REP. CECA: Il mito della battaglia della Montagna Bianca. 400 anni e non sentirli

Niente rievocazione storica quest’anno, a causa dell’epidemia in corso, sulla collinetta di Bílá Hora (Montagna Bianca), periferia sudovest di Praga. È qui, infatti, che 400 anni fa, l’8 novembre 1620, si scontrarono gli eserciti della Lega cattolica, guidata dall’imperatore asburgo Ferdinando II, e della Confederazione dei protestanti boemi, capeggiata da re Federico V del Palatinato. Ci si dovrà allora accontentare a Praga dei pannelli informativi apposti nella piazza della Città Vecchia, mentre a Roma si può visitare la sagrestia della chiesa carmelitana Santa Maria della Vittoria dove campeggia un monumentale dipinto della battaglia.

La battaglia

La posizione geografica nel cuore dell‘Europa ha reso più volte le terre ceche teatro di feroci battaglie tra grandi imperi, come quella napoleonica di Austerlitz nel 1805 (immortalata in Guerra e pace di Lev Tolstoj) o quella austro-prussiana di Hradec Králové nel 1866. Approssimando un po’ brutalmente, potremmo addirittura dire che quella della Montagna Bianca è stata l’ultima grande battaglia combattuta in casa dai cechi (che, salvo legionari e partigiani, non hanno combattuto nelle due guerre mondiali) in difesa della propria indipendenza. E non fu una questione secondaria considerato il suo antefatto: la defenestrazione di Praga del 1618 (la terza delle quattro, se contiamo anche quella di Jan Masaryk) fu nientemeno che la miccia che diede fuoco alle polveri della Guerra dei trent’anni.

Nelle terre boeme la riforma protestante era iniziata 100 anni prima di Lutero attraverso l’opera del predicatore Jan Hus, finito sul rogo a Costanza nel 1415. Le guerre ussite scatenatesi successivamente, oltre ai morti e alla devastazione delle chiese cattoliche, avevano portato con sé un clima di sostanziale tolleranza religiosa e politica, per l‘epoca più unico che raro. Tolleranza poi confermata nel 1609 con la Lettera di Maestà dell’imperatore Rodolfo II che fece di Praga, allora capitale dell’impero, una città libera e prospera, rifugio di personalità importanti, come Keplero e Brahe, attratte dalla fioritura culturale del luogo. Ma si sa, Rodolfo II era un tipo quantomeno “eccentrico” e gli interessi degli Asburgo e del Sacro Romano Impero, di cui la corona boema faceva parte, erano in realtà altri.

Il suo successore Mattia I riportò la capitale da Praga a Vienna e ruppe gli equilibri favorendo i cattolici. I protestanti risposero allora con la defenestrazione. Al trono imperiale successe il fanatico Ferdinando II e gli stati generali cechi dichiararono re il calvinista Federico V, genero del re d’Inghilterra. Scoppiò così la guerra, ma l’aiuto esterno non giunse in soccorso come sperato dai cechi. Inoltre, i boemi si trovavano politicamente divisi, mentre i soldati erano demoralizzati e mal pagati. La battaglia fu persa.

Alla disfatta della Montagna Bianca seguirono arresti, esecuzioni, confische, conversioni forzate e ricattolicizzazione violenta, in ossequio al principio del cuius regio eius religio. Iniziò così l’era dell’assolutismo e della dominazione dell’elemento etnico germanico. La tentata riforma boema si concluse tragicamente nel giugno 1621 con l‘esecuzione nella piazza della Città Vecchia dei 27 nobili protestanti a capo della rivolta: un vulnus profondo nell’anima del popolo ceco.

Come nasce il mito

Da qui alla nascita del mito il passo è stato breve. La storiografia ottocentesca ha visto nella Montagna Bianca l‘inizio di una profonda decadenza culturale, una sconfitta epocale che per lunghi secoli ha piegato i cechi, popolo libero e coraggioso, alla prevaricazione austriaca. Un esempio su tutti: il mito del celebre moravský pluk.

Leggenda vuole che questo reggimento di coraggiosi moravi avesse combattuto fino all’ultimo uomo per difendere la libertà dei cechi. In realtà moravi erano soltanto i nobili che avevano arruolato e pagato i mercenari, che invece erano prevalentemente tedeschi. E se combatterono a lungo era solo perché occupavano una posizione sfortunata da cui non vedevano l’andamento della battaglia e, trovandosi a ridosso di un muro, avevano impedita la ritirata. Infatti, non appena ne ebbero occasione, si arresero e addirittura passarono nelle fila del nemico! Insomma, uno dei tanti miti creati ad arte in epoca risorgimentale per stimolare il risveglio del nazionalismo.

