Romania fuori Schengen

ROMANIA: Ancora fuori Schengen, per quanto ancora?

Quindici anni dopo il suo ingresso in UE, la Romania è ancora fuori da Schengen ma i segnali di supporto politico si stanno moltiplicando.

Quindici anni dopo il suo ingresso nell’Unione Europea, ad oggi la Romania si trova ancora fuori da Schengen, lo spazio di libera circolazione fra i paesi europei, UE e non, che hanno abolito i controlli alle proprie frontiere e che costituisce uno dei pilastri fondamentali su cui si basa l’Unione: la libertà di movimento di persone. Lentamente, tuttavia, sono via via sempre più numerosi i segnali di supporto politico da parte di diversi attori europei, riaccendendo a Bucarest le speranze che Schengen possa essere finalmente a portata di mano.

L’ultimo, in ordine temporale, lunedì 29 agosto: in un discorso all’Università Carolina di Praga dall’evocativo nome “L’Europa è il nostro futuro”, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha dichiarato che la Romania, insieme a Bulgaria e Croazia, sarebbe pronta ad entrare nell’area Schengen, avendo da tempo raggiunto i requisiti tecnici necessari per pensare ad una loro inclusione nello spazio comune europeo. Come riportato da Romania Insider, Scholz ha detto che “Schengen è una delle conquiste più grandi dell’Unione Europea e dobbiamo proteggerla e svilupparla. Ciò vuol dire, fra l’altro, colmare le lacune rimanenti”, con riferimento a quei paesi UE che ne sono ancora esclusi.

La dichiarazione di Scholz fa eco alle parole del presidente francese Emmanuel Macron che, in giugno di quest’anno, durante un incontro con il suo omologo rumeno Klaus Iohannis, aveva confermato il suo sostegno all’entrata in Schengen di Bucarest, confermando che “la Francia sta al fianco della Romania”.

La reazione del Presidente Iohannis non si è fatta attendere, con una dichiarazione di ringraziamento a Scholz per il suo “personale impegno” nel sostenere Bucarest e il suo cammino verso Schengen. Come ricordato da Iohannis infatti, l’entrata in Schengen rimane uno degli obiettivi strategici e una priorità in politica estera di lunga data per il paese danubiano.

L’accidentata strada verso Schengen

Non solo il Presidente, lo stesso Primo Ministro Nicolae Ciucă aveva recentemente ribadito durante un’intervista a Bloomberg di aspettarsi che una decisione venga presa in merito entro la fine dell’anno e che si possa finalmente procede allo smantellamento del Meccanismo di Cooperazione e Verifica (MCV), lo strumento con cui Bruxelles monitora lo stato e l’avanzamento della Romania in materia giudiziaria e di lotta alla corruzione, in funzione dal 2007. “Tutto ciò che abbiamo fatto […] dimostra che siamo pronti a diventare membri di Schengen”, ha concluso Ciucă.

Una speranza giustificata dal via libera della Commissione e del Parlamento europeo, che hanno più volte negli anni raccomandato la Romania e l’importanza di completare Schengen, l’ultima volta nel maggio 2022 con la pubblicazione da parte della Commissione del documento “State of Schengen report 2022”, con cui si è nuovamente invitato il Consiglio europeo a mettere in agenda la questione – parole di conforto e speranza, dopo l’ennesima bocciatura per adottare l’euro.

È proprio questo l’ostacolo principale: la necessità che ad approvare l’allargamento di Schengen alla Romania sia all’unanimità il Consiglio, l’organo UE che riunisce i capi di stato e di governo dei paesi dell’Unione. Alcuni paesi si sono finora opposti duramente per preoccupazioni legate alla cosiddetta rule of law, lo stato di diritto; fra questi i Paesi Bassi, per i quali la lotta alla corruzione e la riforma strutturale delle istituzioni giudiziarie sono punti imprescindibili, legando quindi la questione a doppio filo con le valutazioni del Meccanismo.

Da quando è entrata a far parte dell’Unione Europea nel 2007, la Romania è impegnata nel processo di adesione a Schengen – in realtà, Bucarest ne fa formalmente già parte, ma la sua applicazione non è ancora in vigore e rimangono quindi i controlli alle frontiere interne con gli altri paesi (NdA). L’attivazione di Schengen è fondamentale per la Romania, in quanto rientra fra quelle convenzioni e accordi che un paese è tenuto a sottoscrivere come passaggio per diventare membro UE.

I primi colloqui circa la possibilità di aderirvi sono stati avviati dalla Romania già nel 2011. Se nel 2015 la valutazione si era conclusa positivamente, con l’approvazione da parte della Commissione della parte più tecnica del processo e il soddisfacimento dei requisiti e criteri di ammissione, ciò che da allora è mancato sono state l’intesa e la volontà politica a livello europeo.

