RUSSIA: Indifferenza e apatia, i russi sono stanchi della guerra?

I russi sono stanchi della guerra? Un sondaggio sembra confermarlo, ma non per ragioni etiche, quanto per convenienza…

All’inizio di novembre, il Cremlino avrebbe condotto una serie di sondaggi d’opinione per tastare l’umore della popolazione nei confronti della guerra. A renderlo noto è il quotidiano russo Meduza, che riporta la testimonianza di due fonti interne al Cremlino. Il sondaggio, condotto segretamente dalle autorità, rivelerebbe la stanchezza della popolazione e il suo crescente pessimismo nei confronti del futuro. “Questo non equivale a unirsi all’opposizione o a un totale rifiuto dell’operazione militare speciale”, afferma una delle fonti di Meduza, ma “niente li ispira e niente li spinge ad andare avanti”, spiega la fonte. “Indifferenza e apatia” sono gli stati d’animo più diffusi tra gli intervistati. Un sentimento che non può essere attribuito interamente alle sconfitte militari russe, e che covava già prima della guerra, ma che il conflitto ha portato alla luce con maggiore evidenza. Non ci sarebbero quindi rischi di proteste – dicono le fonti di Meduza – e questo è sicuramente il dato più interessante, per quanto la veridicità di questi sondaggi sia sempre da prendere con le pinze, specialmente in tempo di guerra: la popolazione russa sarebbe stanca delle sanzioni, della mobilitazione militare, ma non del regime in sé.

E torna qui il tema della “responsabilità collettiva“, di come un regime possa restare al potere, condurre una guerra, compiere le peggiori atrocità solo se sostenuto dal consenso o dall’indifferenza popolare. Considerare la guerra come un’esclusiva responsabilità del Cremlino rischia di essere fuorviante. E non si può assolvere un popolo nemmeno in nome dell’ignoranza in cui sarebbe mantenuto, della propaganda con cui è cresciuto, poiché esiste la coscienza individuale, esiste la morale personale. Il militarismo che pervade una larga fetta della società russa non nasce con Vladimir Putin, ma con la celebrazione della Vittoria nella Seconda guerra mondiale, quella che i russi chiamano “grande guerra patriottica” e che da decenni, lungi dal celebrare il valore della pace riconquistata dopo tanto sangue, è piuttosto un inno alla guerra. Certo, nei molti regimi cui sono stati sottoposti, i russi hanno imparato a esprimere il dissenso in modi meno evidenti, dando vita a una disobbedienza minuta, domestica, artistica. Ed è vero che protestare in Russia ha un costo altissimo: si va incontro all’arresto, a un procedimento penale e un’incriminazione che potrebbe costare il carcere o, nei migliori dei casi, una sanzione amministrativa, le cui conseguenze possono essere molte, dal licenziamento all’espulsione dall’università, fino all’arruolamento coatto. È quindi ovvio che non si possa fare di tutta l’erba un fascio.

L’impressione è che i russi abbiano cominciato a interessarsi alla guerra solo quando questa ha cominciato a toccarli direttamente nel portafoglio, oppure attraverso la mobilitazione e l’arruolamento – cui molti cercano di sfuggire – e non l’abbiano rifiutata per principio in quanto violenza arbitraria, ma solo per convenienza.

Forse, più che di responsabilità collettiva, occorre parlare in Russia di “irresponsabilità collettiva”, ovvero di quell’alzata di spalle generalizzata con cui i russi hanno reagito all’aggressione dell’Ucraina e che trascende i media di parte, i blogger di regime, la disinformazione capillare, l’ignoranza dei fatti e le balle del Cremlino sull’operazione militare speciale, il genocidio in Donbass e i nazisti a Kiev. Un’alzata di spalle che è ancora quella dell’homo sovieticus, vittima e carnefice di sé stesso. Anche attribuendo scarso valore ai sondaggi, immaginare lo sviluppo di una coscienza civica diffusa in Russia appare oggi pure fantasia. Per questo abbattere il regime di Putin “dal basso” sembra essere un’ipotesi implausibile. Al limite si potrebbe sperare in un regime change orchestrato dall’alto, magari facendo leva su quella minoranza attiva e politicizzata di russi che sono pronti a far sentire la propria voce, con l’evidente rischio di passare da un’oligarchia all’altra, come ai tempi di El’cin. E comunque, perché ciò avvenga, la guerra dovrà essere persa. Sonoramente persa. Solo allora la vergogna del vodhz, il rifiuto del capo sconfitto, potrà agire sulle leve più profonde del sentire comune del popolo russo. Con quali esiti, però, non è possibile prevederlo. E non è detto che ci piacciano.

immagine da PxHere

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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