KOSOVO: La candidatura all’UNESCO, tra autodeterminazione e identità rivendicate

Da Belgrado – Lo scorso venti ottobre il consiglio esecutivo dell’UNESCO ha accettato la richiesta di candidatura del Kosovo a membro dell’agenzia ONU per la cultura. La richiesta era stata presentata dall’Albania e questa ha ottenuto 27 voti favorevoli, 14 contrari e 14 astenuti.

La decisione definitiva al fine di includere o meno il patrimonio storico culturale del Kosovo nella lista UNESCO spetterà alla conferenza generale di questa organizzazione, che si riunirà tra il 3 e il 18 novembre. La seduta plenaria conta 195 seggi, dei quali sono 111 i paesi che hanno riconosciuto il Kosovo a livello internazionale. Dal canto suo, la Serbia conta sulla Russia come principale alleato, così come su una serie di grandi o influenti paesi sullo scacchiere internazionale – come Cina, Brasile, India, Cuba e Argentina – in grado di evitare che la candidatura UNESCO di Priština raggiunga la necessaria maggioranza dei due terzi.

Per Belgrado, un’eventuale riconoscimento del Kosovo come membro di questa organizzazione rappresenterebbe un’ulteriore distacco di quella che tuttora definisce anche nella propria costituzione come parte integrante del proprio territorio, dopo la guerra del 1998-’99, i turbolenti anni di amministrazione internazionale, passando per la dichiarazione di indipendenza nel 2008, e quindi il lungo processo di “normalizzazione dei rapporti” coronato dal pragmatismo del governo Vučić.

Per Priština, tale candidatura rappresenta un passo fondamentale nel processo di autodeterminazione statale che nello stesso periodo di tempo ha potuto contare sull’appoggio delle grandi potenze occidentali, Stati Uniti in primis, nonché sulle diverse scaramucce diplomatiche nell’ultimo anno tra Tirana e Belgrado, e che al netto della “normalizzazione” richiesta da Bruxelles stanno vedendo il consolidamento istituzionale del piccolo paese balcanico.

La normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Priština e la questione UNESCO

Il periodo di tempo che ha preceduto la proposta dell’Albania presso UNESCO è stato caratterizzato da diversi eventi diplomatici sulla questione del Kosovo. Il suddetto processo di normalizzazione tra Serbia e Kosovo è diventata la conditio sine qua non imposta da Bruxelles nel processo di adesione all’Ue. Il governo di Aleksandar Vučić in tal senso si è dimostrato particolarmente aperto al dialogo, oltre che sensibile circa le proprie opportunità internazionali, senza privarsi, allo stesso tempo, del dogma Kosovo je Srbija, sempre utile a ricompattare il consenso interno, soprattutto in momenti di recessione economica ed il pericolo (poi sventato) di elezioni anticipate.

Dopo l’Accordo di Bruxelles del 2013, momento cardine del processo di normalizzazione, i negoziati che quest’estate hanno portato alla creazione dell’Associazione dei Comuni Serbi rappresentano da un lato la consapevolezza che Belgrado, negoziando a livello internazionale sempre e solo con Priština e mai coi serbi dell’enclave nord, riconosce de facto l’indipendenza del sistema politico kosovaro, senza tuttavia riconoscerlo de iure in sede internazionale. Allo stesso tempo, tali sforzi servono a convincere i serbi a nord dell’Ibar che la Serbia non li sta abbandonando, nonostante l’Associazione dei comuni non abbia alcun potere esecutivo a livello statale. Da qui deriva il pragmatismo di Vučić.

Proprio per questo motivo avevano suscitato lo sdegno delle alte cariche della repubblica, la scorsa settimana, le dichiarazioni del presidente dell‘Accademia Serba di Scienze ed Arti (SANU), il medico neurologo Vladimir Kostić, secondo il quale “la Serbia dovrebbe trovare un modo dignitoso per lasciare il Kosovo“. Un’opinione molto diffusa tra i belgradesi, ma che pronunciata dal presidente di un’istituzione come SANU, storicamente orientata su posizioni più conservatrici se non nazionaliste, ha indignato il presidente della Repubblica, Tomislav Nikolić. Questi ha convocato una riunione al palazzo presidenziale alla vigilia del voto sulla candidatura del Kosovo, con il premier Vučić, il ministro degli esteri Dačić, il patriarca Irinej e appunto i vertici dell’Accademia. Il risultato dell’incontro è stato sintetizzato in sette punti, in cui tali alte cariche si sono erette a difensori e paladini del popolo serbo, senza tuttavia interrogare il parlamento, riconfermando la sovranità serba sul Kosovo e sul suo patrimonio storico, culturale e religioso, nonché invitando i membri del consiglio esecutivo UNESCO a respingere e rifiutare la candidatura del Kosovo.