Il complotto di Rotterdam

In Romania circola però un’altra teoria che spiegherebbe, a modo suo, perché il paese non sarebbe ancora entrato in Schengen: i Paesi Bassi sono di nuovo chiamati in causa. L’Olanda, infatti, aldilà dei legittimi dubbi per la solidità e robustezza della giustizia, sarebbe in realtà preoccupata per la concorrenza che il porto di Costanza rappresenterebbe per Rotterdam, qualora la Romania entri in Schengen. Amsterdam non vorrebbe eliminare i controlli doganali alle frontiere rumene per paura che Costanza possa superare per import ed export quello di Rotterdam, ridimensionando il traffico e l’importanza commerciale della città portuale olandese – data la vicinanza strategica delle coste rumene ai mercati mediorientali e asiatici. Esisterebbe dunque una presunta volontà olandese di ostacolare attivamente l’ingresso in Schengen della Romania, in modo da tutelare i propri interessi commerciali ed economici.

I Paesi Bassi hanno effettivamente sbarrato più volte la strada a Bucarest verso Schengen. Ciononostante, la teoria, per quanto suggestiva, è largamente infondata: i due porti “non sono in competizione, non lavorano sulle stesse rotte commerciali e non si occupano dello stesso tipo di trasporti”. Hanno inoltre differenti dimensioni, con l’attività di trasporto marittimo di Costanza circa dieci volte inferiore a Rotterdam, che come tale non potrebbe rappresentare un vero competitore per l’Olanda. Anche le collocazioni geografiche sono distinte: l’uno si affaccia sul Mar Nero, l’altro sul Mar del Nord.

C’è infine da ricordare che la libera circolazione di beni e merci (in questo caso per via marittima) è già garantita a Bucarest come membro UE e prevista dal mercato unico e dall’unione doganale, di cui la Romania fa già parte, mentre Schengen agisce sul movimento delle persone regolando l’assenza di controlli agli individui ai confini fra paesi europei.

Non solo l’Olanda

C’è anche però da tenere a mente la questione della “fatica dell’allargamento”, (enlargement fatigue, in gergo tecnico) come viene definita: cioè la riluttanza della UE, se non proprio ostilità, ad allargarsi negli ultimi anni, che non riguarda solamente l’ammissione di nuovi membri, la parte del fenomeno più visibile (il caso della Turchia docet), ma anche un approfondimento delle competenze e prerogative comunitarie e di una maggiore integrazione ed espansione di strutture come Schengen e l’Eurozona. È proprio questo il pantano in cui è invischiata la Romania da ormai quindici anni, alle prese con difficoltà tecniche interne e costretta a scontrarsi con la ritrosia di paesi scettici verso ulteriori allargamenti.

Non solo, speculare alla libertà di circolazione interna è il rafforzamento delle frontiere esterne allo spazio comune europeo e anche questo rientra fra i fattori che penalizzano Bucarest. Con l’entrata in vigore di Schengen in Romania, infatti, le autorità nazionali avrebbero il compito di gestire le frontiere esterne, che a questo punto sarebbero comuni a tutta l’Unione. È chiaro, dunque, il ragionamento di tante cancellerie europee: la Romania non è in grado di controllare efficacemente le frontiere esterne, date le molte carenze e difficoltà strutturali, ed è facile immaginare, e temere, che le instabilità derivanti da una gestione inefficace delle dogane si ripercuoterebbero inevitabilmente su tutto il territorio della UE. E come si sa, negli ultimi anni la gestione delle frontiere e del controllo dell’immigrazione sono diventati argomenti sempre più complessi, delicati e divisivi fra e nei vari paesi UE.

La visione di Scholz

L’importanza del discorso di Scholz a Praga va però ben oltre le parole di incoraggiamento e supporto per la Romania e la sua adesione a Schengen, esprimendo più in generale una visione di Europa allargata, riformata, maggiormente integrata e oriento-centrica (“Il centro dell’Europa si sta muovendo verso est”).

Scholz ha parlato espressamente di “sovranità europea” (“Quando se non ora potremmo creare un’Europea sovrana che può affermarsi in un mondo multipolare?”). Ha anche affermato la necessità di espandere l’Unione Europea, in palese controtendenza rispetto al tradizionale atteggiamento di chiusura e reticenza adottato da Berlino. Ha espresso opinioni a lungo periodo sul possibile ingresso di Ucraina, Moldavia e Georgia, e la possibilità di accogliere i paesi dei Balcani occidentali, in risposta ai cambiamenti geopolitici che stanno avvenendo lungo il fianco orientale dell’Europa.

La stessa Praga è una scelta dal duplice significato: da una parte geografico, a ribadire la maggiore centralità dell’area nella nuova visione tedesca, ma anche politico, in quanto è la Repubblica Ceca a detenere attualmente, fino a dicembre 2022, la presidenza UE, sottolineando così ulteriormente il maggiore ruolo che dovrebbe avere l’Unione.