Il patriota Alois Jirásek parlò del dominio asburgico come di un‘epoca oscura (la rinomata doba temná), mentre in una poesia lo scultore risorgimentale František Němec lamentava: abbiamo sofferto per 300 anni”. Le sofferenze non sono certo mancate. Fino all85% dei cechi, infatti, era di confessione protestante, compresa buona parte della sua intellighenzia più aperta e progressista. Si stima che 150-200mila cechi protestanti, spesso istruiti e colti, preferiscono l’esilio alla conversione forzata, tra cui il celebre pedagogo Comenio, riparato nei Paesi Bassi.

La libertà religiosa come proto-nazionalismo

In questa strenua difesa della libertà religiosa possiamo intravedere un moto primordiale di indipendenza nazionale e di affermazione etnica e culturale in nuce operata per contrapposizione a etnie vicine più ingombranti. In tal senso si ricordino gli irlandesi, fieramente cattolici contro gli inglesi protestanti, e i polacchi, ancor più fieramente cattolici contro i russi ortodossi e i protestanti tedeschi.

Quella boema, però, è stata una riforma interrupta, il cui protestantesimo, soffocato in fasce, ha lasciato dietro di sé un vittimismo storico. Quindi, se da una parte la Montagna Bianca ha aiutato i cechi a compattarsi intorno alla consapevolezza di essere un popolo coeso, dall’altra li ha resi perennemente diffidenti e sospettosi verso lo straniero.

Di qui un sentore xenofobo mai del tutto sopito e una tendenza al provincialismo e all’autoisolamento. Non a caso l‘ex presidente Václav Klaus ha avuto gioco facile nell‘alimentare l‘euroscetticismo ceco, tra i più alti in Europa, paventando perdite di sovranità. Dal canto suo, il presidente in carica Miloš Zeman ha vinto la sue prime presidenziali sostenendo che il suo avversario, il principe Karel Schwarzenberg, fosse un austriaco, cioè uno straniero, che avrebbe messo in discussione i decreti di Beneš.

Un’identità nazionale ferita

In buona sostanza, l’identità moderna del popolo ceco nasce con il mito della Montagna Bianca e della sconfitta da parte di potenze straniere più grandi. L’interpretazione risorgimentale un po’ forzata e distorta della battaglia è stata fondamentale per la formazione della successiva statualità ceca, di cui è ancora un pilastro fondamentale. Un archetipo culturale profondamente impresso nel paese e ancora vitale e fertile nel XX secolo.

Nel 1918, l‘indipendenza della Prima Repubblica cecoslovacca viene letta come una “resa dei conti” per la Montagna Bianca. Ma l’elemento tedesco, ben un terzo della popolazione di allora, risponde all’antigermanismo guardando a Hitler attraverso il partito dei sudeti di Konrad Henlein. Si arriva così alla disfatta del Trattato di Monaco del 1938 e al ritorno della dominazione germanica.

Dal 1948 i comunisti fecero del mito della Montagna Bianca un’arma contro la chiesa trasformando Jan Hus in un protocomunista che lottò contro i protocapitalisti aristocratici. Quasi in una freudiana coazione a ripetere, il trauma riemerge nel 1968 con una nuova invasione, questa volta sovietica. O nás bez nás, dicono i cechi, ovvero su di noi ma senza di noi. Parto doloroso, dunque, quello di un popolo che si identifica nella sconfitta e si riconosce nel marchio del vittimismo, chiaramente visibile ancora oggi nella queruli continua nei confronti dell’UE.

Il perenne vittimismo

Cosa resterà, allora, di questi 400 anni? L’elemento religioso sembra ormai definitivamente rappacificato, in uno dei paesi più atei al mondo. Giovanni Paolo II si è scusato per la morte di Jan Hus, riconoscendolo anzi come un riformatore della Chiesa e, nel 2015, in occasione dei 600 anni dalla sua morte, anche papa Francesco lo ha ricordato. Ciononostante, le recenti tensioni per il ripristino della Colonna Mariana nella piazza della Città Vecchia mostrano come i tizzoni del rogo di Jan Hus potrebbero essere ancora ardenti. Sicuramente ancora vivo, in ogni caso, è il bisogno di addossare alle potenze estere le proprie mancanze e debolezze.

