SERBIA: Il pragmatismo di Vučić porterà al riconoscimento del Kosovo?

Il premier serbo, Aleksandar Vučić, sta giocando un ruolo sempre più determinante per il futuro della regione balcanica, attraverso pragmatismo e apertura al dialogo sulle più importanti questioni che occupano l’agenda di Belgrado e dell’intera regione.

La risposta alla crisi dei rifugiati sulla “rotta balcanica”, così come la partecipazione alla cerimonia del ventennale del massacro di Srebrenica lo scorso 11 luglio, sono solo alcune questioni per le quali il premier serbo si sta contraddistinguendo rispetto ai leader della regione. Non da ultimo, l’accordo raggiunto lo scorso 25 agosto con il primo ministro kosovaro, Isa Mustafa, circa la creazione della Comunità/Associazione delle Municipalità a maggioranza serba in Kosovo.

L’accordo tra Belgrado e Priština

Secondo l’accordo siglato a Bruxelles tra i due primi ministri, la Comunità delle Municipalità Serbe viene istituita come soggetto di diritto, definito attraverso un proprio statuto e che avrà un proprio parlamento, un proprio presidente, un proprio consiglio e altre istituzioni dotate di autonomia. La Comunità avrà inoltre una propria bandiera, un proprio stemma nazionale e un proprio budget al quale potranno arrivare finanziamenti diretti dal governo di Belgrado. Infine, l’accordo prevede l’eliminazione delle barricate sul ponte di Mitrovica e l’istituzione di un unico prefisso internazionale (+383), anche se ai serbi del nord sarà consentito l’uso del prefisso serbo (+381) alla corrispettiva tariffa nazionale.

L’istituzione della Comunità delle Municipalità Serbe, che è in sintonia con il precedente Accordo di Bruxelles del 2013, è sicuramente uno dei maggiori risultati della diplomazia nei Balcani. Dalla fine della guerra, infatti, lo status del Kosovo ha sempre oscillato tra il desiderio di autodeterminarsi attraverso il riconoscimento degli altri stati e il bisogno, spesso imposto, di mantenere buone relazioni con il vicinato, Serbia in primis. Negli ultimi due anni, quindi, la diplomazia ha fatto molto per trascinare il piccolo paese balcanico fuori dallo status quo che per anni ne ha compromesso lo sviluppo.

Dal canto suo, questo accordo è stato salutato come una vittoria sia dai partiti serbi sia da quelli albanesi che siedono al governo a Priština. Per i primi infatti, esso garantirà una maggiore autonomia e un maggior riconoscimento, con la consapevolezza che Belgrado continuerà ad essere un punto di riferimento sia politico che economico; per i secondi, invece, l’accordo garantisce all’esecutivo di Priština di esercitare il potere su tutto il paese, che diventa de facto un soggetto unico ed indivisibile, considerato che la Comunità non avrà funzioni esecutive, se non nella nomina dei propri rappresentanti e organi di polizia. Come sostenuto da alcuni rappresentanti della società civile, infatti, questo organo rappresenterà un terzo livello amministrativo, che si interpone tra i comuni e il governo di Priština, garantendo autonomia ai serbi del nord su molte questioni, tra cui educazione, sanità, sviluppo dell’economia locale, pianificazione urbana e rurale e il permesso di ricevere in delega alcune funzioni dal governo centrale. Non mancano, però, voci di dissenso in entrambe le comunità. Da un lato, molti serbi del Kosovo percepiscono l’accordo come il definitivo abbandono da parte di Belgrado della loro tutela, convinti che il nuovo organo non avrà alcun potere reale, concentrato a Priština. Dall’altro, i partiti albanesi all’opposizione accusano il governo di aver di fatto accettato una doppia sovranità sul Kosovo, facendo dell’area a nord del fiume Ibar una Republika Srpska sul modello bosniaco, che bloccherà il funzionamento delle istituzioni statali.

Belgrado riconosce l’indipendenza del Kosovo?

