ROMANIA: Bucarest pone il veto all'adesione serba, poi ci ripensa. I Balcani verso l'Unione?

I Balcani procedono verso l’Unione Europea pur tra mille difficoltà. C’è una storia che non vi abbiamo raccontato e che nelle scorse settimane ha opposto la Romania alla Serbia. Ma l’orgoglio ferito di Bucarest ha trovato presto motivo di soddisfazione.

Negli ultimi giorni di febbraio Bucarest aveva infatti annunciato di voler porre il veto alla stipula dell’Accordo di Associazione dell’Europa a ventisette con la Serbia che già vedeva raggiunto l’obiettivo di iniziare un percorso d’adesione all’Unione. Una doccia fredda per Belgrado ormai prossima alle elezioni.

Il motivo apparente

Il motivo, almeno quello apparente, della contrarietà romena stava nella mancata tutela della Serbia nei confronti della minoranza valacca. Una minoranza di origine trace-illirica  completamente romanizzata già nel VI° secolo. La Valacchia è il territorio tra il Danubio e le Alpi Transilvaniche, un antico principato che unendosi alla Moldavia generò il regno di Romania, non prima di finire nelle mani dell’impero ottomano. Oggi parte della popolazione valacca risiede in Serbia. Si tratta di circa 40mila persone che vivono in gran parte nella zona al confine con la Romania e parlano una lingua latina. Insomma, non si tratta di genti slave, come invece i loro vicini serbi.

La questione valacca non c’entra un’acca

Nonostante la costituzione serba tuteli espressamente le minoranze linguistiche, la Romania aveva minacciato di rompere le uova nel paniere a Belgrado che, dopo mille difficoltà (dai criminali di guerra consegnati, alla rinuncia al Kosovo) vedeva avvicinarsi il miraggio europeo.

All’annuncio del colpo di testa romeno il presidente serbo Boris Tadic ed il suo ministro degli Esteri , Vuk Jeremic, sembravano prossimi a una crisi di nervi. Anche perché, a ben vedere, non sembra che i valacchi soffrano di una qualche discriminazione.

Bucarest teme la secessione transilvana?

Nelle scorse settimane Belgrado ha finalmentre riconosciuto, sostanzialmente, l’autonomia della sua ex provincia meridionale del Kosovo stringendo con Pristina un importante accordo. Sembrava fatta. Belgrado, pur senza riconoscere l’indipendenza del Kosovo, vedeva spianata la strada verso l’Europa. Dopo la sigla dell’accordo Tadic si è affrettato a dichiarare che la Serbia non intende riconoscere l’indipendenza di Pristina, che non accetterà condizioni, ma ormai è evidente a tutti che si tratta di fole raccontate da un governo che si arrampica sugli specchi per non dire, nell’imminenza delle elezioni, che quella sul Kosovo è partita chiusa.

Il presidente romeno Traian Basescu, spalleggiato dal neo-premier Ungureanu e dal ministro degli Esteri, Cristian Diaconescu, hanno pensato bene di accusare Belgrado di aver creato un pericoloso precedente per l’Europa intera. Bucarest teme che il precedente del Kosovo possa dare adito ai movimenti separatisti filo-ungheresi della Transilvania dove, nei distretti del Mures, di Harghita e di Covasna, vive la minoranza magiara. Erano quelli territori del Regno d’Ungheria fino alla fine della Prima guerra mondiale e  oggi i magiari residenti, anche incoraggiati dal nuovo corso nazionalista e irredentista di Budapest, sognano la riunificazione della storica regione all’Ungheria. I pericoli della secessione ungherese, però, sembrano piuttosto remoti.

La ritorsione di Bucarest

Ma né la tutela della minoranza valacca né il pericolo secessionista transilvano sembrano motivazioni credibili per il veto romeno. Anche perché, se lo fossero, sarebbero un tantino risibili. I malpensanti hanno avanzato l’ipotesi “ritorsiva”. E a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. La Romania, infatti, ha visto più volte chiusa la porta dello spazio Schengen. A non volerla è stata soprattutto l’Olanda che paventa la diffusione del crimine organizzato trans-nazionale contro cui Bucarest non saprebbe (o non vorrebbe) fare abbastanza. Pregiudizi vecchi come il continente.

