai programmi Phare e Eads, ma attualmente la Romania non sembra fronteggiare al meglio la gestione delle migrazioni.

La Romania ha ottenuto l’esenzione dal visto Schengen nel 2001, sei anni prima dell’ adesione all’UE. Oggi, a 7 anni dall’adesione all’UE, non ha ancora ricevuto l’ok degli altri stati membri all’ingresso nell’area Schengen, facendo venire a galla un problema di mancanza di fiducia nell’operato delle istituzioni rumene.

In alcuni stati membri dell’UE, i politici hanno avuto la tendenza a confondere i problemi di adesione a Schengen, i diritti del mercato del lavoro, del movimento e della libera circolazione delle persone così da sollevare la preoccupazione di ministri, specialmente nord europei, riguardo all’abuso del diritto di libera circolazione.

Al giorno d’oggi, dopo un altro rifiuto dei ministri degli altri stati membri UE, e dopo considerevoli spese (fondo per le frontiere esterne), in Romania si inizia a covare risentimento verso le scelte prese a Bruxelles. Certo è che, se da una parte le valutazioni prese a Bruxelles sembrano condizionate dai pregiudizi sull’incapacità di gestire la libera circolazione, talvolta criticata come incentivo all’immigrazione indiscriminata, dall’altra parte i meccanismi ingarbugliati e poco trasparenti della giustizia rumena rallentano decisamente il processo di cooperazione e inserimento entro l’area Schengen.

BALTICO: Obama arriva in Estonia. E anche nuovi basi NATO?

Oggi, 3 settembre, Barack Obama sarà in visita in Estonia. Durante la sua visita ufficiale a Tallin, il presidente americano oltre ad incontrare le massime autorità lettoni, fra cui il presidente estone Toomas Ilves e il premier Taavi Rõivas, incontrerà anche il presidente lettone Andris Bērziņš.

Il rafforzamento della presenza NATO sul fianco orientale. I baltici chiedono basi, ma saranno solo strutture logistiche

Al centro dei colloqui dei capi di stato baltici con Obama ci sarà ovviamente la grave situazione in Ucraina e le misure che la Nato deciderà di assumere nel summit del 4 e 5 settembre in Galles. Ieri il segretario della Nato Rasmussen ha dichiarato che la Nato ha intenzione di rafforzare e rendere più visibile la propria presenza nell’Europa orientale e nei baltici, e intende incrementare le forze di risposta rapida su questi territori, attraverso la rotazione di personale militare dai vari paesi membri e la predisposizione di strutture di accoglienza e di supporto per i militari impegnati.

La Nato, sostiene Rasmussen, non ha intenzione di violare gli accordi stretti con la Russia nel 1997 sulla presenza militare nella regione, ma vuole in ogni caso prendere le misure necessarie per assicurare la salvaguardia dei territori e dei confini orientali del patto atlantico.

La Nato starebbe per dare il via libera a sei nuove basi militari in Europa orientale e nei baltici, secondo quanto scrive il quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung”. Le sei nuove basi militari dovrebbero essere situate in Lituania, Lettonia, Estonia, Romania, Polonia. La decisione dovrebbe essere presa, secondo quanto sostiene il quotidiano tedesco, nel prossimo Summit della Nato il 5 e 6 settembre.

Ogni base dovrebbe avere a disposizione circa 600 militari, per un totale che potrebbe avvicinarsi ai 4000 soldati, che formeranno unità di pronta risposta in caso di emergenza e di attacco nei territori dei paesi membri, nelle prime ore dopo l’eventuale attacco.

I paesi baltici da tempo chiedono alla Nato di creare basi militari nei loro territori, richieste che si sono accentuate in questa fase di massima crisi della situazione internazionale in Ucraina. Nei giorni scorsi durante una visita ufficiale a Riga la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva confermato la contrarietà tedesca alla creazione di nuove basi militari della Nato, che secondo la Merkel avrebbe l’effetto di peggiorare ulteriormente i rapporti fra Nato, Europa e Mosca. Prima della visita della cancelliera Merkel un gruppo di intellettuali lettoni aveva firmato una lettera aperta al capo dell’esecutivo tedesco, chiedendole di recedere dall’opposizione a nuove basi militare nei baltici.