Se da un lato a Belgrado assicurano che la Serbia continuerà a considerare il Kosovo e Metochia come parte integrante del proprio territorio, dall’altro lato sembra sempre più vero che “Kosovo je Srbija” (il Kosovo è Serbia) non resterà nient’altro che una frase morta, un motto, a cui non seguirà niente di pratico sul piano politico.

Quando la Serbia ha iniziato il processo di adesione all’Unione Europea, principale obiettivo politico del mandato di Vučić, Bruxelles chiese a Belgrado “la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo” come conditio sine qua non all’adesione. La virtù della leadership serba fu quella di aver ben interpretato il significato della parola “normalizzazione” senza che questa si traducesse automaticamente in “riconoscimento dell’indipendenza”. Infatti, secondo gli accordi dell’aprile 2013 e della settimana scorsa, la Serbia si impegna a riconoscere l’indipendenza del sistema politico kosovaro, così come l’autonomia di un organo istituzionale – la Comunità – inserito al suo interno, dal momento che queste istituzioni – sia quelle centrali che quelle al nord – saranno determinate attraverso libere elezioni e le scelte di rappresentanti politici i cui mandati saranno determinati a livello locale e non in Serbia.

Allo stesso tempo, tuttavia, il governo Vučić non rinuncerà al diritto di sostenere che il Kosovo e Metochia è una regione storica della Serbia e per molti anni “Kosovo je Srbija” continuerà a rappresentare un leitmotiv di cui avvalersi in campagna elettorale, ma senza fargli seguire alcuna attuazione pratica.

Vučić, il pragmatico

Il risultato di questo accordo, a livello politico, non può che essere il rafforzamento del ruolo di Vučić quale uomo prescelto dalla diplomazia di Bruxelles. Il primo ministro serbo, infatti, ha approfittato del summit tenutosi a Vienna tra i vertici governativi dei paesi dei Balcani occidentali e le principali istituzioni europee – tra cui la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo – per affermare gli obiettivi e le sfide comuni che condividono i paesi, come la necessità di migliorare le infrastrutture e le vie di comunicazione, come l’autostrada Niš (Serbia) – Priština (Kosovo) – Durazzo (Albania).

Inoltre, i paesi della regione balcanica condividono molti problemi, che andranno affrontati con misure comuni e non senza l’appoggio dell’Unione Europea. In primis, l’emergenza dei rifugiati, che ogni giorno attraversano i confini macedoni e serbi, diretti verso l’Ungheria. Anche in questo caso, il premier Vučić ha dato esempio, nel mese di agosto, di grande pragmatismo, impedendo la chiusura dei confini meridionali, incentivando la costruzione di quattro centri d’accoglienza e affermando che i migranti vanno aiutati.

In conclusione, la Serbia di Vučić sta riuscendo a gestire le proprie questioni, di carattere sia interno che internazionale, attraverso prese di posizioni esemplari, che hanno l’obiettivo di raccogliere i favori dell’UE, nella speranza che non siano venti passeggeri che rispondono ad esigenze di carattere elettorale, ma pietre miliari per un futuro dettato dalla cooperazione e dal dialogo tra i paesi della regione.

Articolo disponibile anche presso ISPI

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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4 commenti

  1. Vorrei che qualche “esperto” mi spiegasse la differenza, sulla base del diritto internazionale, tra le aspirazioni all’ indipendenza dei Kosovari e quelle delle popolazioni “russofone” dell’Ucraina.

    • Dal punto di vista del diritto internazionale l’integrità territoriale viene prima del diritto all’autodeterminazione. Quindi una popolazione non ha diritto ad autodeterminarsi se questo mette in discussione l’integrità dello stato. Non solo, l’autodeterminazione riguarda solo popolazioni soggette a dominazione straniera, apartheid o a regime coloniale ed è stato pensato per dare una veste legale alla decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia. I popoli, infatti, non sono titolari di un diritto all’autodeterminazione ma lo sono gli stati. E’ la comunità degli stati a dover riconoscere il diritto all’autodeterminazione di un popolo se sussistono le condizioni di cui sopra: dominazione, colonizzazione, apartheid.
      L’autodeterminazione può allora realizzarsi consentendo l’annessione a un paese vicino o l’indipendenza del nuovo stato. Tale autodeterminazione si dice “esterna”, perché consentita e riconosciuta dall’esterno, dagli altri paesi.