Anche per questo il ministro degli Esteri Diaconescu aveva espresso il desiderio di recarsi personalmente ad Amsterdam per cercare di sbloccare la situazione: “Perché a croati, serbi, ed in prospettiva ad albanesi, macedoni e bosniaci, l’Unione Europea permette molte cose mentre nei nostri confronti esprimono solamente veti e chiusure?” ha dichiarato il ministro. Forse in queste parole va ricercato il motivo del veto romeno.

Bosnia, Albania e Turchia

Un veto presto caduto, però. Così il primo marzo Belgrado ha compiuto il grande passo. La speranza è che gradualmente tutti i Paesi dei Balcani occidentali entrino nell’Unione e lì trovino motivo di disinnescare le tensioni che li oppongono. Il veto romeno, infatti, era “esteso” idealmente anche a Bosnia e Albania che però non si scomposte più di tanto. Tirana e Sarajevo guardano certo all’Europa ma non solo. Polo d’attrazione è oggi più che mai la Turchia, capace di entrare nell’economia balcanica anche grazie al retaggio ottomano. L’Albania guarda agli investimenti turchi mentre la Bosnia Erzegovina potrebbe rivelarsi il trait d’union tra Bruxelles e Ankara, vista la vicinanza anche culturale con la Sublime Porta e gli investimenti dell’Unione Europea nella ricostruzione post-bellica.

Certo Sarajevo non può facilmente dimenticare le responsabilità europee in quelle che furono le guerre jugoslave. La strage di musulmani a Srebrenica, inoltre, fu permessa proprio dai militari olandesi, provenienti cioè da un membro fondatore dell’Unione, oggi molto impegnato ad impedire a Romania e Bulgaria l’accesso allo spazio Schengen.

Insomma, una Serbia che va verso l’Europa potrebbe dare la stura all’avvicinamento europeo di tutti i Balcani, forse Turchia compresa.Un avvicinamento generale che aiuterebbe la Romania a vincere le resistenze olandesi all’ingresso in Schengen. Ecco che il veto, allora, proprio non si spiega. Ma nell’Unione dell’egosimo nazionalista cose del genere non stupiscono, purtroppo.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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11 commenti

  1. Perchè il veto è caduto? Hanno ottenuto qualcosa in cambio?

    PS. Nel frattempo la Turchia, mentre il vecchio continente affanna e non sa quali strade imboccare per l’Unione Europea, o se proprio fare retromarcia…nel frattempo la Turchia cresce a ritmi vigorosi, si fa promotrice di un islam laico (si può dire?) e moderato, e da paese di emigrazione – lo sanno bene i tedeschi – diventa meta per i migranti dei paesi vicini.

  2. ERRATA CORRIGE: Nel testo si scriveva che i valacchi parlano una lingua trace-illirica. Sbagliato, i valacchi sono una popolazione di origine trace-illirica (leggi: non slava) romanizzata dal I° al VI° secolo. Essendo romanizzati la loro lingua di oggi è di origine latina, esattamente come il romeno di cui non mi è chiaro se il valacco rappresenta una variante dialettale. Ma ci soccorreranno i lettori in questo. Ho provveduto a correggere il testo, quindi non troverete più l’errore, ma era giusto segnalarlo.

    un saluto

    Matteo

  3. Dani: la Romania ha dovuto fare marcia indietro perché era una mossa politicamente insostenibile: tantopiù dopo che, a seguito dell’affare del golfo di Pirano, è ormai prassi consolidata che le questioni bilaterali non devono impedire il raggiungimento del consenso a livello europeo. Bucarest ci ha perso la faccia, ma l’ha fatto solo per dare voce alla propria insoddisfazione sul dossier Schengen.
    Sulla Turchia sto diventando sempre più scettico: dubito che possa continuare a crescere economicamente quando tanto Europa quanto Medio Oriente (suoi mercati d’export) sono in piena crisi, e penso che il modello politico dell’AKP abbia ormai fatto il suo tempo e mostri chiaramente i suoi limiti.