Nel frattempo però dalla Lettonia si smentisce. Il comandante delle forze militari lettoni Raimonds Graube afferma che non è in programma la costruzione di una base militare fissa della Nato in Lettonia, ma semmai il miglioramento e il rafforzamento delle strutture che ospitano regolarmente le esercitazioni militari delle forze del patto atlantico in Lettonia, come il poligono militare di Ādaži. “Impariamo a proteggere aereoporti, a sbarcare mezzi e uomini in sicurezza, a distribuire equipaggiamenti e unità militari nel territorio” afferma Graube. Anche nelle prossime settimane sono in programma diverse esercitazioni militari della Nato, che impiegherà anche mezzi bllindati e aerei.

Sospesa temporaneamente la libera circolazione Schengen in Estonia. Il caso di Valka/Valga, città sul confine

Ritorno al passato per qualche giorno alla frontiera fra Lettonia ed Estonia, dove fino al 4 settembre sono stati ripristinati i controlli dei documenti per chi attraversa il confine fra i due stati della Ue e le misure di sicurezza. Il motivo: la visita di Barack Obama. I controlli ovviamente sono estesi a tutti i passaggi di confine dell’Estonia, compresi porti ed aeroporti. Per quanto riguarda il confine lettone, si potrà attraversare la frontiera fra i due stati solo attraverso i posti di confine ufficiali.

La temporanea sospensione del passaggio libero alle frontiere fra Lettonia ed Estonia sarà un bel problema per una città che è divisa a metà fra i due paesi: Valka o Valga, che la si veda dal confine lettone o da quello estone. La città è divisa in due, da una parte la Lettonia, dall’altra l’Estonia, ma fin dall’entrata in vigore del trattato di Schengen nei due paesi, dopo la loro adesione alla UE, gli abitanti di Valka-Valga, sono abituati ad attraversare quotidianamente quel confine ormai solo immaginario.

Uno dei punti di controllo del confine fra Estonia e Lettonia a Valka
Uno dei punti di controllo del confine fra Estonia e Lettonia a Valka

Ci sono lettoni che lavorano nella parte estone, ed estoni che fanno lo stesso in Lettonia. Si va a fare la spesa secondo la convenienza in un stato o nell’altro, persino per il jogging, lungo gli argini verdi e curati del Pedele, il fiume che attraversa la città e il confine stesso dei due paesi.

I controlli comunque, secondo quanto informa una nota del ministero del’intero estone, non saranno particolarmente rigidi nella zona sud occidentale del paese, appunto quella che interessa i confini con la Lettonia. Non si pensa che particolarmente da questa zona possano entrare persone pericolose per la sicurezza della delegazione americana in visita a Tallin. Le disposizioni ai posti di controllo potranno variare di intensità e rigidità sulla base delle necessità individuate dal ministero degli interni.

E’ la seconda volta, da quando le frontiere europee sono state aperte, che l’Estonia reintroduce controlli all’interno dei suoi confini europei. Era successo la prima volta nel 2010 in occasione del vertice dei ministri degli esteri della Nato.

BALCANI: Una Schengen per tutti e per nessuno, i rom inceppano il sistema

Ottobre 2012: alcuni ministri del Consiglio europeo su Giustizia e affari interni hanno sollecitato la re-introduzione dell’obbligo del visto sui passaporti dei cittadini di Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia e Albania. A chiederlo sono stati i rappresentanti di Germania, Austria, Belgio, Lussemburgo, Olanda e Svezia, paesi con le più elevate percentuali di richiedenti asilo da parte dei migranti balcanici, a causa dell’aumento sistematico delle richieste d’asilo.

La decisione di permettere la circolazione nell’area Schengen senza obbligo di visto risale alla fine del 2009 per Macedonia, Montenegro e Serbia. Dal 2010 anche per gli albanesi e i bosniaci è garantita la stessa situazione. Come riporta  l’Economist qualche giorno fa, rifacendosi al rapporto ESI 2013 (che a sua volta si basa su dati Eurostat), nel 2009, prima dell’adozione del sistema di liberalizzazione dei visti (visa-free travel), le richieste di asilo in arrivo da cittadini balcanici erano circa 9.860. Nel 2012 si è arrivati a 33.530. Si sottolinea inoltre come tra i 19.650 che hanno presentato domanda di asilo in Germania, Lussemburgo e Svezia, solo 15 sono stati ufficialmente riconosciuti idonei (2009-2011).

Il fenomeno delle false richieste viene presentato come crescente e in quanto tale preoccupante. Varare le numerose domande, la maggior parte infondate, è un onere eccessivo per i paesi ospitanti. Infatti un richiedente asilo, qualora non abbia i requisiti per ottenere lo status, ha comunque il diritto di godere dei sussidi previsti e dell’ospitalità provvisoria finché non sia ufficiale il verdetto negativo. Il rapporto ESI però ricorda come nel 2011 le circa 26.000 richieste di asilo provenienti dai Balcani Occidentali rappresentavano solamente il 9% del totale in UE.

