Balcani Inquinamento

BALCANI: Lo smog alimenta i timori per la salute

La cattiva qualità dell’aria nei Balcani occidentali – con alcune città della regione tra le più inquinate del pianeta – ha palesato nuovamente l’urgenza della questione inquinamento in questa porzione d’Europa.

I dati

Gli studi condotti prima della pandemia di Covid-19 dal CEE Bankwatch Network e dal CREA (Center for Research on Energy and Clean Air) attribuiscono all’inquinamento prodotto dalle – spesso obsolete – centrali elettriche a carbone ancora attive nei Balcani occidentali circa 19.000 decessi nel biennio 2018-2020. Studi più recenti confermano questo trend: le valutazioni del rischio per la salute pubblica rilevano infatti che l’inquinamento atmosferico riduce l’aspettativa di vita fino a 13-16 mesi nelle città dei Balcani occidentali prese in considerazione ed è direttamente responsabile di migliaia di decessi prematuri.

I dati raccolti dal CEE Bankwatch Network forniscono una panoramica preoccupante dell’inquinamento nell’area dell’Europa sud-orientale, passando in analisi le maggiori criticità (tra cui, per la Serbia: Drmno, Kolubara A; per la Bosnia-Erzegovina: Gacko, Tuzla, Stanari; per la Macedonia del Nord: Bitola e Novaci). I dati riportano i valori riscontrati in determinati periodi di osservazione, ponendo l’attenzione sulle quantità elevate di elementi inquinanti riscontrate, sulle fasce orarie di maggiore impatto, sui limiti imposti dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) in merito alle diverse sostanze.

Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo 

La piattaforma IQAir, che fornisce informazioni in tempo reale sulla qualità dell’aria in determinate zone, ha reso noto a inizio gennaio che la città di Pljevlja, nel nord del Montenegro, è stata classificata tra i dieci siti più inquinati al mondo. Gordana Đukanović, funzionaria di IQAir, ha dichiarato che si registra un pesante inquinamento atmosferico anche a Podogrica, Nikšić e Bijelo Polje, spiegando al contempo ai media i meccanismi che determinano l’inquinamento e le fasce orarie in cui esso si concentra maggiormente, ed esortando quindi i cittadini ad evitare le attività fisiche all’aperto e a rimanere in casa.

IQAir ha reso noti anche i risultati delle proprie analisi condotte nel territorio della Macedonia del Nord: a cavallo tra 2022 e 2023 tali studi hanno posizionato la città di Skopje al numero diciannove dei luoghi più inquinati al mondo, con tassi di componenti inquinanti nell’aria quasi dodici volte superiori al valore guida dell’OMS. Recentemente, il governo macedone ha introdotto misure di emergenza e emanato raccomandazioni per ridurre l’inquinamento atmosferico e proteggere la popolazione nella capitale Skopje e in altre quattro città (Kičevo, Kavadarci, Strumica, Gostivar). Ad ogni modo, nonostante le richieste di intervento delle organizzazioni ambientaliste, il governo non ha imposto alcun divieto nell’utilizzo del carbone per il riscaldamento durante i mesi invernali, nella speranza di non impattare ulteriormente sui costi dei cittadini  in una crisi energetica  che le autorità faticano a gestire.

Anche per la capitale del Kosovo, Pristina, la situazione è critica: il 3 gennaio l’IQAir ha definito l’aria “pericolosa”, evolvendo così il “malsana” del giorno precedente, e ponendo la città sullo stesso piano di megalopoli come Pechino, Mumbai e Nuova Delhi. Il problema non colpisce solo la capitale: molte città del Kosovo accusano una bassa qualità dell’aria, con componenti inquinanti rilevate che superano significativamente gli standard nazionali e dell’UE, oltre alle linee guida globali sulla qualità dell’aria stabilite dall’OMS. Nei mesi invernali  le aree urbane affrontano un aumento considerevole dei livelli di smog, rendendo l’aria pericolosa per la salute della popolazione.

Bosnia-Erzegovina e Serbia

Dal 1° gennaio l’aria nella capitale bosniaca è stata etichettata come “malsana” dall’ente che si occupa delle rilevazioni ambientali. Lo scorso novembre Sarajevo si era aggiudicata il triste primato di città più inquinata del mondo, con tassi di inquinamento urbano 17 volte superiore alle linee guida dell’OMS. La dipendenza del paese dal carbone e dal legno per il riscaldamento e dal carbone per la produzione di elettricità rende le città della Bosnia-Erzegovina tra le più inquinate al mondo durante i mesi invernali, attestando il paese al quinto più alto tasso di mortalità per inquinamento atmosferico. Oltre a Sarajevo, anche Sokolac, Tuzla, Zenica e Kakanj sono pesantemente inquinate. Ogni anno, circa 3.300 persone nel paese muoiono prematuramente a causa dell’esposizione all’inquinamento atmosferico, responsabile del 79,8 di morti per centomila abitanti. In Svezia, la cifra è 7,2.

