Holodomor

Holodomor, la carestia sovietica che oggi alimenta la resistenza ucraina

Holodomor è una parola spaventosa, letteralmente significa “infliggere la morte mediante la fame” e deriva da holod (fame, carestia) e moryty (uccidere, esaurire, condannare a morte). Holodomor è il termine usato in Ucraina per descrivere la grande carestia artificiale che, tra il 1932 e il 1933, uccise quattro milioni di persone. Holodomor è una parola che non si poteva pronunciare nell’Ucraina sovietica, non si poteva dire dell’ecatombe, non si poteva dire che la carestia fu usata da Stalin per risolvere “il problema ucraino”, ovvero quello di un popolo che non si voleva piegare alla collettivizzazione forzata e alle politiche assimilazioniste russe. Non si poteva dire, e quel silenzio covato decenni si è radicato nella coscienza, diventando infine il perno della memoria collettiva della nuova Ucraina indipendente dal 1991 a oggi.

L’Holodomor rappresenta per gli ucraini un tentato genocidio che li assurge a “popolo vittima” – ricorda lo storico Andrea Graziosi – e questo ha spinto la storia ucraina verso direzioni nuove,  fino cioè al rifiuto della politica di potenza e prepotenza. «I popoli vittima – sottolinea Graziosi – hanno nella sofferenza la radice della propria identità e sono più portati a resistere. Anche oggi. Agli occhi degli ucraini la guerra in corso è qualcosa di già visto, un tentativo di “de-ucrainizzazione” che ebbe nell’Holodomor un precedente, ed è per questo inaccettabile, tanto da mobilitare l’intero popolo in una resistenza che diventa lotta per la sopravvivenza come nazione». In tal senso, è possibile dire che la memoria dell’Holodomor alimenta negli ucraini la voglia di resistere, la tenacia con cui intendono opporsi a un’aggressione che, ai loro occhi, è un nuovo tentativo di genocidio.

Perché gli ucraini?

Le cause dell’Holodomor vanno cercate lontano. Quando nell’ottobre del 1917 i bolscevichi abbatterono la repubblica borghese di Kerenskij instaurando un governo rivoluzionario, a Kiev il parlamento locale – dominato dal movimento nazionale ucraino, di ispirazione socialista, e guidato da Mychajl  Hruševs’kyj – dichiarò l’indipendenza della Repubblica Popolare Ucraina (9 novembre 1917). A quel punto i bolscevichi locali, mobilitati da Lenin, si attivarono per abbattere la neonata repubblica ma li fermò la pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) che sancì l’uscita della Russia bolscevica dalla Prima guerra mondiale. L’Ucraina venne allora occupata dai tedeschi i quali, con la scusa di difendere l’indipendenza nazionale, presero il controllo economico del paese. La successiva sconfitta tedesca gettò l’Ucraina nella guerra civile aprendo le porte alla successiva conquista sovietica.

Determinante fu il ruolo dei contadini i quali, estranei al movimento nazionale ucraino, finirono per appoggiare i bolscevichi attratti dalle promesse della “Nuova politica economica” (NEP) di Lenin che concedeva loro ampia autonomia (gettando le basi per l’ascesa di un ceto di contadini proprietari delle terre, i kulaki, che saranno assai numerosi in Ucraina). Accanto alla NEP, Lenin varò una politica di indigenizzazione – la korenizacija – che favorì lo sviluppo nazionale delle diverse repubbliche sovietiche. Fu così che si costituì un sistema scolastico che alfabetizzò in lingua ucraina le masse contadine. 

L’avvento di Stalin modificò radicalmente questo quadro. Stalin promosse la collettivizzazione delle terre (1928) e al contempo procedette con la russificazione forzata dell’Unione Sovietica e la persecuzione delle culture nazionali. Gli ucraini reagirono a questa doppia pressione: da un lato i contadini resistettero alla de-kulakizzazione, dall’altro i ceti urbani si opposero alla de-indigenizzazione e alla russificazione. La repressione fu durissima. Le autorità sovietiche non volevano perdere l’Ucraina, il “granaio sovietico”, ed elaborarono una strategia  per piegare la nazione ucraina: mentre l’Armata Rossa circondava le città e presidiava le campagne, impedendo qualsiasi fuga, i funzionari sovietici avviarono requisizioni totali di derrate alimentari causando la morte per fame di circa quattro milioni di persone in meno di un anno. I contadini ucraini, ascesi finalmente a protagonisti del movimento nazionale ucraino, venivano così eliminati fisicamente e, con loro, anche gli esponenti della élite culturale, ammazzati con l’accusa di “nazionalismo borghese”. Un vero e proprio “castigo internazionale”, come l’ha definito lo scrittore Vasilij Grossman in “Tutto scorre”.

La memoria del “genocidio” e l’aggressione russa

Il 28 novembre 2006 il parlamento ucraino ha riconosciuto l’Holodomor come genocidioaltri 17 governi hanno fatto lo stesso. L’Italia non è tra questi. Lo storico Ettore Cinnella ha affermato in un’intervista: «C’è ormai un consenso abbastanza vasto sul fatto che fu un genocidio sociale, cioè un tentativo di sterminare buona parte del mondo contadino sovietico, quindi anche i russi. Ma io ritengo che ci fu anche un altro tipo di genocidio, ovvero il tentativo di distruggere il carattere nazionale del popolo ucraino». La questione è tutta qui: se l’Holodomor fu rivolto allo sterminio degli ucraini come popolo oppure fu un’azione di persecuzione ai danni di un gruppo sociale in cui gli ucraini erano maggioritari. Entrambe le cose, probabilmente.

Quello che conta è però come la memoria dell’Holodomor sia diventata il cardine dell’identità dell’Ucraina post-sovietica. Ancora Ettore Cinnella: «Il risentimento nei confronti di Mosca non è mai svanito. Esiste una mole imponente di storie, memorie e ricordi di villaggi scomparsi che spiega bene perché gli ucraini non possono più stare con i russi. Potrebbero riconciliarsi solo se i russi ammettessero di avere sbagliato e di essere stati anche loro vittime di un’immane tragedia e di un regime mostruoso, e cercassero quindi il modo di andare avanti insieme. Ma un unico Stato non è più concepibile perché sono due mondi e due realtà diverse, che potranno collaborare soltanto se entrambi lo vorranno».

L’aggressione russa del 24 febbraio scorso ha infine reso impossibile ogni riconciliazione. Il dramma comune – (la carestia uccise nove milioni di persone, di cui “solo” quattro in Ucraina) – è diventato la tragedia individuale di una nazione che, dal 1991 in poi, ha cercato nel proprio passato gli eventi su cui incardinare la moderna identità nazionale. L’Holodomor è così divenuto il simbolo dell’eccezionalità ucraina, dell’alterità rispetto ai russi, con toni ora vittimistici, ora eroici. Gli stessi con cui gli ucraini hanno reagito alla violenza russa di oggi. Una violenza che, in fondo, è la stessa di allora: la Russia infatti nega categoricamente che l’Holodomor sia stato un genocidio, ed è riluttante a prendere atto delle persecuzioni degli anni Trenta. E questo perché la Russia post-sovietica, malgrado l’apparente rottura con il passato, si pone in continuità con quel regime e con i suoi disegni di potenza. Così, per gli ucraini, la “de-ucrainizzazione” perpetrata da Stalin riecheggia nella “de-nazificazione” voluta da Putin: in entrambi i casi si intende cancellare l’identità ucraina. Ecco perché resistere è diventata l’unica opzione possibile.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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