ALBANIA: Ancora proteste, perché?

Un altro sabato di proteste a Tirana, un’altra notte di violenza. Da mesi ormai proseguono le manifestazioni di piazza contro il governo organizzate dall’opposizione guidata dal partito democratico (PD) e dal suo leader, Luzlim Basha, ma perché?

Perché l’opposizione, uscita fortemente ridimensionata dalle ultime elezioni del 2017, e incapace di incidere per via parlamentare e democratica sui destini politici del paese, ha abbandonato la lotta parlamentare in favore di un ricorso alla piazza che ha il solo scopo di alimentare tensioni sociali e rendere difficile – se non impossibile – l’azione di governo.

Il problema della giustizia

Un governo che dal 2013 è in mano al partito socialista di Edi Rama il quale ha ottenuto la maggioranza dei seggi in parlamento proprio all’indomani delle elezioni del 2017. Forte di questa maggioranza, il governo Rama sta portando avanti una complessa riforma della giustizia, in linea con quanto indicato dall’Unione Europea. Una riforma complicata che prevede la modifica di ben 45 articoli della Costituzione e contro cui i potentati politici locali si sono sempre opposti temendo di perdere posizioni e sicurezza. Già, sicurezza, quella di non finire in carcere visto che tra le molte modifiche è prevista anche una significativa riduzione dell’immunità parlamentare. Immunità di cui lo stesso Basha poté godere nel 2007, quando – all’epoca ministro dei Trasporti – fu accusato di abuso di potere e collusione con il crimine organizzato in relazione ad alcuni lavori autostradali. Accuse per cui è stato poi mandato assolto.

Il panorama politico albanese è dominato da due partiti: il partito democratico (PD), attualmente all’opposizione, che per quasi due decenni ha dominato la scena politica locale grazie alla controversa figura di Sali Berisha e ora guidato da Luzlim Basha; e il partito socialista (PSSH) guidato da Edi Rama che, nel 2013, ha vinto le elezioni. Il primo governo Rama (2013-2017) è stato segnato dal tentativo di democratizzare le istituzioni del paese portando avanti le riforme richieste dall’Unione Europea, su tutte quella della giustizia. Le elezioni politiche del 2017 hanno visto i socialisti trionfare con il 48% dei voti mentre il partito democratico ha ottenuto solo il 28%.

Assaltare il parlamento

La riforma della giustizia, caldeggiata da Bruxelles, è condizione per un futuro ingresso del paese nell’UE. Un ingresso che tutti gli albanesi vogliono e su cui Rama si sta giocando la propria credibilità.

A due anni dal voto, i sondaggi danno i socialisti di Rama saldamente in vantaggio, a conferma del fatto che il capitale di fiducia dato a Rama non si è esaurito e che le proteste non rappresentano un genuino moto di rabbia popolare. Consapevole dell’impossibilità di rovesciare il governo per via democratica, l’opposizione ha scelto la via delle proteste violente: da mesi si organizzano manifestazioni che, puntualmente, degenerano in assalti del parlamento e scontri con la polizia da parte di facinorosi prezzolati.

Assaltare il parlamento non è solo un’azione dimostrativa ma un concreto tentativo di rovesciare con la violenza l’ordine democratico. Ed è di questo che Basha è politicamente responsabile.

La corruzione

Basha non ha riconosciuto il risultato elettorale del 2017, accusando i socialisti di brogli malgrado l’Ocse abbia ritenuto quelle elezioni libere e corrette. Un segno della scarsa maturità politica dell’opposizione. Tornato su più miti consigli, ha puntato sulle accuse di corruzione. Accuse senz’altro fondate, e non mancano le evidenze, le intercettazioni, le indagini, ma siamo di fronte a un fenomeno che difficilmente si può ascrivere a una sola parte politica: il classico bue che dà del cornuto all’asino.

L’ultimo atto della cecità politica di Basha è quello di minacciare il boicottaggio delle prossime elezioni amministrative cui, afferma Basha arringando la folla, il partito democratico non parteciperà. Di fatto, Basha gioca a dadi con il destino del suo paese. Non partecipando, afferma implicitamente che le elezioni in Albania non sono un metodo credibile per selezionare la classe politica. Dice, in sostanza, che il sistema è così corrotto da non potervi prendere parte. E lo dice preventivamente, ben sapendo che le urne lo punirebbero severamente. Si tratta di un attacco all’ordine costituzionale in piena regola.

Un atteggiamento due volte pericoloso, poiché lascerebbe ai socialisti una vittoria facile. Troppo facile, e di fatto non rappresentativa della volontà popolare. Per questo il presidente della repubblica, Ilir Meta, ha dichiarato che andrebbero rinviate in attesa che gli animi si raffreddino.

Un’arma a doppio taglio

Il rischio di questa scellerata e miope politica è che il partito democratico perda ogni residua credibilità agli occhi dell’elettorato consegnando ai socialisti facili vittorie elettorali e maggioranze parlamentari bulgare con le quali attuare modifiche unilaterali all’ordinamento costituzionale. Nessuno qui pensa che Rama sia mosso da segreti desideri autoritari, ma il rischio c’è. Un paese in cui un solo partito è in grado di dominare e determinare l’intera politica nazionale, non è un paese sano, come dimostrano i casi – per molti versi simili –  di Serbia e Ungheria.

Ecco allora che queste proteste diventano un’arma a doppio taglio, due volte pericolose per i fragili equilibri del paese.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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