BALCANI: La fine della crisi politica in Macedonia, Albania e Kosovo

Foto: http://www.ecfr.eu

Schiarite inaspettate sul quadrante sud dei Balcani nel corso della scorsa settimana. La crisi politica che attanagliava Macedonia, Albania e Kosovo – la prima da due anni, l’ultima da due settimane – sembra essere finalmente avviata ovunque ad una soluzione. In Kosovo un accordo politico aumenta le possibilità di una rapida formazione di un governo dopo le venture elezioni dell’11 giugno. In Albania il partito d’opposizione ha abbandonato l’Aventino e accettato di partecipare alle elezioni. E in Macedonia, dopo quasi sei mesi dal voto, il presidente Ivanov ha infine accettato di dare mandato al leader socialdemocratico Zoran Zaev di formare un governo. Tempo di brindisi, quindi, come riporta l’Economist.

Il caso più grave era forse quello della Macedonia, dove dopo dieci anni al potere il partito conservatore VMRO sembrava non avere nessuna intenzione di lasciare il governo alla coalizione tra socialdemocratici e partiti albanesi, definendola una minaccia alla sicurezza nazionale. Solo lo scorso 27 aprile l’elezione a nuovo speaker del Parlamento di Talat Xhaferi, appartenente alla minoranza albanese, aveva portato all’invasione dell’assemblea da parte di gruppi ultranazionalisti, che avevano aggredito deputati e giornalisti. Un vero “bivacco di manipoli”, sotto l’occhio attonito (e complice) della polizia. Un preludio a quella che poteva rischiare di essere una primavera calda, a due anni dallo scoppio dello scandalo intercettazioni e delle manifestazioni di piazza contro la corruzione imperante. Alla fine, dietro crescenti pressioni internazionali per il rispetto degli standard democratici, il 17 maggio il presidente Gjorge Ivanov ha accettato di affidare al leader socialdemocratico Zoran Zaev il compito di formare il nuovo governo, dietro garanzie dell’impegno di quest’ultimo sulla protezione dell’unità, sovranità e integrità territoriale della Macedonia. E ieri sera Zaev era già a Bruxelles, per la cena informale coi premier dei balcani organizzata da Federica Mogherini. Un lieto fine che previene il rischio di rottura costituzionale delle istituzioni della Macedonia.

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Anche l’Albania sembrava avviata lungo una china pericolosa. Il Partito Democratico, all’opposizione, era passato il 18 febbraio all’Aventino parlamentare e aveva annunciato il boicottaggio delle elezioni previste per giugno, denunciando la presunta influenza del narcotraffico. Per contro, la maggioranza socialista di Edi Rama accusava l’opposizione di voler bloccare il processo di riforma della giustizia, incluso il riesame delle credenziali dei giudici e procuratori, condizione necessaria per l’apertura dei negoziati d’adesione all’UE – oltre che di aver paura di perdere alle urne. Il rischio era quello di elezioni delegittimate ed una protratta crisi politica che facesse perdere tempo prezioso al paese delle aquile. Dopo mesi di accuse reciproche, e l’elezione di Ilir Meta alla presidenza della Repubblica, nella tarda notte del 17 maggio i leader di maggioranza e opposizione si sono accordati su una serie di garanzie per un processo elettorale inclusivo, ora previsto per il 25 giugno, compresa la nomina di vari ministri tecnici.

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Infine in Kosovo la crisi politica era esplosa solo nelle scorse settimane, quando il Partito Democratico (PDK) del presidente Hashim Thaçi aveva deciso di staccare la spina al governo di coalizione con la Lega Democratica (LDK) del premier Isa Mustafa. Ragione ufficiale, l’incapacità del parlamento di ratificare l’accordo di confine con il Montenegro, necessario per la tanto agognata liberalizzazione dei visti Schengen. Il Kosovo rischiava di cadere di nuovo nell’ingovernabilità, a neanche dieci anni dalla dichiarazione d’indipendenza. Alla fine, il 16 maggio il PDK ha annunciato inaspettatamente una coalizione pre-elettorale con altri due leader politici ex-guerriglieri Uçk, Fatmir Limaj e Ramush Haradinaj. La coalizione ha una buona probabilità di raccogliere una maggioranza alle elezioni dell’11 giugno e di riportare alla premiership il falco Haradinaj – fautore della “linea dura” e contrario agli accordi negoziati con la Serbia dietro mediazione UE. Su tutti loro pende comunque la spada di Damocle delle indagini del Tribunale Speciale per crimini di guerra in Kosovo, che apre quest’anno all’Aja, oltre alle ordinarie e storiche rivalità personali. Nel frattempo, i due milioni di cittadini kosovari – con il reddito pro capite più basso della regione – preferirebbero che si ritornasse a parlare anche di lavoro e servizi pubblici.

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La risoluzione di queste varie crisi politiche è anche frutto del costante scrutinio diplomatico dell’Unione europea e della sua consonanza con la diplomazia statunitense. L’UE ci mette la carota dell’allargamento, con la prospettiva di adesione per tutti i paesi dei Balcani – mentre gli Stati Uniti ci mettono il bastone delle sanzioni – lista nera dei visti e confisca dei beni – che i politici balcanici temono ben più di quelle europee. L’azione combinata di Bruxelles e Washington è riuscita ad evitare l’incancrenirsi di crisi che la Russia avrebbe potuto usare a poco prezzo per destabilizzare ulteriormente l’area – come d’altronde era già divenuto evidente in Macedonia. Resta la necessità per USA e UE di restare coinvolte nella regione con una linea unica – cosa spesso non facile – e di garantire il corretto svolgimento delle prossime elezioni in Kosovo e Albania. Che ancora oggi vi sia bisogno di intervento internazionale a tale scopo, come nota Jasmin Mujanovic, mostra tuttavia anche i limiti del consolidamento democratico nella regione.

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