intervista Carolina De Stefano

Continuità e rottura del potere in Russia, intervista a Carolina De Stefano

Un’intervista a Carolina De Stefano, autrice di “Storia del potere in Russia”, ci chiarisce alcuni aspetti dell’evoluzione nella definizione del concetto di autorità del Cremlino e delle sue derive…

L’aggressione russa dell’Ucraina ha fatto emergere una serie di domande sulla natura del potere in Russia e ci si è chiesto in questi mesi se Vladimir Putin sia l’espressione di una struttura e di una modalità di concepire l’autorità che, a quelle latitudini, non è mai cambiata nel tempo, oppure non abbia egli stesso plasmato il potere che oggi esercita. Le risposte a tali quesiti sono spesso state il frutto di semplificazioni o approcci deterministici. Carolina De Stefano, ricercatrice e docente di Storia politica russa all’università LUISS Guido Carli di Roma, ha pubblicato un “manualetto” – per usare una sua espressione – che ci invita a penetrare la storia delle istituzioni politiche russe e del loro sviluppo nei secoli: Storia del potere in Russia, dagli zar a Putin (Morcelliana, 2022) è un testo agile, chiaro, profondo, accessibile anche a non addetti ai lavori, capace di ricostruire le tappe fondamentali dell’evoluzione del potere russo, passando per il periodo zarista e quello sovietico, e concentrandosi su un momento chiave, e spesso ignorato, vale a dire i primi anni dopo il crollo dell’URSS, segnati dalla presidenza di Boris El’cin. Abbiamo dialogato con l’autrice. Il libro, invece, è disponibile qui.

In questa “Storia del potere in Russia” leggiamo di zar, dittatori, oligarchi, ma manca la gente comune. Qual è il ruolo del popolo nella definizione del potere in Russia e, in generale, qual è il rapporto tra i russi e il potere?

La storia russa è una storia di oppressione, di controllo da parte di un potere centralizzato su una popolazione che, per secoli, è stata a larga maggioranza contadina e assoggettata a un’élite europeizzata (anche se non sempre occidentalizzata). Lo scarto tra popolo ed élite è sempre stato marcato. Anche la popolazione urbana ha faticato a essere protagonista e pochi centri urbani hanno partecipato agli eventi politici e storici – a eccezione della Rivoluzione d’Ottobre e, soprattutto, del periodo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Un periodo in cui la gente ha guadagnato spazi di partecipazione nella definizione del potere che non si erano visti prima, e non si sono più visti dopo, quando la ri-centralizzazione putiniana ha nuovamente ristretto gli spazi. Tuttavia si ha l’impressione, frequentando la società russa, che i costumi e la mentalità della gente comune stiano cambiando ed evolvendo indipendentemente dalle linee imposte dal potere.

Oggi si discute molto sulla “responsabilità collettiva” dei russi e sul loro appoggio alle scelte politiche del Cremlino. C’è effettivo sostegno alla guerra?

In merito al sostegno alla guerra in Ucraina, occorre dire che nessun sondaggio è credibile al momento. Il supporto alla guerra è estremamente volatile. La fascia di popolazione più anziana, che si informa attraverso media tradizionali, è maggiormente influenzata dalla propaganda e tende per questo a essere favorevole all’operato del Cremlino. Il sostegno dei più giovani è meno definibile ma credo sia sbagliato presentare la popolazione russa come favorevole, in modo acritico e statico, alla guerra.

L’opinione pubblica soffre comunque di estrema passività, disincanto e accettazione. C’è l’idea che quello che verrà dopo sarà sempre peggio di quello che c’è adesso. Il supporto a Putin si motiva con la paura del cambiamento che i russi si portano dietro a causa di una storia costellata da traumi. La memoria degli anni Novanta, quando l’inflazione schizzò all’800% e in alcuni settori economici si tornò persino al baratto, condiziona ancora le scelte dei russi che restano spaventati dall’instabilità.

Ecco, parliamo degli anni Novanta, cui si dedica ampio spazio nel libro. Il sistema dei voucher, le privatizzazioni, l’emergere degli oligarchi… la democrazia russa fallisce con il fallimento delle riforme economiche liberiste. C’è una responsabilità dell’Occidente in merito? È anche colpa nostra se la democrazia russa non si è sviluppata?