In un primo momento il problema dell’abuso di domande è stato affrontato dall’Unione con un monito ai governi dei Balcani ad adottare alcune misure per ridurne l’impatto: campagne di informazione sui diritti e doveri dei richiedenti asilo, istituzione di controlli sulle compagnie di trasporto, maggiori ausili economici per le minoranze etniche. Misure che, nella loro semplicità, hanno rivelato la loro inefficacia. L’intensificazione dei controlli alle frontiere, paventata come soluzione, è problematica: se, come si puntualizza, la maggior parte dei migranti è rom, bloccarli (sempre che se ne nutra l’intenzione) potrebbe essere interpretato come un atto discriminatorio.

Di questo fenomeno, denuncia e spiega l’ESI, non dovrebbero essere accusati solamente i governi balcanici. Non è il flusso migratorio in sé a generare il problema dei costi. Andrebbero analizzate le politiche di gestione che si propongono. La Germania è il paese che riceve più richieste dai migranti balcanici. A luglio 2012 però ha incrementato i benefici per i rifugiati e i richiedenti asilo: il sussidio monetario è passato da 120 a 420 euro mensili. Questo ha avuto un impatto immediato sull’aumento delle richieste. Vanno poi ricordati i tempi procedurali per l’accettazione o il diniego del diritto di asilo: dai due, tre mesi per la prima istanza, fino agli otto mesi per la seconda.

L’Austria invece, nonostante la sua vicinanza geografica e la sua radicata comunità di origine balcanica, in questi anni ha addirittura registrato un calo di richieste, che in questo paese vengono decise in massimo tre settimane. Con o senza ricorso, chi si è visto rifiutato lo status deve lasciare il paese entro due settimane. Anche in Francia la procedura impiega circa venti giorni, e con il primo diniego si perdono i sussidi e il diritto a rimanere in territorio francese.

La proposta avanzata per le reintroduzione del sistema dei visti risulta un chiaro messaggio politico (il tema immigrazione è sempre caro alle campagne elettorali), ma è da inquadrarsi come un passo indietro nel processo di integrazione, e come tale, perde credibilità.

Foto: Presseurop.eu
Leggi anche:
–  BALCANI: Come salvare la liberalizzazione dei visti, traduzione del sommario esecutivo del rapporto ESI 2013

RUSSIA: Kaliningrad verso l'Europa. Libera circolazione nella Prussia orientale

Da oggi Kaliningrad è un po’ più vicina all’Europa. La città russa sul Baltico, già luogo natale di Kant, ha acquistato il diritto per i suoi cittadini di muoversi senza necessità di visto in due regioni frontaliere della Polonia (e viceversa). Grazie ad un accordo bilaterale tra Russia e Polonia, e alla modifica di un regolamento dell’Unione Europea, tutti i residenti dell’oblast, divenuto una enclave Schengen a partire dal 2004, beneficiano ora di una maggiore libertà di movimento. Ma andiamo con ordine.

Come ammorbidire la frontiera Schengen: gli accordi di traffico frontaliero locale

L’area coperta dall’accordo LBT per Kaliningrad (fonte: http://emn.gov.pl/dokumenty/zalaczniki/75/75-12989.jpg)

L’adesione dei paesi dell’Europa centro-orientale all’Unione Europea ha portato con sé lo spostamento ad est della frontiera dell’area Schengen di libera circolazione – con l’effetto collaterale di irrigidire frontiere che invece avevano forti dinamiche economiche e sociali, quali il confine polacco-ucraino. Per alleviare tali effetti negativi, il Codice Schengen prevede la possibilità di firmare degli accordi bilaterali tra un paese UE e un paese terzo – accordi di traffico frontaliero locale  (LBT), regolati in base alla Local Border Traffic Regulation n. 1931/2006. Tali accordi permettono ai residenti di una fascia di trenta chilometri sui due lati della frontiera (estendibile fino a cinquanta chilometri) di attraversarla senza visto, solo grazie ad un documento amministrativo da rinnovare periodicamente, e di potersi muovere nella fascia di 30 (o 50) km al di là della frontiera. Gli accordi LBT permettono quindi la circolazione tra le zone frontaliere, senza la possibilità di muoversi nello spazio Schengen o nell’intero paese UE. Quattro accordi LBT sono già in vigore: tra l’Ucraina e l’Ungheria (2008), la Slovacchia (2008) e la Polonia (2009), e tra Romania e Moldavia (2009). Un accordo successivo, tra Norvegia e Russia sulla frontiera artica, è entrato in vigore nel 2011 ed ha fatto da apripista per l’accordo russo-polacco su Kaliningrad. Altri accordi sono in via di negoziazione: Bielorussia e Russia con Lettonia e Lituania, e Ucraina-Romania.

