UNIONE EUROPEA: Un’unica Unione per un’unica democrazia

Sul Sole 24 Ore del 12 aprile, Sergio Fabbrini propone la sua visione per l’Unione Europea del dopo-eurocrisi. E’, la sua, un’UE a due velocità: un nucleo federale incentrato sull’eurozona, con un governo comune stabilito da un nuovo Trattato, opposto ad una periferia più lenta la cui integrazione è limitata al mercato unico. La visione di Fabbrini ha il privilegio della semplicità, ma sorvola su alcuni fattori che la rendono poco realistica.

Primo, la complessità legale di una Unione multilivello basata su diversi Trattati costitutivi (i due trattati UE e l’eventuale Trattato dell’eurozona). A chi apparterrebbero, in tale scenario, le istituzioni comunitarie (Commissione, Parlamento, Consiglio)? Uno sdoppiamento istituzionale significherebbe un passo indietro a prima del Trattato di fusione degli esecutivi del 1967 – qualcosa di difficilmente augurabile.

Secondo, la problematicità di abbandonare le periferie dell’Unione ad uno status intermedio. Se è vero che una versione light dell’integrazione (accesso al mercato comune, ma senza moneta unica e libera circolazione delle persone) potrebbe fare comodo al Regno Unito e permettere una più agevole adesione della Turchia, tutti gli altri paesi che ancora non hanno adottato l’euro ma che sono legalmente obbligati a farlo, a partire dai paesi d’Europa centrale, non avrebbero nessun interesse a vedersi relegati ai margini.

Terzo, l’impossibilità di separare nettamente livello europeo e nazionale, come proposto da Fabbrini. La compenetrazione tra i due è tra le caratteristiche fondamentali dell’Unione contemporanea, che si basa sulla collaborazione dei governi nazionali per adottare la propria legislazione e per mettere in atto le proprie politiche, non avendo come gli Stati Uniti un’amministrazione federale separata

Nel suo intervento del 14 aprile, Antonio Padoa Schioppa risponde a Fabbrini per mettere in guardia dall’idea di un Parlamento separato per l’eurozona, proponendo invece di sfruttare le istituzioni che esistono per democratizzare l’eurozona. Una soluzione alla questione di West Lothian per l’UE non può essere lo sdoppiamento delle istituzioni. Ma anche la proposti da Padoa Schioppa (far votare sulle questioni dell’eurozona solo gli eurodeputati dei paesi dell’euro – similarmente alla proposta di English Votes for English Laws) non è scevra da problemi. In primis, gli eurodeputati rappresentano i propri elettori, non i propri paesi d’origine; inoltre, non è facile stabilire quali questioni siano relative alla sola eurozona e quali concernino l’intera Unione; infine, si richiederebbe in ogni caso di una revisione dei trattati.

La soluzione più lineare, per l’avanzamento e lo sviluppo democratico dell’Europa, resta quella di rilanciare l’unitarietà dell’Unione per garantirne l’accountability democratica. Oggi UE, Schengen, ed eurozona costituiscono tre cerchi con un centro comune ma tre periferie separate. Allo stesso tempo, quei passi integrativi fatti nell’emergenza per salvare l’eurozona (Fiscal Compact, EFSF/ESM) restano al di fuori del campo delle istituzioni democratiche. Un’Unione differenziata e a più velocità, come quella attuale, è troppo complessa per poter sostenere un sistema democratico, come riconosce anche Fabbrini, che propone come surrogato un sistema di checks and balances. Ma è lo stesso Trattato UE, all’articolo 10, a stabilire che “il funzionamento dell’Unione sia fondato sulla democrazia rappresentativa”, con la rappresentanza dei cittadini nel Parlamento, attraverso i partiti europei, e degli stati membri nel Consiglio e nel Consiglio Europeo.

E’ qua che torna fondamentale, per superare il deficit democratico e permettere l’avanzamento dell’integrazione europea, la sempre sottovalutata dimensione dell’allargamento. Non appena eurozona e area Schengen arriveranno a coprire l’intero territorio dell’Unione, o quasi, si potrà arrivare ad una sostanziale democratizzazione dell’Unione per intero utilizzando le istituzioni già esistenti per costruire un sistema di democrazia rappresentativa di tipo parlamentare, la stessa già ben conosciuta dai cittadini della maggior parte degli stati membri. I trattati dell’eurozona vanno riportati nell’alveo del diritto UE, mentre esclusioni e opt-out vanno ridotti al minimo necessario e giuridicamente accettato (Cipro, Regno Unito e Irlanda per Schengen, Regno Unito e Danimarca per l’euro). Ciò permetterà di alleviare la questione del deficit democratico e di procedere ad un nuovo salto integrativo.

D’altronde non manca molto. L’euro è oggi valuta di 19 stati membri su 28 (più due esterni), Schengen si applica in 22 (più tre esterni). Oggi Croazia, Romania e Bulgaria aspettano solo un cenno d’assenso delle capitali occidentali per entrare in Schengen. Passata la bufera dell’eurocrisi, i paesi d’Europa centrale ed orientale (Romania e Repubblica Ceca in testa) stanno organizzandosi per entrare nell’euro attorno al 2020. Sempre attorno al 2020 saranno pronti a diventare membri UE i prossimi paesi dei Balcani (probabilmente Serbia e Montenegro). Basta riallineare questi cerchi, e si potrà ritornare ad approfondire, democraticamente, la costruzione europea.

Articolo pubblicato originariamente su Mente Politica del 21 aprile 2015

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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2 commenti

  1. In qualche modo le idee di Fabbrini si sposano bene con l’idea di “Europa-impero” che proprio l’autore dell’articolo aveva introdotto ottimamente (https://www.eastjournal.net/unione-europea-il-tempo-dellimpero/36020).
    Tuttavia “la soluzione più lineare” mi sembra che sia proprio la visione di Fabbrini: “unificare i cerchi” mi sembra irrealizzabile (il Regno Unito dovrebbe adottare l’euro e la Svizzera entrare nella UE). E nell’attesa dell’irrealizzabile i 17 paesi all’interno di tutti i cerchi non riescono a procedere in nessuna direzione.
    Altra questione poi riguarda gli stati che fanno parte di un’Europa platonica senza essere riconosciuti dalle istituzioni europee: in primis gli stati balcanici. Se la loro adesione alla UE significa “prendere tutto o lasciare” questo sarà sempre un processo lentissimo e a rischio inceppamento (realisticamente quanti secoli ci vorranno per l’ingresso della Bosnia?). Livelli intermedi di adesione potrebbero dare dinamicità all’integrazione, limitando sia la frustazione tra gli esclusi che i veti tra gli stati membri.

    • Il problema è che avere una costruzione europea con più livelli intermedi mette a rischio l’accountability democratica dell’UE. Regno Unito e Svizzera possono pure restare fuori, ma le eccezioni vanno limitate e il resto va riportato nell’alveo delle istituzioni comunitarie. I Balcani arriveranno, e non vorranno essere lasciati ai margini, come già oggi non vogliono esserlo Romania e Bulgaria