STORIA: L’alba della Primavera di Praga

Verso la fine del giugno 1967 si tenne a Praga il IV Congresso dell’Unione degli scrittori cecoslovacchi. Composta per tre quarti da comunisti della prima ora, già attivi durante la guerra e sostenitori convinti degli ideali del Partito, si espresse apertamente e per la prima volta contro le politiche del primo segretario e Presidente della Repubblica Antonín Novotný e contro la gestione degli affari culturali da parte di Jiří Hendrych.

La Cecoslovacchia era fra i paesi del blocco sovietico che meno aveva accolto i venti riformatori seguiti alla morte di Stalin e alle prese di posizione di Chruščëv, ma undici anni dopo il XX Congresso del Pcus, le contraddizioni di uno stalinismo fuori dal tempo ed estraneo alle istanze sociali di riforme iniziavano a emergere. Scrittori noti come Ludvík Vaculík e Milan Kundera espressero l’esigenza di mutamenti radicali in accordo con le tradizioni democratiche del paese. Un tale affronto a Novotný e Hendrych fu considerato gravissimo, tanto che il settimanale dell’Unione degli scrittori «Literární noviny» venne messo a tacere con l’espulsione degli oppositori e l’insediamento di un gruppo di fedeli giornalisti che, scortati dalla polizia, si insediarono nella redazione.

Fra le poche voci critiche nei confronti di questi provvedimenti vi fu quella del primo segretario del Partito comunista slovacco, Alexander Dubček. Da anni in conflitto con Novotný sui temi della libertà di stampa e di espressione, sulla riabilitazione delle vittime dello stalinismo e sulla parità tra cechi e slovacchi, Dubček comprese che stavano maturando i tempi per l’avvio di una serie di riforme strutturali. Novotný, seppure involontariamente, dovette incassare, in quell’occasione, la sua prima sconfitta; distratto da altre questioni, dimenticò, o evitò, di mettere in sordina l’equivalente slovacco del settimanale degli scrittori, «Kultúrny život», sul quale poterono continuare a scrivere i giornalisti cechi espulsi. Una bella beffa per il potere centrale che giungeva dalla periferia dello stato.

Tra il 30 e il 31 ottobre fu convocato il Comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco. Dubček ne approfittò per rivendicare, pur senza eccessi, cambiamenti sostanziali nel modo con cui il Partito dirigeva la società, mettendo in evidenza l’errato atteggiamento verso la Slovacchia; già nel 1963 aveva lottato contro le accuse di “nazionalismo borghese” rivolte al Partito slovacco. Per la prima volta usò l’espressione “Programma d’azione” per indicare la serie di riforme che intendeva proporre. Dopo un intenso dibattito, durante il quale venne anche criticato il “cumulo di funzioni” nella persona di Novotný, la maggioranza ne respinse la risoluzione, accreditando di fatto l’ala riformista.

Nonostante questa apparente vittoria, Dubček, il 5 dicembre, fu convocato di fronte a una commissione incaricata di indagare sul suo presunto “nazionalismo borghese” e addirittura sulla sua “deviazione nazionalistica”, crimine che, con sfumature differenti, veniva ripescato ogni qual volta un’istituzione o un individuo uscivano dai binari dell’ortodossia comunista. La Commissione e il Partito respinsero le accuse, mentre Novotný iniziava a sentire la terra tremare sotto i propri piedi, tanto che iniziarono a girare voci sulla sua volontà di mettere in atto un colpo di Stato militare per difendere la sua sempre più fragile posizione. Non avvenne nulla, forse fu lo stesso Novotný a dissuadere gli alti ufficiali dal muovere i carri armati contro il nuovo corso che stava avanzando e che neanche la visita di Brežnev a Praga, l’8 dicembre, riuscì a fermare.

Il 5 gennaio del 1968 la Presidenza e il Comitato consultivo del Partito proposero la candidatura di Dubček al Comitato centrale che, nello stesso giorno, lo nominò primo segretario. Già a metà gennaio furono individuati i commissari incaricati di redigere il “Programma d’azione”, mentre il nuovo segretario prese contatti con i suoi omologhi in Polonia e Ungheria in quali, nonostante le timide aperture nei rispettivi paesi, non parvero troppo entusiasti delle scelte cecoslovacche. Sulla propria pelle, nel 1956, avevano assaggiato la violenza della repressione armata ed erano ancora molto diffidenti.

Dubček, però, con alcune cautele e nonostante qualche ingenuità, ammise anni dopo che l’ipotesi di un’invasione sovietica non lo sfiorò nemmeno, andava avanti con le sue riforme. Ai primi di marzo revocò la legge sulla censura del 1966, il 14 dello stesso mese presentò una proposta di riabilitazione generale delle vittime della repressione stalinista, mentre avanzava richieste di revisione della Costituzione del 1960 e alla città di Bratislava restituiva il titolo di capitale della Slovacchia.

Il 28 marzo si aprirono i lavori del Comitato centrale che condussero a due notevoli risultati: le dimissioni di Novotný dalla Presidenza della Repubblica, sarà sostituito due giorni dopo da Ludvík Svoboda, e l’approvazione senza riserve del “Programma d’azione”. Pur non toccando temi scottanti di politica estera, né minando il monopartitismo, il programma di riforme era assolutamente rivoluzionario. Prevedeva libertà di riunione e associazione (garantite formalmente dalla Costituzione, ma mai attuate), libertà di stampa e movimento; azioni di riparazione delle ingiustizie passate; federalizzazione della Repubblica e restaurazione delle istituzioni slovacche; legalizzazione delle piccole imprese oltre che decentramento e autonomia imprenditoriali per le direzioni aziendali.

La Primavera era sbocciata sfoggiando fiori bellissimi, ma che rischiavano di illudere e stordire allo stesso tempo. I giovani indossavano abiti occidentali, le band musicali si moltiplicavano, la Nová Vlna, la Nouvelle Vague cecoslovacca, produceva film apprezzati anche oltre cortina, nascevano i primi programmi televisivi e radiofonici che incoraggiavano il pubblico a intervenire.

Dubček, pur percependo il gelo di Mosca e l’ostilità dei compagni di Partito più conservatori, non aveva perso fiducia in quello che considerava il nucleo fondante del comunismo: la giustizia sociale, mentre era deciso a porre fine ai metodi dittatoriali, settari e burocratici del Partito.

I cittadini sembravano tutti con lui e le energie riformiste parevano in crescita esponenziale. Tutto ciò non sarebbe bastato, nonostante la promettente primavera.

 

FOTO: Picture Alliance/J. Finda

Chi è Donatella Sasso

laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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