guerra Berlino

Questa è una guerra (anche) contro Berlino

La scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il Muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutti il culo

Lo scorso 20 gennaio, riuniti nella base americana di Ramstein, in Germania, i leader occidentali avrebbero dovuto sciogliere il nodo dell’invio di carri armati all’Ucraina. Se non sono riusciti è perché proprio i tedeschi si sono messi di traverso. Berlino – dopo mesi di promesse non mantenute – esita a sostenere lo sforzo di autodifesa ucraino, questa volta prendendo tempo rispetto all’invio dei propri Leopard 2, carri armati tra i migliori al mondo e adatti alla tipologia di guerra in corso. A cosa si deve l’incertezza tedesca?

Questa guerra ha un duplice obiettivo, il primo è quello di contrastare l’avanzata del Cremlino, dissanguando le casse e l’esercito russo impedendo a Mosca altre alzate d’ingegno almeno per i prossimi trent’anni; il secondo è quello di interrompere l’interdipendenza economica tra Russia e Germania con la prima che forniva energia, e la seconda che vendeva tecnologia. Un’intesa che, sottolinea l’analista geopolitico americano George Friedman, «è la sola che può minacciarci, e dobbiamo assicurarci non accada». In questo senso, la guerra in Ucraina sarebbe solo il corollario di una strategia al contempo antirussa e antitedesca, e motiverebbe l’interesse americano per il conflitto.

Gli Stati Uniti sono fin qui riusciti a interrompere la liason russo-tedesca. L’esplosione del gasdotto North Stream, avvenuta il 26 settembre 2022, e di cui ancora non si conosce il mandante, ha rappresentato la fine materiale di ogni possibile interconnessione tra Mosca e Berlino e, allo stato attuale, pare difficile che possa ricostituirsi dopo la guerra, con una Russia debole e isolata, e i paesi dell’Europa centro-orientale assai più rilevanti che in passato. Perché, va detto, quel gasdotto era un calcio nelle palle a qualsiasi fantasia europeista.

Il gasdotto North Stream, il cui progetto risale al 1997, fu realizzato da Gazprom, società energetica di stato russa, insieme alle tedesche Ruhrgas e Wintershall e alla francese Gaz de France-Suez, con l’intervento delle italiane Saipem e Snamprogetti. La realizzazione del gasdotto ha ricevuto finanziamenti dell’Unione Europea che, fin dal 2000 – anni in cui Romano Prodi era presidente della Commissione europea – ha ritenuto l’opera prioritaria per la propria sicurezza energetica. Il gasdotto evitava occhiutamente la Polonia, gli stati baltici, la Bielorussia e l’Ucraina, cioè tutti quei paesi che potevano sfruttare il percorso per sospendere le forniture di gas all’Europa occidentale per far pressione sui negoziati con la Russia oppure avevano dimostrato un certo anti-russismo. Paesi su cui Mosca ha sempre avuto ambizioni egemoniche. Non è un caso che l’ex cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, sia stato messo a capo del consorzio di costruzione del gasdotto e, successivamente, nominato presidente della compagnia petrolifera russa Rosneft. A Romano Prodi, fervente sostenitore della vicinanza con Mosca,  fu offerta invece la presidenza del consorzio del gasdotto russo South Stream ma ebbe l’accortezza di rifiutare.

La costruzione del North Stream è stata criticata dalle amministrazioni americane Obama e Trump, le quali hanno denunciato i rischi di un indebolimento geopolitico dell’Europa nei confronti di Mosca, criticando fortemente la Germania. Questo non è servito a evitare che Gazprom, unitamente a OMV, E.ON ed Engie, ultimasse nel 2020 i lavori per la costruzione del raddoppio, detto North Stream 2. Ci è voluta l’esplosione delle tubature a mettere fine alla hybis germanica. O forse no. Perché il cancelliere Scholz ha già detto di voler fare della Germania la prima potenza militare europea, in aperta sfida a Washington. Quelli che parlano di “esercito comune europeo” sono avvertiti. L’alternativa alla NATO possono essere la Bundeswehr e la Luftwaffe?

Abbiamo imparato che Berlino, grande esportatrice di deflazione, guarda all’Unione Europea come uno strumento atto a tutelare la propria economia, favorendo la grande industria (a scapito dei lavoratori) e coltivando malcelate ambizioni egemoniche cui, troppo spesso, abbiamo retto il moccolo, abbindolati dal mito dell’efficienza germanica, dell’equità, dell’ambientalismo, del solidarismo tedesco. A quante iniziative – fiscali, finanziarie, energetiche, sociali – utili a mettere in sicurezza i cittadini europei si è opposta Berlino? Il tutto in nome di un nazionalismo rimontante che continuiamo a non voler vedere.

Il ruolo di leadership europeo della Germania è messo in crisi dalla guerra di cui Berlino teme soprattutto gli sviluppi futuri: un’Europa unita più forte e meno tedesca; la fine dei rapporti economici con la Russia; la perdita del mercato cinese – la Germania esporta in Cina più di quanto faccia l’Europa intera, ed è il primo partner commerciale di Pechino – sono tutti elementi che fanno fibrillare il governo tedesco. D’altronde, come dichiarò Boris Johnson, “la Germania voleva che Kiev si arrendesse subito”. E vale la pena ricordare oggi come fu la Germania, insieme a una Francia subalterna e passiva, a spingere Kiev a sottoscrivere gli Accordi di Minsk – evidentemente favorevoli a Mosca – con cui si sarebbe dovuto mettere fine al conflitto nel Donbass (a vederli oggi, quegli accordi furono l’anticamera della guerra e una sua concausa).

Ecco che l’incertezza tedesca, le posizioni ondivaghe sulla guerra, il freddo sostegno verso Kiev, non sono che il riflesso della crisi che attraversa Berlino, dei suoi timori per il futuro, della volontà di fare qualche sgambetto alla NATO di cui, da un lato, si professa fedelissima alleata ma che, dall’altro, cerca di far inciampare come può. Tuttavia, guerra ha già uno sconfitto, ed è proprio la Germania. Se il prossimo dovesse essere la Russia, molte cose cambieranno per la vecchia Europa.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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