BALCANI: Lotta alla corruzione, a che punto siamo?

I paesi dei Balcani candidati all’adesione all’UE si stanno attrezzando nella lotta alla corruzione, ma i risultati ancora mancano. E’ il succo del rapporto 2016 di SELDI, coalizione di organizzazioni della società civile impegnate nella lotta alla corruzione. Un problema che è ancora ben presente nella regione: “secondo i nostri dati, tutti i paesi della regione – inclusi i membri UE Croazia e Bulgaria – hanno un problema sistemico di corruzione, che richiede un approccio di lungo periodo”, spiega Ruslan Stefanov di SELDI.

“I rapporti 2016 della Commissione europea hanno rimarcato la mancanza di progressi nella lotta alla corruzione in Serbia e Macedonia, qualche progresso negli altri casi [Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania] e buoni progressi in Kosovo, legati al processo di liberalizzazione dei visti”, sottolinea Sabine Zwaenepoel della Commissione europea. In generale tutti i paesi restano ad un livello di preparazione medio-basso, tranne il Kosovo, che è ancora al livello più basso. “Il quadro legislativo e le istituzioni necessarie ci sono, e dovrebbero permettere di investigare, perseguire e condannare i casi di corruzione. Ma i risultati restano pochi“, continua Zwaenepoel.

Un quadro confermato dai casi del Montenegro e della Bosnia-Erzegovina. Nel primo caso, l’Agenzia anticorruzione è stata istituita a inizio 2016, con un ampio mandato che include anche il finanziamento ai partiti, spiega Dragan Koprivica, ma finora non ha portato a miglioramenti concreti. In Bosnia-Erzegovina la procura ha aperto vari casi di corruzione di alto livello [si ricordi il caso Radončić], ma i processi non hanno portato a nessuna condanna. “Anzi ci troviamo poi a dover rimborsare anche le spese legali”, conclude Lejla Bičakčić. Insomma le istituzioni ci sono ma devono ancora essere fatte funzionare. “Servono le persone giuste al posto giusto,” sottolinea Macovei.

E in effetti, anche laddove progressi ci sono stati, questi non sono percepiti dai cittadini. La corruzione resta un fenomeno percepito come diffuso e, come ricorda Sašo Klekovski dalla Macedonia, non è nemmeno tra le prime preoccupazioni dei cittadini, che mettono al primo posto piuttosto il lavoro. “La pressione della corruzione è in crescita, non viene denunciata nè sanzionata. L’accettabilità sociale della coruzione è in crescita, anche tra i giovani”.

Il momento migliore per combattere la corruzione in politica, e forse l’unico, è il periodo pre-adesione,” spiega l’eurodeputata ed ex ministro della giustizia romena, Monica Macovei. “I politici corrotti allora sono sottoposti ad una doppia pressione: dai cittadini dal basso, e dalle istituzioni europee dall’alto. Dopo l’adesione, scordatevelo.” Come conferma Zwaenepoel, “gli strumenti migliori per spingere in questo senso si sono rivelati essere il processo di liberalizzazione dei visti e i negoziati d’adesione”.

In paesi in cui la democrazia si limita troppo spesso a una elezione ogni cinque anni, la pressione si sente. “Le nostre elite non sono responsabili di fronte ai cittadini, rispondono solo a Bruxelles. Se qualcosa non è citato nei rapporti della Commissione come necessario, non sarà mai realizzato“, sottolineano Dragan Koprivica dal Montenegro e Sofija Mandic dalla Serbia. “Ringraziamo la Commissione di tener conto dei nostri punti di vista, e chiediamo ancor più trasparenza ed apertura sui documenti dei negoziati d’adesione, per poter aiutare i nostri paesi ad andare avanti.”

La lotta alla corruzione appare come un obiettivo di lungo periodo – e d’altronde la situazione in paesi membri UE da tempo come Italia e Grecia testimonia della sua resistenza. “Serve un cambiamento di mentalità, perché i cittadini inizino a denunciare e smettano di essere complici del sistema. Bisogna far loro capire che il denaro pubblico è denaro loro”, conclude Macovei. Ma perché ciò sia possibile servono istituzioni sociali che favoriscano il cambiamento. “Non si può pretendere che i cittadini facciano i super-eroi, che si mettano contro il sistema senza una rete di salvataggio”, sottolinea Miša Popović da Skopje. E anche la società civile organizzata deve trovare un modo di riconnettersi alla società più ampia per portare avanti queste difficili battaglie.

Foto: RFE/RL

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