Il “caso Kaliningrad”: una cooperazione russo-polacca e la resurrezione dell’area della Prussia

La previsione degli accordi LBT ha ben funzionato in diversi casi, ma nel caso dell’exclave russa di Kaliningrad avrebbe portato ad un paradosso, separando i cittadini del piccolo oblast in quattro categorie: gli aventi diritto al transito frontaliero con la Polonia, con la Lituania, con entrambi i paesi, o con nessuno dei due. E in quest’ultima categoria sarebbe finito il mezzo milione di abitanti della città di Kaliningrad, circa la metà della popolazione della regione e suo centro economico e politico.

L’accordo russo-polacco, negoziato tra 2008 e 2010, prevedeva perciò che l’intera popolazione dell’oblast potesse beneficiare del regime semplificato di transito frontaliero – purché residenti da 3 anni – potendosi recare in una regione allargata del nord-est polacco, in alcuni comuni delle regioni di Varmia e Masuria, fino a 30 giorni alla volta, per un totale massimo di 90 giorni all’anno.

Tuttavia, per poter entrare in vigore, tale accordo aveva bisogno di una revisione del diritto europeo, e in specifico del Regolamento LBT del 2006: ciò che chiedevano con una lettera comune a Cathy Ashton i ministeri degli esteri di Russia e Polonia nell’aprile 2010. L’idea venne fatta propria dalla Commissione Europea, e il regolamento LBT veniva modificato con un voto pressoché unanime del Parlamento Europeo (556 sì e 69 no) nel dicembre 2011, considerando Kaliningrad come “eccezione” e dando all’intera regione lo status frontaliero. L’accordo LBT tra Russia e Polonia poteva così entrare in vigore il 27 luglio 2012: circa due milioni di cittadini polacchi, ed un milione di cittadini russi, hanno così acquistato il diritto di muoversi nelle reciproche regioni.

L’accordo copre, oltre all’oblast di Kaliningrad, le maggiori città del nord-est polacco: la tripla metropoli (trojmiasto) di Danzica-Gdynia-Sopot alla foce della Vistola, e le città di Elbląg e Olsztyn nella regione dei laghi masuri. In piccolo, l’accordo permette la resurrezione dell’area della Prussia orientale, divisa tra Russia, Polonia e Lituania al termine del secondo conflitto mondiale.

Mappa della Prussia orientale (1923-39) con sovraimposte le frontiere odierne (fonte: http://nccg.org/preussen/FAQ02.html)

Rischi e benefici. Tra economia e influenza politica

La liberalizzazione dei visti, de facto, tra l’oblast di Kaliningrad e il nord-est polacco porta con sé una serie di rischi e di benefici.

Tra i vantaggi, c’è di certo l’evitare di creare divisioni di status tra i residenti dell’oblast. La possibilità di muoversi liberamente darà inoltre una spinta alla cooperazione culturale e scientifica, e favorirà il turismo e il commercio. I cittadini polacchi andranno probabilmente a fare il pieno in Russia, dove costa la metà, mentre i russi potranno fare la spesa in Polonia, dove molti prodotti sono più economici grazie ai benefici del mercato interno UE; un nuovo centro commerciale è già in costruzione a Braniewo, vicino alla frontiera. Le città polacche della costa beneficieranno inoltre di un maggiore influsso di turisti russi, che già vi si recano.  Kaliningrad è fortemente dipendente dall’importazione di beni, e se l’accordo produrrà gli stessi effetti dell’accordo LBT polacco-ucraino (grazie al quale il valore delle spese dei cittadini ucraini in Polonia è raddoppiato in tre anni) entrambe le aree potranno godere dello sviluppo dei commerci. E anche lo sviluppo dell’influenza politica polacca (ed europea) nella regione non è da sottovalutare.

Per quanto riguarda i rischi, il fattore sicurezza e immigrazione è probabilmente il più pubblicizzato: alcuni analisti polacchi hanno citato il timore che la Germania possa reintrodurre i controlli alle frontiere, se i cittadini di Kaliningrad dovessero abusare sistematicamente dell’accordo LBT. Tuttavia l’esperienza degli altri accordi LBT mostra che tale paura è eccessiva. Nella valutazione degli accordi di frontiera esistenti, la Commissione ha riportato ben pochi casi di abusi, specialmente per quanto riguarda la violazione della zona di frontiera per recarsi in altri stati membri UE: controlli random al di là della zona di frontiera possono portare ad un bando dalla zona Schengen per 5 anni ai cittadini di stati terzi trovati in violazione delle regole.

