BALCANI: Con le “associazioni di comuni” le minoranze cercano l’autonomia locale

Negli anni ’90 (ma anche 2000) lo slogan di battaglia era “secessione”. Ora è “associazione di comuni”. E se non fa esattamente lo stesso effetto, è un altro segno della progressiva normalizzazione della politica nei Balcani  – laddove la contestazione dello stato lascia spazio alla negoziazione di forme diversificate di autonomia e auto-organizzazione per le minoranze etniche.

L’inizio di tutto, in questo caso, è stato l’accordo del 26 agosto tra Serbia  e Kosovo, che ha dato finalmente il via, dopo due anni dall’accordo formale, all’istituzione dell’Associazione delle Municipalità a maggioranza serba del Kosovo (ZSO). L’associazione, che riunirà dieci municipalità non contigue del Kosovo, gestirà varie competenze (dall’educazione alla sanità all’urbanistica), in base alla legislazione kosovara, ma non avrà poteri esecutivi.

infog-juzna-srbijaIn reazione, a chiedere lo stesso trattamento sono stati i cittadini serbi di lingua e cultura albanese, piccola minoranza nel paese ma maggioritari nei comuni della valle di Presevo – incastonata tra Kosovo e Macedonia, e in prima linea nella crisi dei rifugiati siriani in queste settimane. Riunitisi a Presevo il 12 settembre, i sindaci e consiglieri comunali di Bujanovac, Presevo e Medvedja hanno annunciato la formazione di una “Associazione delle Municipalità Albanesi“. Secondo il deputato serbo di uno dei 5 partiti albanesi, Riza Halimi, gli albanesi della valle di Presevo vogliono “gli stessi diritti dei serbi in Kosovo”, sulla base “del modello mediato dalla UE tra Belgrado e Pristina”. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere, tanto da Belgrado – dove il vicepremier Dacic ha raccomandato ai sindaci della minoranza albanese di “non scherzare col fuoco” e di rispettare la Costituzione serba – quanto da Pristina, da dove il vicepremier Thaçi ha sottolineato a EUobserver come “gli albanesi in Macedonia e Serbia hanno i propri legittimi rappresentanti in Parlamento, per cui non c’è relazione col caso del Kosovo”. Non è detto che il progetto vada da nessuna parte, ma sarebbe comunque una forma locale di autonomia, compatibile con la Costituzione serba e gli standard europei.

220px-ZVO-CroatiaD’altronde, quella della “associazione di municipalità” non è una ricetta nuova. Ne esistono almeno altri due casi nei Balcani, per quanto poco conosciuti, ed entrambi in relazione alle minoranze serbe. Il primo è il “Consiglio Congiunto delle Municipalità” in Croazia (Zajedničko vijeće općina, ZVO), che dal 1997 coordina gli interessi della minoranza serba nei sette comuni dove essa è maggioritaria nella Slavonia orientale, regione reintegrata pacificamente sotto l’autorità di Zagabria a seguito degli Accordi di Erdut del 1995, dopo un periodo transitorio di amministrazione ONU (UNTAES). L’accordo garantisce ai serbi di Croazia “i più alti livelli internazionalmente riconosciuti di diritti umani e libertà fondamentali”, e il diritto di “nominare un consiglio congiunto delle municipalità”. Dotata di un presidente e di una assemblea elettiva, la ZVO da allora è una delle istituzioni del Consiglio Nazionale Serbo, la consulta della minoranza serba in Croazia.

Nel 2010 un acceso dibattito parlamentare si è svolto sull’opzione della sua costituzionalizzazione, poi limitata ad un processo legislativo ordinario. I sette comuni membri della ZVO cooperano all’interno del Consiglio Congiunto, senza trasferirvi direttamente competenze. Inoltre, qualunque comune delle due contee orientali croate (Sirmia e Baranja) con una determinata percentuale di serbi può automaticamente parteciparvi. I sette comuni coprono una popolazione di circa 30.000 abitanti, ma il Consiglio Congiunto ha mandato di proteggere i diritti di tutti i 60.500 serbi che vivono nell’ex territorio reintegrato della Slavonia Orientale, ad esempio garantendo l’istruzione in lingua serba (cirillico) nelle scuole pubbliche.

SSOUn secondo caso di associazione di comuni è quello dell’Unione delle Municipalità Serbe (Savez srpskih općina, SSO) in Bosnia ed Erzegovina – e per meglio dire, all’interno della Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH), una delle due entità che assieme alla Republika Srpska compone il paese. Ne fanno parte Drvar, Grahovo (già paese natale di Gavrilo Princip) e Glamoč, nel “Cantone 10”, così come Petrovac nel Cantone Una-Sana: un’area storicamente a maggioranza serbo-bosniaca, ma pesantemente spopolata dal conflitto (la popolazione oggi è meno che la metà del 1991) e lasciata fuori dai confini della Republika Srpska dagli Accordi di Dayton. L’Unione, fondata nel 2013, si propone di proteggere gli interessi nazionali serbi nella FBiH (ad esempio tramite protocolli di cooperazione per la copertura sanitaria negli ospedali della RS), è dotata di un’assemblea propria, e dovrebbe idealmente riunirsi a turno nei diversi comuni partecipanti – anche se non ne risultano particolari attività negli ultimi due anni. Il suo obiettivo finale, stando agli organizzatori, sarebbe quello di costituire un cantone a maggioranza serba nella FBiH.

Insomma, quella delle associazioni di municipalità è una formula che le minoranza serbe nei vari paesi dei Balcani hanno già sperimentato, con modalità e risultati diversi in vari contesti – dapprima in Croazia, quindi in Bosnia, e oggi in Kosovo. Non sarebbe così impensabile immaginare una soluzione simile per la minoranza albanese in Serbia, né ciò dovrebbe mettere in discussione la sovranità e l’integrità territoriale di Belgrado.

Foto: beta/B92

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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Un commento

  1. Sembra che gli “slavi del sud” abbiano compreso che la storia li “condanna a convivere per sopravvivere”.

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