Dice Scholz, un’Europa più numerosa (fino a 36 paesi membri) esige inevitabilmente il superamento del principio di unanimità, con cui attualmente vengono ancora prese molte delle decisioni, per non rallentare l’azione e la risposta dell’Unione, che deve essere ora più che mai incisiva, rapida e capace di affrontare in maniera coesa ed efficace le molte sfide contemporanee. Ma superare l’unanimità è una proposta controversa, in quanto vorrebbe dire rinunciare al potente diritto di veto, cui soprattutto i paesi più piccoli dell’Unione sono gelosamente affezionati.

Sullo sfondo c’è ovviamente la guerra in Ucraina e la rinnovata assertività russa (con la questione cinese solo apparentemente in secondo piano). Il conflitto fra Kyiv e Mosca, uno “spartiacque” per la UE e il mondo, ha sollecitato più che mai la necessità per l’Unione di ridefinire sé stessa e il proprio ruolo, mettendo al centro la propria sicurezza, difesa e resilienza. Un’Europa sovrana e solida, che possa superare le divisioni interne altrimenti facilmente sfruttabili da attori esterni e rivali, Russia e Cina in primis, per indebolire l’UE dall’interno e quindi l’allargamento come unico modo per rispondere alla lunga attesa di quei paesi ancora alle porte dell’Europa e sottrarli alle influenze esterne (emblematico il progressivo allineamento della Serbia con la Russia, per citarne uno).

Le parole di Scholz ricalcano il discorso di Emmanuel Macron, che a maggio 2022, in occasione della Festa dell’Europa e in concomitanza con la conclusione dei lavori delle conferenze sul futuro dell’Europa, si è espresso con termini molto simili. Allargare e approfondire l’Europa sono state le parole d’ordine anche per il Presidente francese, attraverso la revisione dei Trattati comunitari, il superamento del voto all’unanimità, che “blocca e rallenta”, per votare a maggioranza, la creazione di una “comunità politica europea” per associare quei paesi in attesa di adesione all’Unione Europea e che già “condividono i nostri valori” – Ucraina, Moldavia, Georgia, i Balcani occidentali – con l’intento di creare uno spazio di cooperazione politica, energetica, di sicurezza, sui trasporti e la circolazione delle persone.

Tornando a Schengen

Nonostante tutto, non c’è ad oggi una scadenza certa all’orizzonte per la lunga attesa rumena. Tuttavia, si può ragionare su due aspetti, solo apparentemente in contraddizione. Da una parte, l’attuale situazione politica, economica, sociale e geopolitica in cui si trova la UE – con la pandemia di COVID-19 lungi dall’essere esaurita, la guerra in Ucraina, le sue molteplici conseguenze sulle economie del continente e il sempre più problematico approvvigionamento energetico, la crisi climatica – non rende gioco facile alla Romania. La questione di Schengen non appare impellente, a fronte delle emergenze imminenti e le urgenti crisi da affrontare. Allo stesso tempo, la situazione potrebbe non essere così avversa a Bucarest come sembra, in quanto queste stesse urgenze stanno ultimamente spingendo gli stati UE a cercare sempre più soluzioni condivise e comuni, e a rivedere posizioni di intransigenza mantenute tenacemente fino a poco tempo fa: in quest’ottica, le parole di Scholz e Macron assumono così il significato di una rivalutazione della necessità di maggiore integrazione dentro l’Unione, come unica arma per affrontare un scenario internazionale perlomeno complesso.

La Germania era rimasta, insieme a Finlandia e Paesi Bassi, fra gli ultimi paesi a opporsi apertamente alla Romania in Schengen e, quindi, l’apertura di Scholz può servire a dare impulso ad un processo rimasto bloccato per troppo tempo. Le dichiarazioni congiunte di Scholz e Macron, a capo dei due più importanti paesi europei, a sostegno della Romania e la necessità di completare Schengen lasciano ben sperare. E Bucarest ha già aspettato abbastanza.

Foto: REUTERS/David W Cerny

Per approfondire

“ROMANIA: Verso l’adesione a Schengen? Intanto si prepara la riforma dell’area di libera circolazione”

Il discorso di Emmanuel Macron e quello di Olaf Scholz (in inglese)

“Come funziona lo spazio Schengen“, Internazionale

Qui e qui il Report della Commissione UE sullo Stato di Schengen 2022 (in inglese)

Chi è Rebecca Grossi

Appassionata di politica e di tutto ciò che sta al di là della ex Cortina di ferro, ha frequentato Studi Internazionali a Trento e Studi sull'Est Europa presso l'Università di Bologna. Dopo soggiorni più o meno lunghi di studio e lavoro in Austria, Grecia, Germania, Romania e Slovenia, abita ora a Lipsia, nell'ex DDR, dove è impegnata in un dottorato di ricerca sul ruolo del Mar Nero nella strategia geopolitica della Romania. Per East Journal si occupa principalmente di Romania e Turchia.

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