E’ più probabile che sia il sistema polacco di gestione delle frontiere ad andare sotto stress a causa del più alto numero di attraversamenti. A tal fine, è previsto che i cittadini dell’oblast abbiano dei punti-frontiera appositi, e che il personale polacco venga formato sulle novità introdotte.

Le reticenze lituane, le ambiguità russe, e le prospettive per la liberalizzazione dei visti

L’accordo LBT su Kaliningrad ha visto una frenetica attività diplomatica della Polonia, anche in relazione al suo periodo di presidenza a rotazione del Consiglio dell’Unione Europea nel secondo semestre 2011. Dall’altra parte, esso non ha raccolto lo stesso entusiasmo delle autorità lituane. Vilnius non ha accettato il principio di estensione dell’area frontaliera all’intero oblast di Kaliningrad, cosa che avrebbe comportato l’apertura ai cittadini russi di una regione della Lituania inclusiva di Kaunas, la seconda città del paese. I lituani sono pertanto rimasti alla finestra, a vedere come la Polonia avrebbe proseguito nell’iniziativa.

Anche l’atteggiamento delle autorità della Federazione Russa non è stato sempre coerente. Nel giugno 2011, a Sochi, Putin ha criticato lo status speciale per la regione, giustificandosi in base alla parità di trattamento tra tutti i cittadini russi e temendo che ciò possa comportare ritardi sulla liberalizzazione dei visti per tutto il paese, una volta che Bruxelles avrà ottenuto vantaggi nella regione che gli interessa di più. In effetti l’oblast di Kaliningrad ricopre un ruolo particolare nella Federazione Russa: da una parte principale base militare della flotta del Baltico (nel 2008 Putin minacciò di schierarvi missili Iskander contro il progetto americano di scudo spaziale), dall’altra regione a rischio di separatismo e di ingresso di idee occidentali (vedi la nascita del sindacato ‘Solidarnost’ e le proteste antigovernative).

L’entrata in funzione dell’accordo LBT, in ogni caso, costituirà un test importante per un successivo eventuale dialogo sulla liberalizzazione dei visti con la Russia. Un tale dialogo è attualmente aperto tra l’UE, la Georgia, l’Ucraina e la Moldavia, e alcuni stati membri (tra cui Francia e Germania) sono a favore dell’estensione di tale processo alla Russia.

foto di Eva Freaude / cc Flikr

ROMANIA: Il monito di Bruxelles: "ristabilite lo stato di diritto". Ma Bucarest non ci sta

Stato di diritto e indipendenza della magistratura. La Romania osservata speciale a Bruxelles

E’ trapelata oggi la minuta dell’incontro di giovedì 12 luglio tra il primo ministro romeno, Victor Ponta, e il presidente della Commissione Europea, José Barroso. Senza andare per il sottile, la Commissione presenta al governo di Bucarest una lista in 11 punti e due paragrafi: “rispetto dello stato di diritto e dell’indipendenza del potere giudiziario” e “ristabilimento della fiducia”.

Le misure richieste da Bruxelles comprendono alcuni punti molto precisi, quali l’abrogazione delle ordinanze d’emergenza sui poteri della Corte costituzionale e sul quorum per i referendum; Bruxelles diffida inoltre Bucarest dall’utilizzare lo strumento delle ordinanze per alterare l’equilibrio dei poteri costituzionali, richiede l’immediata conformità con le sentenze della Corte costituzionale e diffida il governo dalla pubblicazione selettiva delle sentenze della Corte nella Gazzetta ufficiale, “a fini politici”. Tra le misure per il ristabilimento della fiducia, la Commissione cita la necessità che la nomina del difensore civico sia super-partes, e che un’eventuale presidenza post-Basescu “facente funzioni” non nomini procuratori generali o direttori dell’Agenzia nazionale anti-corruzione, né conceda la grazia ad alcuno. Infine, i ministri condannati con sentenze passate in giudicato dovranno dimettersi, così come i parlamentari condannati per corruzione, incompatibilità o conflitto d’interesse.