    Matteo: qualche mese fa ero qui a BXL ad una conferenza in cui una ricercatrice (valacca) parlava della situazione della minoranza valacca in Serbia, e dell’evoluzione linguistica. Se interessa ti mando gli scan dei miei appunti.

    • Quindi hanno fatto marcia indietro senza ottenere nulla? han solo fatto una gran figura di m…:) Lol quando capirò le relazioni internazionali sarò soddisfatta…

      Sulla Turchia io parlo da entusiasta e scarsamente conoscitrice, quindi ti dovrei dare ragione, non fosse che essere entusiasta un po’ mi piace…
      se è pur vero che i suoi mercati d’export sono in crisi, visto che esistono larghe fette del paese ancora da “sviluppare” – tra virgolette una parola che sai non piacermi – non potrebbero costituire esse i punti di sviluppo e allo stesso tempo i mercati di sbocco?
      Baci

      • Si, ma riorientare la produzione dall’export-oriented al consumo interno è difficile, non sono le stesse categorie di prodotti. (ma come economista lo sai meglio di me 🙂 )

  4. Ancora un dettaglio sulla prima frase del post: il veto di Bucarest non era “alla stipula dell’Accordo di Associazione dell’Europa a ventisette con la Serbia” (atto bilaterale UE-Serbia, avvenuto tramite accordo SAA nel 2008), ma al riconoscimento da parte del Consiglio Europeo dello status di “paese candidato” alla Serbia (atto unilaterale dell’UE), dopo che questa aveva deposto il dossier di candidatura nel 2009. Mi permetto di correggere nella versione che ripubblico su Termometro Politico.

  5. Bonaiti Emilio

    Irresistibile il ricordo corre a Winston Churchill il quale tanto tempo fa sosteneva che i Balcani producono più storia di quanto riescano a consumare…..

    • Vero, Emilio, ma ho sempre pensato che queste “gocce di saggezza” ci rinforzino solo nei nostri pregiudizi… non si potrebbe forse dire la stessa cosa dell’Italia o dell’Africa centrale?

  6. L’integrazione dei Balcani nell’UE potrebbe portare ad un avvicinamento ovvero ad un “riavvicinamento” dei paesi balcanici… Come conseguenza migliorare i rapporti tra i paesi sul piano della politica estera ed economica. Per l’entrata nell’UE ci vogliono certamente le riforme adeguate e non soltanto speranza di investimenti esteri, ma parallelamente anche uno sviluppo ”interno” il quale non tenga conto soltanto dell’aumento del capitale ma anche dell’aumento della tutela dei lavoratori. In questo momento ci sono tanti “tira e molla”, perciò attendiamo la RIUNIFICAZIONE dei Balcani.

    • Bonaiti Emilio

      Davidedenti confesso di essere rimasto stupefatto sul rapporto tra i Balcani, l’Italia e i paesi dell’Africa centrale. Poi ho capito che si trattava di una ‘provocazione’ oggi tanto di moda tra intellettuali, opinionisti e politici del nostro Bel Paese. Avendo compreso che la britannica “goccia di sapienza” era troppo lontana nel tempo ti riporto il più geograficamente riduttivo giudizio di Miroslav Krleza, croato, filojugoslavo, comunista: ” Serbi e Croati non sono che la stessa merda di vacca spaccata in due dalla Storia”.
      Quanto alla invocata ‘riunificazione’ dei Balcani cui accenna MK, io parlerei di UNIONE perché i Balcani non sono mai stati uniti

      • Bonaiti Emilio

        Giuro solennemente che la “goccia di sapienza” di cui sopra l’ho scritta prima prima di aver letto l’articolo sui responsabili della guerra jugoslava.

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