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SPORT 2016: Olimpiadi, UEFA e FIFA, il Kosovo nello sport che conta

Questo è il terzo articolo di una serie con cui la redazione sportiva di East Journal vi accompagnerà fino a fine anno. SPORT 2016 intende essere una rassegna dei principali temi “extrasportivi” che hanno invaso il campo della manifestazione atletica nel corso del 2016. Un anno di grande attenzione per Europei e Olimpiadi, in cui si sono sovrapposti al racconto sportivo tematiche relative a terrorismo, migranti, doping, al riconoscimento internazionale del Kosovo e altro ancora. 

Gioco, dunque sono: il riconoscimento internazionale si misura spesso anche con l’esposizione dei propri simboli nazionali sulle arene mondiali. Vedere sfilare la propria bandiera durante la parata delle nazioni nella cerimonia inaugurale di un’Olimpiade a volte può essere un segnale più forte di una votazione delle Nazioni Unite.

Per questo motivo le organizzazioni sportive del Kosovo hanno combattuto a lungo per ottenere la possibilità di rappresentare la propria nazione sui più importanti palcoscenici atletici internazionali. Un obiettivo che si è realizzato compiutamente lo scorso agosto, quando alla cerimonia di inaugurazione di Rio 2016 è sfilata anche la bandiera della piccola repubblica dal riconoscimento parziale, su cui la Serbia rivendica la propria sovranità.

Il 2016 è stato l’anno in cui il Kosovo è riuscito a centrare obiettivi importanti nella sua battaglia per il riconoscimento. Obiettivi importanti soprattutto in campo sportivo: dall’ammissione a UEFA e FIFA al debutto olimpico, dall’esordio in una Coppa del Mondo al primo, storico, oro a cinque cerchi. Una battaglia diplomatica che aveva trovato il proprio abbrivio negli ultimi quattro anni, ottenendo innanzitutto aperture parziali da parte di alcune federazioni sportive, prima tra tutte la FIBA nella pallacanestro. Nel 2014 la rappresentativa kosovara di calcio aveva fatto il suo esordio in un’amichevole autorizzata dalla UEFA, mentre il comitato olimpico era stato ammesso nel Comitato Olimpico Internazionale.

Il riconoscimento sportivo del Kosovo è sempre stato un terreno minato, in particolare per l’opposizione di Serbia e Russia. Un’opposizione via via sempre più blanda da quando il governo di Belgrado sta cercando di portare avanti un progetto di integrazione europea, trovandosi costretta giocoforza a cedere sempre più aperture nei confronti della regione secessionista. Il tentativo di porre il veto all’ammissione del Kosovo nel calcio che conta non si è però mai fermato, e si è fatto sentire anche a inizio maggio 2016, quando il Congresso UEFA ha votato per l’ingresso della federcalcio kosovara nella confederazione europea, aprendo la strada all’ammissione alla FIFA, avvenuta due settimane più tardi.

Il voto della UEFA, nel primo congresso del dopo-Blatter e dell’era Infantino, è stato subito contestato dal ministro serbo allo Sport Vanja Udovičić con un ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport. Il voto UEFA è infatti stato considerato una forzatura legale, in quanto la votazione immediatamente precedente da parte del congresso aveva rigettato l’emendamento agli statuti UEFA che avrebbe eliminato la formulazione «basate in paesi che siano riconosciuti dalle Nazioni Unite come stati indipendenti» dai requisiti per l’ammissione.

La UEFA, attraverso il suo direttore degli affari legali Alasdair Bell, si è attaccata a una questione interpretativa, sostenendo che «Non è l’ONU a riconoscere gli stati, sono gli stati a riconoscere gli stati». Secondo alcuni, come il presidente della federcalcio montenegrina Dejan Savićević, la decisione sarebbe illegittima e porrebbe il Congresso UEFA al di sopra degli Statuti. Inoltre, secondo la delegazione serba, l’ammissione del Kosovo creerebbe un precedente pericoloso che potrebbe essere poi replicato da altre realtà dal riconoscimento contestato.

Se l’esordio ufficiale del Kosovo alle qualificazioni della Coppa del Mondo Russia 2018 è avvenuto il 5 settembre 2016, con diverse incertezze sull’eleggibilità di diversi giocatori che avevano in passato rappresentato altre nazionali e a cui la FIFA ha dato il nulla osta solo poche ore prima del calcio d’inizio contro la Finlandia, diversi giocatori di origine kosovara avevano già fatto bella figura nell’estate a Euro 2016 in Francia.

La diaspora del calcio kosovaro ha infatti regalato diversi giocatori ad altre rappresentative, e in particolare alla Svizzera (un esempio su tutti è Xherdan Shaqiri, autore con una rovesciata di una delle reti più belle dell’Europeo) e all’Albania di Gianni De Biasi. Un rapporto sottolineato quando le due squadre si sono incontrate nel girone eliminatorio. In campo c’erano due fratelli, Granit e Taulant Xhaka, vestiti però di colori diversi. Nonostante entrambi siano nati a Basilea da genitori kosovari e nonostante entrambi abbiano vestito la maglia rossocrociata nelle nazionali giovanili, Taulant ha poi deciso di rispondere alla chiamata delle Aquile in nazionale maggiore.

Dal punto di vista sportivo, è difficile che il Kosovo possa dimenticare quest’anno. Un anno che ha vissuto debuttando nelle due più importanti competizioni sportive al mondo (Olimpiadi e Coppa del Mondo di calcio) e che ha suggellato anche vincendo la prima medaglia d’oro della sua storia. A trionfare è stata la judoka Majlinda Kelmendi, che già aveva preso parte alla manifestazione a cinque cerchi nel 2012, trovandosi però costretta a rappresentare i colori dell’Albania. Si è potuta prendere una rivincita: prima portabandiera della propria nazione nella storia dei Giochi, è salita sul gradino più alto del podio battendo nella finale della categoria 52 kg l’italiana Odette Giuffrida.

Chi è Damiano Benzoni

Giornalista pubblicista, è caporedattore della pagina sportiva di East Journal. Gestisce Dinamo Babel, blog su temi di sport e politica, e partecipa al progetto di informazione sportiva Collettivo Zaire74. Ha collaborato con Il Giorno, Avvenire, Kosovo 2.0, When Saturday Comes, Radio 24, Radio Flash Torino e Futbolgrad. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla democratizzazione romena, ha studiato tra Milano, Roma e Bucarest. Nato nel 1985 in provincia di Como, dove risiede, parla inglese e romeno. Ex rugbista.

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