Di ritorno da Bruxelles, Victor Ponta ha cercato di minimizzare, dichiarando che avrebbe risposto per scritto ad “alcune domande” formulate dalla Commissione. Il neo-presidente del Senato, Crim Antonescu, che diventerebbe presidente della repubblica in caso di caduta di Basescu, ha sostenuto che “il presidente della Romania, anche ad interim, non prende ordini da nessuno, se non dal Parlamento e dal popolo romeno”.

Il crescendo delle preoccupazioni e delle pressioni europee su Bucarest

Le pressioni europee avevano avuto inizio il 6 luglio, con una dichiarazione in cui la Commissione si diceva “preoccupata circa gli sviluppi correnti in Romania, specialmente riguardo ad azioni che sembrano ridurre i poteri effettivi di istituzioni indipendenti quali la Corte Costituzionale”. Secondo la Commissione, tale situazione mette “a rischio tutti i progressi compiuti negli ultimi cinque anni nel rispetto dello stato di diritto, dei contropoteri democratici e dell’indipendenza del potere giudiziario” nel paese carpatico.

Anche il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, aveva avvertito Ponta di far salvi l’indipendenza giudiziaria e lo stato di diritto nel paese. Angela Merkel aveva convocato l’ambasciatore romeno settimana scorsa, esprimendogli “grande preoccupazione” per sviluppi legislativi che “mettono seriamente a rischio il principio della separazione dei poteri”. La stessa preoccupazione aveva annunciatoil portavoce del governo tedesco, annunciando che Berlino avrebbe sostenuto eventuali “azioni dell’Unione Europea”. Ed in questo senso si sono mossi alcuni eurodeputati di centrodestra (PPE), i tedeschi Markus Ferder e Elmar Brok, e il francese Alain Lamassoure, proponendo la sospensione dei diritti di voto della Romania nel Consiglio UE, ai sensi dell’articolo 7 del trattato UE (“violazione grave e persistente” dei valori dell’Unione, inclusi stato di diritto e democrazia): un’azione grave e finora presa una sola volta, nel 2000, a prevenzione del possibile ingresso di Haider nel governo austriaco. Misure di minore portata ma di maggiore efficacia includono l’apertura di procedimenti d’infrazione a carico della Romania di fronte alla Corte di Giustizia UE (come fatto per Orban), e la sospensione dell’erogazione dei fondi strutturali europei al paese.

A mettere sull’allarme la Commissione, secondo il suo portavoce, non sarebbe stato un atto particolare del governo Ponta, ma piuttosto la “sequenzialità” e “rapidità” delle misure. Nel giro di poche settimane, la maggioranza social-liberale si è mossa su diversi fronti per rimuovere il presidente della repubblica, Basescu. A partire dalla conquista del premierato a maggio, Ponta ha sostituito i presidenti delle due Camere e il difensore civico con suoi fedeli; ha ignorato una sentenza della Corte costituzionale su chi, tra lui e Basescu, dovesse presentarsi al Consiglio europeo, presentandosi a Bruxelles senza un mandato interno; ha quindi impedito la pubblicazione delle sentenze in Gazzetta Ufficiale, ne ha minacciato i giudici, ha cambiato le regole referendarie per rendere più facile l’allontanamento di Basescu con lo scrutinio del 29 luglio.

Monitoraggio della corruzione e niente Schengen, la doccia d’umiltà per Ponta e il prezzo per i cittadini

Mercoledì 18 luglio verrà pubblicato il rapporto periodico UE sulla lotta alla corruzione – parte del monitoraggio post-adesione riservato a Romania e Bulgaria, il “meccanismo di cooperazione e verifica” – e la Commissione ha annunciato che il testo rifletterà “gli sviluppi correnti” nel paese. Lo stesso meccanismo di monitoraggio sarà verosimilmente esteso oltre il suo termine naturale, previsto per quest’anno.

Nel frattempo, le speranze romene di entrare a far parte dell’area Schengen (la cui frustrazione era già apparsa tramite una strana mossa politica al momento di concedere alla Serbia lo status di paese candidato) sembrano definitivamente tramontate. “Serie violazioni della lettera e dello spirito dei valori dell’Unione potrebbero far sorgere domande circa gli ultimi passi verso la piena integrazione della Romania nell’Unione”, nelle parole del ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle. Per l’inettitudine dei loro politici, troppo impegnati a farsi la guerra per accorgersi di mettere a repentaglio le istituzioni stesse della repubblica, saranno i semplici cittadini romeni a pagare ancora una volta, continuando ad essere fermati al confine per mostrare i documenti ogni volta che prendono un volo per l’ovest o che cercano di attraversare il confine ungherese o slovacco.

ROMANIA: Bucarest pone il veto all'adesione serba, poi ci ripensa. I Balcani verso l'Unione?