      La secessione è invece detta “autodeterminazione interna” ma non è riconosciuta da alcuna norma del diritto internazionale poiché la secessione contravviene al diritto principe, ovvero l’integrità territoriale. Questo non significa che poi, singolarmente, i vari stati non possano riconoscere un’indipendenza ormai avvenuta, ma tale indipendenza non è un diritto del popolo in questione.

      Ora, i due casi – quello kosovaro e quello della Crimea, o del Donbass – sono entrambi illegali dal punto di vista internazionale. Ma quello kosovaro presenta differenze rispetto a quello crimeano-ucraino. Il Kosovo era una provincia autonoma all’interno della Repubblica Socialista Serba, a sua volta membro della Jugoslavia. I kosovari sono stati riconosciuti vittime di un regime di apartheid (l’autonomia del Kosovo, l’uso della lingua in ambito ufficiale e le scuole in albanese, furono cancellate). Essi avevano dunque il diritto a vedere restaurata la propria autonomia. In tal senso, la loro autodeterminazione era legale finché perseguiva il ristabilimento della perduta autonomia. Il collasso della Jugoslavia, stato di cui formalmente facevano parte, ha reso possibile l’indipendenza. Tuttavia tale indipendenza è stata illegale in quanto il Kosovo avrebbe avuto diritto a restaurare una propria autonomia in seno alla Serbia, ma non all’indipendenza, avvenuta grazie all’intervento della Nato. Una ulteriore criticità sta nel fatto che la Nato ha operato illegalmente, cioè senza un mandato ONU, bombardando Belgrado e le postazioni serbe in Kosovo. Infine l’UCK, l’esercito di liberazione kosovaro, era considerato un gruppo criminale da pressoché tutti i paesi – Stati Uniti compresi – salvo riabilitarli quando è venuto il momento.

      I russofoni dell’Ucraina vanno divisi nei due casi della Crimea e del Donbass. La Crimea aveva una forma di autonomia simile a quella che in Italia ha la Valle d’Aosta. L’Ucraina infatti non era una repubblica federale e quindi la Crimea non godeva di una autonomia di tipo federale, come quella kosovara. Tale autonomia, inoltre, non è mai stata abolita dal governo di Kiev. I russofoni di Crimea non hanno mai subito nella loro storia passata o recente alcuna discriminazione, anzi la loro lingua è sempre stata (e lo è ancora) l’unica lingua paritaria e ufficiale del paese accanto all’ucraino. La loro autodeterminazione, ponendo che di questo si sia trattato, non ha nessun fondamento giuridico: non c’era un’autonomia da restaurare, non c’era un regime di apartheid. L’annessione alla Russia è anch’essa illegale in quanto viola la sovranità e l’integrità territoriale dello stato ucraino. Una criticità sta nel fatto che la Russia è intervenuta militarmente in Crimea, seppur con soldati senza mostrine, profilando quindi persino il caso di invasione di un paese sovrano, l’Ucraina.

      I russofoni del Donbass, o di altre aree, non hanno nemmeno quella – seppur insufficiente – autonomia di cui godeva la Crimea. E nemmeno loro sono mai stati vittima di un regime di apartheid né la loro lingua o la loro fede è stata vietata. Quindi, in punto di diritto, non hanno nessun diritto. Una criticità ulteriore sta nel fatto che i separatisti sono, sia nel gruppo dirigente che in buona parte della truppa, di provenienza russa. Tale provenienza mette fortemente in discussione che si tratti di una autodeterminazione dei russi di ucraina e lo fa apparire più come un’ingerenza indiretta dei russi.

      Quindi, assodata l’illegalità finale di entrambi i casi, la differenza con il Kosovo sta proprio qui: quella balcanica è stata una forzatura, ma dei diritti c’erano. Quella ucraina è stata un’invenzione, mancando qualsiasi presupposto legale.

  2. Grazie per le interessanti risposte al mio quesito. Continuo a pensare che “illegale” è l’intervento della Russia in Ucraina così come “illegale” fu l’intervento della Nato in Serbia.

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