Wagner Serbia
Russian President Vladimir Putin and Serbian President Aleksandar Vucic arrive for a news conference in Belgrade, Serbia, January 17, 2019. REUTERS/Stoyan Nenov

Il ventennio di Putin nelle relazioni russo-balcaniche

Il ventennio di Putin nelle relazioni russo-balcaniche, dal ritiro alla guerra ibrida, è segnato dal tentativo di congelare lo status quo arrestando l’allargamento della NATO e dell’UE. La guerra in Ucraina mostra come la stabilità della regione sia ancora precaria…

Il primo mandato, ridimensionamento e ritiro

Il primo mandato di Vladimir Putin al Cremlino è iniziato con una fase di ridimensionamento generale rispetto alla presenza russa nei Balcani, in alcuni casi coinciso con un vero e proprio ritiro.  In effetti, dopo la crisi acuta provocata dall’intervento della NATO in Kosovo, Putin non cavalcò l’onda del risentimento ed evitò un’escalation che a quel punto sarebbe stata oggettivamente dannosa e controproducente per Mosca: vi fu piuttosto un ridimensionamento della presenza e dell’impegno russo nell’area, mai del tutto formale almeno fino al ritiro dei contingenti russi dalle forze multinazionali a guida NATO sia in Kosovo che in Bosnia-Erzegovina avvenuto solo a metà del 2003.

Del resto in quegli anni, lo sforzo del nuovo padrone del Cremlino era tutto rivolto, sul piano esterno, a chiudere definitivamente i conti con l’irredentismo ceceno, cosa che fece in maniera feroce e disumana, e, su quello interno, a consolidare il potere, suo e degli oligarchi, innescando quei forti segnali anti-liberali e autoritari che cominciarono a connotare il sistema neo-imperiale putiniano: fenomeni entrambi (il massacro ceceno e la deriva autoritaria del regime) ben intuiti e accuratamente descritti da Anna Politkovskaya, che per questo pagò il prezzo più alto.

Il nodo del Kosovo e l’ipocrisia di Mosca

Anche il “momento magico” della politica balcanica dell’UE e della prospettiva europea dei Balcani occidentali, sublimato nella Dichiarazione di Salonicco del giugno 2003, ricevette una buona accoglienza a Mosca, non certo entusiastica ma per nulla ostile. A metà del decennio, la situazione cambiò decisamente con il ritorno a una politica più assertiva in generale, che nel contesto balcanico si palesò direttamente nell’irrigidimento russo durante i nuovi negoziati sullo status del Kosovo condotti da Martti Ahtissari, e indirettamente con un rilancio in grande stile della penetrazione economica e finanziaria russa nell’area, di cui le ambiziose iniziative energetiche come il gasdotto South Stream costituivano la punta di lancia.

E’ interessante notare come i presupposti della risoluta posizione russa a sostegno della Serbia nel negare la sovranità del Kosovo indipendente venissero smentiti clamorosamente da Mosca nelle situazioni conflittuali in molte repubbliche post-sovietiche, dal Nagorno-Karabakh alla Transnistria fino, con la mossa eclatante dell’agosto 2008, al sostegno militare diretto e determinante dato alle repubbliche secessioniste di Abcasia e Ossezia del Nord in Georgia in quella che la propaganda russa tuttora presenta come la “gloriosa guerra dei cinque giorni”. Ritornando con la mente a quei giorni, non si può non notare che Mosca, per giustificare l’intervento, utilizzò le stesse formule (addirittura lo stesso wording) usate dalla NATO per motivare l’intervento in Kosovo (dalla necessità di un intervento umanitario per impedire una pulizia etnica alla denuncia di presunti crimini commessi dai georgiani e dalla loro dirigenza).

All’ombra dell’Ucraina, i Putin’s brothers” dei Balcani

La prima crisi ucraina (quella del 2013-14, da molti per lungo tempo rimossa) e il conseguente stand-off e confronto tra la Russia e il mondo occidentale, hanno aperto una terza fase anche nella politica balcanica russa di impronta putiniana, che potremmo anch’essa definire di stand-off, nella quale i Balcani occidentali sono diventati una sorta di “grande gioco” del nuovo millennio, un campo di battaglia figurato tra Russia e Occidente nel quale la Russia ha utilizzato tutte le dimensioni e gli strumenti della “guerra ibrida” ad eccezione ovviamente di quelli militari in senso convenzionale.