I Balcani procedono verso l’Unione Europea pur tra mille difficoltà. C’è una storia che non vi abbiamo raccontato e che nelle scorse settimane ha opposto la Romania alla Serbia. Ma l’orgoglio ferito di Bucarest ha trovato presto motivo di soddisfazione.

Negli ultimi giorni di febbraio Bucarest aveva infatti annunciato di voler porre il veto alla stipula dell’Accordo di Associazione dell’Europa a ventisette con la Serbia che già vedeva raggiunto l’obiettivo di iniziare un percorso d’adesione all’Unione. Una doccia fredda per Belgrado ormai prossima alle elezioni. Leggi tutto

UNIONE EUROPEA: Bulgaria, Romania e spazio Schengen. Knockin' on heaven's door?

Cos’è lo spazio Schengen

Dal 1997 lo spazio Schengen è il territorio europeo in cui è garantita la libera circolazione delle persone: no visto, no controlli sistematici degli individui interni allo spazio stesso. Questo spazio richiede regole e procedure comuni in materia di visti, soggiorni brevi, richieste d’asilo e controlli alle frontiere esterne. Gli accordi permettono, dunque, di estendere l’accesso alla mobilità internazionale aumentando l’orizzonte politico, economico e sociale individuale e comunitario degli stati aderenti.
La sicurezza delle frontiere esterne a questo spazio viene rafforzata tramite il coordinamento e la cooperazione tra i servizi di polizia e l’attività legislativa.

Ad aderire per primi a questi accordi, che prendono il nome dalla città lussemburghese in cui vennero stipulati, furono l’Italia, il Lussemburgo, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo, il Belgio, l’Austria, la Danimarca, la Finlandia, la Svezia, l’Olanda e la Grecia.

Sospendere Schengen

Per gli stati non comunitari c’è la possibilità di aderirvi: Norvegia e Islanda ne sono un chiaro esempio. Gli accordi possono essere anche sospesi: la Norvegia, ad esempio, quest’anno ha scelto di sospenderli per rafforzare i controlli interni di sicurezza, in seguito all’attentato di Oslo. Medesima cosa è accaduta in Italia durante il G8 a Genova e il G8 all’Aquila.Eppure non tutti i partecipanti alla cooperazione Schengen sono membri di questo spazio sia perchè non desiderano abolire i controlli alle frontiere sia perchè non soddisfano i requisiti richiesti per la sua applicazione.

Bulgaria e Romania, knockin’ on heaven’s door?

Da tempo ormai Bulgaria e Romania richiedono di poter aderire allo spazio Schengen. La risposta di settembre a queste ripetute richieste è stata nuovamente negativa da parte dell’Unione e il giudizio è stato rimandato alla prossima estate. L’investimento di questi due paesi nella sicurezza però c’è stato, essendo stati immessi oltre un miliardo di euro per implementare la sorveglianza congiunta delle due frontiere.

L’irrisolto problema, dunque, pare che risieda nella corruzione dei doganieri. Nelle campagne circostanti alla frontiera bulgara di Svilengrad, ad esempio, vi sono a testimonianza di questo svariate lussuose ville degli stessi doganieri. La corruzione pare sia talmente nota e sedimentata che circolano battute come questa: “Cosa si regala a un doganiere per il suo compleanno? Una mazzetta tutta per lui!”.

Fonti bulgare e romene però hanno espresso una forte insoddisfazione perchè non solo hanno ottemperato inutilmente ai requisiti allora richiesti ma adesso si trovano a dover soddisfare nuovi standard.

Costringere alle riforme

Il vicepremier bulgaro ha sostenuto che i nuovi adempimenti non sono molto chiari e inoltre sente il suo paese vittima di lamentele imprecise in merito alla corruzione e all’organizzazione del crimine.
E’ possibile che l’Europa rimandi l’entrata di questi paesi nello spazio Schengen per costringere entrambe a mettere mano a più problemi presenti nei rispettivi paesi. La Romania per ora ha arrestato 248 persone tra guardie di frontiera e doganieri mentre la Bulgaria pare abbia messo in pratica l’assegnazione informatizzata dei turni di guardia a rotazione nelle differenti postazioni.

Stando alla mia umile memoria, qualche anno fa, l’Europa non avrebbe di certo bloccato la cavalcata entusiastica verso l’estensione di questi accordi. Oggi evidentemente si palesa un po’ di malumore e di conservazione che non è detto che debba colpire necessariamente la mobilità dei singoli e dei paesi annegati nei pregiudizi decennali e nell’isolamento. Tra le altre cose, l’ ultimo doganiere italiano indagato per corruzione risale solo all’aprile del 2011.