Posso dire che a livello di tecnici, russi e occidentali, c’era buona fede rispetto alle politiche economiche applicate in Russia. La terapia “shock” con cui si è passati da un’economia pianificata a una di mercato è stata condotta in ottemperanza alle dottrine economiche ritenute più valide in quel periodo, verso cui ci fu senz’altro troppo ottimismo. Non ci fu però la volontà di umiliare la Russia, come oggi si dice. Il modello liberista era sostenuto in primo luogo dai tecnici russi, come Gajdar (ministro delle Finanze e poi primo ministro tra il 1991 e il 1992, ndr). Certo, data la situazione sono stati fatti degli errori, sia nel non voler inserire la Russia in un sistema di sicurezza europeo, sia nel sostegno al secondo mandato presidenziale di El’cin, nel 1996.

La NATO ha quindi preferito l’allargamento a est piuttosto che l’integrazione della Russia in una nuova architettura di sicurezza europea...

potere russiaLe condizioni sono cambiate molto rapidamente in quegli anni. Nel 1989 era difficile immaginare che in poco più di un anno si sarebbero dissolti il Patto di Varsavia e l’Unione Sovietica e che quindi si sarebbe aperto concretamente lo spazio per un allargamento della NATO a est. Nei primi anni Novanta, gli Stati Uniti erano consapevoli della necessità di integrare la Russia in un nuovo sistema di sicurezza europeo, ma anche in costante contatto con i leader di Polonia e Cecoslovacchia che chiedevano di essere riconosciuti nella loro identità occidentale e diventare membri dell’Alleanza entrando nell’orbita della nascente Unione Europea. Per un breve lasso di tempo sembrò che russi e statunitensi avessero trovato un punto di incontro nella Partnership for Peace che prevedeva una stretta collaborazione tra Russia e NATO, ma la differente percezione del proprio ruolo internazionale impedì uno sviluppo in tal senso: la Russia aveva letto la collaborazione con gli Stati Uniti come la possibilità di entrare nella NATO e guidare insieme a Washington la ricostruzione dell’architettura di sicurezza europea. I russi non si sentivano la parte perdente della Guerra Fredda e cercavano rassicurazione sulla permanenza della propria influenza globale.

El’cin fu sostenuto dagli Stati Uniti per il timore di una vittoria dei comunisti alle presidenziali. Eppure lo stesso El’cin, pochi anni prima, aveva ordinato il cannoneggiamento del Parlamento e imposto una Costituzione iper-presidenzialista mostrando di essere ben poco democratico. È così che si sono gettate le basi del putinismo?

El’cin formalizzò il conflitto con il Parlamento nel 1993, superò una procedura di impeachment e successivamente annunciò lo svuotamento dei poteri degli organi legislativi e ordinò all’esercito di aprire il fuoco sulla Casa Bianca, sede del Parlamento, dove si stava lavorando a emendamenti costituzionali che avrebbero abolito la carica di presidente. Fu questo il “peccato originale” della nuova Federazione Russa. Le istituzioni odierne della Russia non sono nate da un compromesso politico ma da un’azione violenta e unilaterale contro le opposizioni. La costituzione iper-presidenziale imposta da El’cin ha successivamente consentito la ri-centralizzazione del potere avvenuta con Putin.

C’è speranza per un futuro democratico della Russia oppure il paese non è attrezzato, politicamente e storicamente, per la democrazia?

Parlare di “speranza” è sbagliato perché ci mette in una prospettiva teleologica in cui ci si aspetta che la Russia diventi qualcosa di diverso da quello che è. Questo impedisce di comprendere e di relazionarsi correttamente con la Russia. È difficile immaginare nel breve termine cambiamenti radicali, ma la società sta cambiando e fino allo scorso febbraio avrei pensato che il sistema si sarebbe mosso verso una tecnocrazia post-putiniana, con una parziale decentralizzazione del potere. La guerra però riduce la possibilità che possa emergere una figura più moderata dopo Putin. La tensione sociale interna alla Russia, alimentata dalla guerra, può essere tuttavia la premessa ad aperture inattese. La guerra ha causato una rottura tra popolazione e potere.

Quindi la guerra è un momento di rottura e non di continuità rispetto alla linearità del potere russo?

Penso di sì. La guerra può essere vista ex post in continuità con le politiche del regime, ma segna una rottura perché c’era il tentativo di costruire un sistema che si reggesse oltre Putin. L’invasione dell’Ucraina ha avuto l’effetto di chiudere definitivamente l’era post-Guerra Fredda (in cui si continuò a perseguire un dialogo con Mosca, per quanto difficile) avviando una fase di aperta contrapposizione al contempo radicalizzando il regime. Qualunque sarà l’esito del conflitto, esso peserà per generazioni sui russi.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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