In Serbia, all’inizio dell’anno gli studi condotti sull’inquinamento nella capitale Belgrado presentavano una concentrazione di PM 2,5 di circa otto volte superiore alle linee guida dell’OMS, dichiarando l’aria “malsana” per i gruppi vulnerabili. Nei giorni successivi tuttavia altre città in Serbia sono state allertate per quanto riguarda la qualità dell’aria. Nel novembre 2022, centinaia di persone hanno partecipato a una protesta sperando di attirare l’attenzione sull’elevato inquinamento atmosferico nel paese. Gli organizzatori dell’evento hanno affermato che l’aria tossica uccide migliaia di persone ogni anno in Serbia e chiedono alle autorità di agire per migliorare la qualità dell’aria. La protesta nel centro di Belgrado è stata l’ultima di una serie di raduni organizzati dal sempre più visibile movimento ambientalista nel Paese balcanico.

Il caso albanese

Una situazione diversa si riscontra in Albania. Il paese e’ meno colpito dall’inquinamento dell’aria dovuto all’utilizzo del carbone. Dell’energia prodotta nel paese, infatti, il 95% è completamente fornito da fonti rinnovabili, derivando dalle dighe che sbarrano i fiumi delle Alpi Dinariche, e rendendo così l’Albania tra i pochi stati al mondo a poter vantare un consistente approvvigionamento energetico proveniente da fonti green; d’altra parte, in un paese privo di risorse petrolifere, di gas e carbone, l’idroelettrico era l’opzione più agile, se non obbligata. Il problema che è sorto però negli ultimi anni è legato al proliferare di queste centrali idroelettriche, che impattano sugli ecosistemi locali, talvolta danneggiandoli, ma anche sugli equilibri socio-economici, con il trasferimento forzato di interi villaggi e la conversione delle loro economie. Inoltre, non mancano altri problemi legati alla questione ambientale: oltre alla malagestione dei rifiuti, che qualche anno fa aveva rischiato di trasformare l’Albania nella “pattumiera d’Europa“, il paese delle aquile annovera corsi d’acqua e coste inquinati, suolo contaminato, parchi naturali in stato di abbandono, deforestazione e perdita costante della biodiversità locale. 

In questo contesto dal 2021 si inserisce il progetto Green-AL “Empower Grass-Root CSOs for Improved Innovative Environmental Protection in Albania”, il cui obiettivo è quello di contribuire al miglioramento delle attività di advocacy, favorire la creazione di una rete di contatti e rafforzare le organizzazioni della società civile affinché possano affrontare efficacemente le sfide ambientali presenti sul territorio albanese. Inoltre, il progetto mira a promuovere la cooperazione tra attori della società civile, autorità pubbliche e settore privato per affrontare al meglio queste sfide e raggiungere risultati concreti sul piano della protezione ambientale a livello nazionale. 

Un problema ignorato

Nonostante l’evidente aumento dell’inquinamento atmosferico da carbone – una questione che nei Balcani persiste da anni – e le continue proteste dei cittadini locali, il problema inquinamento sembra non essere prioritario per i governi locali: i dati sulla qualità dell’aria non sono affidabili nella maggior parte dei paesi della regione, e si sospetta inoltre che i sistemi di monitoraggio siano talvolta disattivati o collocati in luoghi strategicamente poco rilevanti. 

Mentre molti stati dell’Unione Europea si stanno impegnando per ridurre le emissioni di combustibili fossili entro il 2030, i Balcani restano indietro a causa della loro incapacità di sostituire il carbone per la produzione di elettricità con fonti di energia pulite e rinnovabili. La sensazione, soprattutto per chi vive nell’area balcanica, è che i governi facciano molto poco per migliorare la situazione, troppo ancorati agli interessi economici e ai guadagni legati ai combustibili fossili. Considerando il loro status di candidati all’UE, i paesi dei Balcani occidentali dovranno mettersi al passo al più presto con le direttive di una Bruxelles che aveva già espresso le proprie perplessità in materia di allargamento.

Photo: airqualitynews.com

Chi è Paolo Garatti

Storico e filologo, classe 1983, vive in provincia di Brescia. Grande appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto per qualche periodo tra Sarajevo e Belgrado dove ha scritto le sue tesi di laurea. Viaggiatore solitario e amante dei treni, esplora l'Est principalmente su rotaia

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