Aleksandar Vucic, emerso come il nuovo uomo forte di Belgrado (il cui governo ha segnato negli ultimi anni una deriva illiberale e repressiva definita “alla Putin”), deciso a non muovere di un passo la drastica posizione serba nei confronti del Kosovo (pur tenendo formalmente aperto l’esile filo del dialogo mediato da Bruxelles, un ormai moribondo dialogo tra sordi mediato da ciechi), e Milorad Dodik, leader indiscusso dell’entità serba di Bosnia-Erzegovina le cui minacce secessioniste sono diventate sempre più aggressive fino a far temere un ritorno alla guerra nella più fragile e tormentata repubblica post-jugoslava, entrambi pronti a dichiarare come indissolubili i legami storici, culturali e strategici con la Russia, sono diventati i principali “Putin’s brothers” nei Balcani.

Congelare l’instabilità

Guardando le immagini delle visite a Belgrado di Putin compiute il 16 ottobre 2014 (in occasione del 70mo anniversario della liberazione della capitale dall’occupazione nazista) e il 17 gennaio 2019, l’accoglienza regale e i tripudi di folla mai riservati in così grande stile in tutta la storia della capitale serba, jugoslava e di nuovo serba, non si può non restare impressionati, tenendo presente che si sono svolte in un paese candidato all’adesione all’UE. Non bisogna infine dimenticare la spregiudicata “diplomazia del vaccino” con la quale Mosca e Pechino in tandem hanno tentato di consolidare e rilanciare le loro posizioni nell’area balcanica durante l’emergenza pandemica, sfruttando la miopia e la congenita lentezza di Bruxelles, che solo alla fine è comunque intervenuta, salvando il salvabile e almeno, per quel che restava, la faccia.

Lasciando da parte le suggestioni, appare evidente che l’obiettivo di fondo della Russia nei Balcani occidentali in questi ultimi anni non è stato quello di rivedere lo status quo, bensì piuttosto di congelarlo, di contribuire al congelamento delle questioni controverse e della ferite aperte della guerra, vale a dire la questione kosovara e quella bosniaca ma anche la generale instabilità. L’obiettivo strategico è stato invece quello di impedire l’espansione della NATO e rallentare l’allargamento dell’UE: nel primo caso, si deve registrare un quasi totale fallimento russo, con l’adesione all’alleanza della Macedonia del Nord e del Montenegro (quest’ultima che Mosca ha tentato di evitare in ogni modo, lecito e pure illecito); nel caso dello stallo della prospettiva europea, pur essendo questo determinato in primo luogo dalla crisi d’identità dell’UE stessa e di molti paesi membri, ha finito per fare il gioco di Mosca.

Una guerra ibrida

La “cassetta degli attrezzi” della guerra ibrida russa nei Balcani comprende vari strumenti e, ad eccezione di quelli di coercizione diretta, Mosca li ha usati tutti: si va dalla dipendenza energetica, ormai quasi totale in Serbia, ai legami economici e commerciali, all’interferenza indiretta nella politica interna dei vari paesi attraverso la propaganda e la disinformazione, il controllo indiretto dei media, la manipolazione e la strumentalizzazione dei noti legami storici, culturali e religiosi, giungendo addirittura all’ispirazione di veri e propri tentativi di sovversione delle strutture democratiche nazionali (come accaduto in un oscuro tentativo di “golpe” in Montenegro nel 2016).

L’aggressione russa all’Ucraina, avviata nel febbraio 2022, sta avendo dei riflessi importanti nei Balcani e conservare lo status quo potrebbe non essere sufficiente a garantire la sicurezza della regione. E mentre il presidente serbo Vucic schiera truppe “preparate per combattere” lungo il confine con il Kosovo, appare evidente che l’integrazione europea segna il passo. La guerra, tuttavia, non sembra una prospettiva realistica: l’esercito serbo non può entrare nel paese senza autorizzazione del contingente NATO, che sembra tutt’altro che intenzionato a darglielo. Il Kosovo ha intanto lanciato un appello per essere ammesso nella Nato insieme alla Bosnia. Una richiesta avanzata in maggio chiaramente in chiave anti-serba, mentre la crisi in Ucraina era già in atto.

Immagine Stoyan Nenov / REUTERS

 

Chi è MIchael L. Giffoni

Michael L. Giffoni (New York, 1965), da diplomatico di carriera dal 1992 al 2014 ha ricoperto numerosi e delicati incarichi nazionali ed europei. Dopo aver trascorso gli anni ’90 in Bosnia e nel resto dell’ex-Jugoslavia in guerra, è stato Capo della Task-force per i Balcani dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Javier Solana, poi per 5 anni primo Ambasciatore d’Italia in Kosovo (2008-2013) ed infine (2013-14) Capo Ufficio per il Nord Africa e la Transizione araba al Ministero degli Affari esteri.

Leggi anche

Gruhonjić

SERBIA: Minacce al prof. Dinko Gruhonjić, l’Università sotto attacco dei nazionalisti

A Novi Sad, esponenti di estrema destra occupano la facoltà di Filosofia per chiedere il licenziamento del prof. Dinko Gruhonjić. Una vicenda allarmante ed emblematica della situazione politica in Serbia

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com