Con la Montagna Bianca Vienna divenne il capro espiatorio, sostituita nel 1938 da Berlino, poi da Mosca nel 1968 e, per alcuni, da Washington nel 1989 e Bruxelles nel 2004. Quando si parla di oppressione ad opera di un paese straniero (vuoi quella tutto sommato leggera austriaca, vuoi quella ben più pesante sovietica), si tende a sottovalutare l’impatto che questa retorica ha sulla psicologia del popolo. Se da una parte essa crea movimenti più (Solidarność) o meno (Charta 77) grandi di opposizione e resistenza, dall’altra parte instilla in vasti strati del paese un’abitudine al vittimismo e alla rassegnazione, che diventano l’alibi perfetto per l’immobilismo e l’accidia politica. Forse è anche per questo che in ambito europeo sui cechi grava questa non troppo lusinghiera nomea di perenni querulanti, sempre insoddisfatti, eppur mai disposti a proporre soluzioni costruttive. In fondo, per 400 anni non hanno potuto, e saputo, fare altro. Ed evidentemente 30 anni di democrazia e libertà non sono ancora sufficienti per apprendere un modus vivendi diverso.

Una lettura più equilibrata degli eventi

Se per indicare il periodo intercorso tra la Montagna Bianca e la pace di Vestfalia si parla in genere di “epoca oscura”, in realtà dopo le cose cambiano. Le terre ceche vissero un lungo periodo di pace: l’impero le proteggeva. Fiorì il barocco, grazie al non trascurabile impulso dell’influenza artistica italiana arrivata insieme alle legioni gesuite, arma ideologica della controriforma, e il paesaggio si arricchì di quelle opere meravigliose che oggi attirano milioni di turisti. Con i suoi capolavori senza tempo, l‘architetto Jan Blažej Santini-Aichel, di origini italiane, fu il rappresentante perfetto di questa rinascita.

In questo video, promosso dal consolato ceco di Milano, Andreas Pieralli illustra non solo quali opere di Santini si trovano ancora oggi nel quartiere di Malá Strana a Praga, ma offre una piccola panoramica dell’influenza italiana sul barocco ceco.

Non è neanche vero che la lingua ceca fu soppressa, piuttosto lo furono i testi protestanti, perlopiù scritti in ceco, a favore di quelli cattolici, scritti invece in latino e tedesco. Inoltre, come sottolineato dallo storico Josef Pekař, forse la Montagna Bianca ha addirittura salvato il popolo ceco dalla germanizzazione che avrebbe subito se fosse entrato nell‘orbita protestante dell‘alleato vicino tedesco. Gli austriaci, in realtà, non si sentivano tedeschi e non miravano a germanizzare i cechi. Inoltre, se al crollo dell’Impero austro-ungarico la Cecoslovacchia ne eredita circa il 70% del patrimonio industriale, forse questa Austria Felix non fu così severa con i cechi. Difficile dire, quindi, in che misura fu davvero una sconfitta. “La Montagna Bianca è diventata un contenuto molto flessibile, un simbolo adattabile in ogni epoca agli insuccessi, i traumi e le frustrazioni cechi. Questa è la sua forza, e la nostra debolezza” spiega la storica Maria Koldinská che ha studiato a fondo il mito della Montagna Bianca nel XX secolo.

Quale il destino ceco?

Un dibattito sul mito che possiamo intravedere, per chiudere questa lunga analisi, anche nella celebre disputa, all‘indomani dell‘invasione sovietica, tra Milan Kundera e Václav Havel sul cosiddetto český úděl, ovvero sul destino ceco, in cui Kundera riproponeva il mito del vittimismo ceco mentre Havel… be‘, di questo parleremo un’altra volta.

Foto: La Battaglia della Montagna Bianca, dipinto nella sagrestia della chiesa di Santa Maria della Vittoria di Roma (Flaviano Bianchi)

Chi è Andreas Pieralli

Pubblicista e traduttore freelance bilingue italo-ceco. Laureato in Scienze Politiche a Firenze, vive e lavora a Praga. Si interessa e scrive di politica, storia e società dell’Europa centrale. Coordina e dirige il progetto per un Giardino dei Giusti a Praga.

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