ESTREMA DESTRA: Jihad & Smørrebrød, il caso scandinavo

di Claudio Pellegatta

da East Side Report

Agli occhi di un cittadino italiano, la Scandinavia è sempre stata riconosciuta, a torto o a ragione, come un idilliaco paradiso in terra, grazie anche a notevoli dati economici, tornati attuali in questi giorni: in Danimarca il rapporto debito Pil è al 38%, record europeo. Ma forse non tutto oggi coincide con questa visione. Dagli anni Settanta, la rispettosa e politisk korrekt società scandinava è passata da un, forse esagerato, sentimento di forte altruismo nell’accoglienza verso lo straniero a una ferrea e poco tollerante accettazione “dell’altro”. Terrorismo ed estremismo islamico hanno giocato un ruolo fondamentale in questo radicale mutamento. Leggi tutto

ROMANIA: Illusioni e sconfitte intorno a Schengen. Bucarest resta fuori, colpa dell'Olanda?

di Silvia Biasutti

 Quando la Romania varcò il club dell’Unione Europea nel 2007 non avrebbe forse immaginato un calvario come quello che sta attraversando negli ultimi mesi per completare il suo status europeo: rispettare i parametri previsti dall’acquis di Schengen e abolire così i controlli alle frontiere.

 Dopo il primo “no” arrivato all’inizio del 2011, la Romania ha dovuto rimboccarsi le maniche per dimostrare al Consiglio Europeo il suo impegno nel vigilare le frontiere contro l’immigrazione clandestina e a combattere la corruzione. E’ previsto infatti dal trattato di Schengen che i Paesi membri dell’UE debbano dimostrare di avere un sistema giudiziario efficiente in grado di garantire la sicurezza dei confini. Leggi tutto

ROMANIA: La guerra dei tulipani. L'immaturità di Bucarest

di Grigore Cartianu

da Adevarul

In risposta all’opposizione dell’Aia al suo ingresso nell’area Schengen, Bucarest ha inasprito i controlli sull’importazione dei fiori olandesi. Una reazione che denota poca maturità in campo diplomatico.

Tutto è cominciato il 16 settembre, quando i Paesi Bassi si sono opposti fermamente all’ingresso della Romania nello spazio Schengen. Ostentando palesemente la propria opposizione, gli olandesi non ci hanno soltanto tagliato fuori, ci hanno sbattuto la porta in faccia.  

Secondo gli analisti la Romania rispetta la maggior parte dei criteri tecnici fissati dall’Ue per l’ingresso nello spazio Schengen. Il paese ha investito parecchi miliardi di euro, ma siamo stati messi nello stesso fascio della Bulgaria e costretti ad aspettare che anche i nostri vicini raggiungano un livello accettabile.   Leggi tutto

UNIONE EUROPEA: Muri e muretti dentro l'Europa, quando si ripristinano le frontiere

di Gabriele Merlini

E’ noto il celebratissimo dogma giornalistico secondo cui negli articoli non bisognerebbe mai usare la prima persona singolare: io l’ho imparato da un capo-redattore molto disponibile, poi trasferito dalla capitale in una sperduta provincia a seguito del fallimento della piccola testata che lo sottopagava. Però bisogna fare uno strappo alla regola stavolta poiché la contestualizzazione necessaria dell’argomento passa dalla mia esperienza diretta: ho avuto infatti l’onore di essere stato uno tra gli ultimi ad entrare in Danimarca prima del (relativo) polverone conseguente il ripristino dei controlli di frontiera in entrata. Leggi tutto

SERBIA: Se l'Europa chiude le porte di Schengen. Tutta colpa degli zingari

di Filip Stefanović

Da qualche settimana in Serbia aleggia in televisione e sulla carta stampata lo spettro di un possibile ritiro di Serbia e Macedonia dalla lista bianca di Schengen, che dal dicembre 2009 consente il libero transito ai cittadini di questi due stati balcanici per i paesi dell’Unione europea aderenti al trattato, per un massimo di 90 giorni all’anno.

La brutta notizia è stata data dalla slovena Tanja Fajon, rappresentante presso il Parlamento europeo, in un’intervista per il giornale di Belgrado Večernje Novosti il 7 maggio scorso. Le ragioni risiedono nel numero eccessivo di richiedenti asilo, che arrivando nei paesi dell’UE grazie alle frontiere aperte, lì tentano di restare. Leggi il resto dell’articolo

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