Per quanto riguarda Priština, invece, l’ansia diplomatica è minore rispetto alla controparte di Belgrado, per quanto non sarà sarà semplice ottenere i due terzi dei voti dei membri UNESCO. L’accordo che istituisce l’Associazione dei Comuni Serbi è stata infatti salutato come una vittoria per il Kosovocontrastata solo dai nazionalisti di Vetevendosje che in più occasioni nelle ultime settimane hanno interrotto discussioni parlamentari accendendo dei fumogeni all’interno del parlamento kosovaro, in segno di protesta. Come detto, tale associazione avrà per lo più poteri di rappresentanza locale, e di agevolazione a livello socio-amministrativo, e in nessun modo rappresenta una divisione delle competenze esecutive, di cui Priština gode dell’esclusività.

Il patrimonio storico culturale del Kosovo

La candidatura per far rientrare il patrimonio storico e culturale del Kosovo nella lista dei patrimoni tutelati dall’UNESCO, piuttosto, pone una questione di principio sull’identità statale kosovara, che si riconferma oscillante tra la necessità di autodeterminazione ed emancipazione nella cornice del rispetto della normalizzazione dei rapporti con la Serbia, e la costruzione di un’identità collettiva, riconosciuta a livello internazionale, sulla base di un patrimonio che di fatto appartiene storicamente alla Serbia.

Come noto, la regione del Kosovo e Metochia rappresenta la culla della civiltà serba, per via dei numerosi monasteri e chiese ortodosse di epoca medievale che rappresentano l’apice della cultura bizantino-romanica del periodo storico compreso tra il tredicesimo e diciassettesimo secolo. Inoltre, la storica battaglia del 1389 tra l’esercito del principe Lazar e quello ottomano, che decretò l’inizio dell’occupazione da parte dell’impero, contribuì alla creazione di un mito del martirio nella coscienza collettiva e sociale del popolo serbo.

Tra i monasteri candidati a divenire patrimonio UNESCO troviamo quello di Dečani, Gračanica, il patriarcato di Peć e la chiesa Bogorodica Ljeviška. Questi monumenti, tuttavia, rientrano sin dal 2006 nell’ampia lista di siti archeologici considerati “a rischio”. Nel corso della guerra del 98-99, e nel periodo successivo, diverse furono le chiese distrutte o danneggiate, o la cui iconografia degli affreschi – modello unico dell’arte bizantina – venne deturpata da estremisti kosovari. Ora, invece, per Priština quegli stessi monumenti ripudiati e disprezzati come simbolo di una cultura opprimente contro lo spirito d’emancipazione nazionale, paradossalmente offrono la possibilità di ottenere un riconoscimento a livello internazionale.

Da un lato, il loro eventuale inserimento nella lista UNESCO garantirebbe una tutela maggiore contro il pericolo di distruzione, mentre dall’altro una violazione della proprietà terrena e ultraterrena della chiesa ortodossa serba, come è stata definita nei sette punti risultati dalla riunione tra le alte cariche serbe.

In conclusione, a prescindere dal risultato della votazione che si terrà tra il 3 e il 18 novembre, il Kosovo sta incrementando il proprio consolidamento internazionale, sfruttando soprattutto l’impossibilità dell’attuale governo serbo ad estremismi diplomatici che comprometterebbero il suo cammino verso l’Unione Europea. Il pragmatismo di Vučić sarà in grado sia di rifiutare un’eventuale riconoscimento che a perseverare con negoziati che di fatto dimostrano che il Kosovo agisce come stato indipendente. Per una giusta normalizzazione, si tratterà di ragionare, ancora una volta, sulla scelta politica tra la convenienza nel gestire negoziati che perseverino a mantenere lo status quo sul Kosovo, o se dare un seguito pratico a dogmi di natura nazionalista che non convengono però a nessuna delle parti.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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3 commenti

  1. Ottimo articolo

  2. Premetto che sono serbo. Sono favorevole a una totale indipendenza del Kosovo. Penso che farebbe bene sia ai kosovari albanofoni, costringendoli a confrontarsi con lo Stato-mafia che li governa, sia ai serbi che potrebbero svoltare finalmente verso una politica interna più progressista.

    Ma per la questione dell’Unesco bisogna assolutamente trovare una soluzione. Non è semplicemente eticamente corretto che dei monasteri e delle chiese – e lo dico da ateo – che fanno parte del patrimonio storico, culturale e religioso dei serbi, siano considerati patrimonio kosovaro. Rispetto la volontà di indipendenza degli albanofoni, ma siamo realisti: un’identità kosovara in quanto tale storicamente non è esistita e non esiste oggi. Ne esistono una albanese e una serba. E questi monumenti medievali cristiani non possono in alcun modo essere patrimonio di un popolo per la maggior parte musulmano.

    Per una volta si potrebbe anche mettere da parte la politica filo-americana e il pragmatismo filo-tedesco e pensare semplicemente alla razionalità: sì a sta benedetta indipendenza kosovara, no al patrimonio serbo nell’Unesco sotto etichetta kosovara.

    • Non sono serbo e credo che per come sia maturata, l’indipendenza del Kosovo sia stata un grosso errore. Capisco anche che i serbi possano averne le scatole piene di questa questione. Sul patrimonio kossovaro tutelato dall’Unesco, concordo perfettamente con te. Sarebbe un altro errore clamoroso, nonché una assurdità.

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