TURCHIA: Nascondere la crisi economica sotto al tappeto

La Turchia ha annunciato di voler normalizzare le relazioni con l’Armenia. Una dichiarazione geopolitica per cercare di nascondere la crisi economica sotto al tappeto?

 

Nel bel mezzo dell’attuale crisi economica che sta affliggendo il paese, il ministro degli Affari Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha annunciato questa settimana che la Turchia vorrebbe normalizzare le proprie relazioni con l’Armenia, con un primo passo in questa direzione rappresentato dalla ripresa di voli di linea fra Erevan e Istanbul.

La strada verso un riavvicinamento è però complicata: diversi sono i bocconi amari che ancora avvelenano i rapporti, fra i quali la continua riluttanza della Turchia a riconoscere il Genocidio armeno nel 1915, ma anche il sostegno turco all’Azerbaigian durante la Guerra del Nagorno-Karabakh del 2020.

L’inatteso annuncio parrebbe un tentativo per mettere in ombra la crisi economica, giocando la carta della geopolitica nel Caucaso. Tuttavia, potrebbe non essere abbastanza per deviare l’attenzione dalla spirale negativa in cui sta precipitando la moneta nazionale, e con essa l’economia turca. Come già raccontato sulle nostre pagine, da inizio anno la lira turca ha perso oltre la metà del suo valore, con effetti sempre più pesanti per la società. Il paese è sull’orlo della bancarotta finanziaria e l’intenzione di riconciliarsi con Erevan può poco in questo contesto di sempre più profonda difficoltà – tantomeno blindare le possibilità di rielezione per Recep Tayyip Erdoğan alle presidenziali del 2023.

La vera spinta dietro alla dichiarazione di Çavuşoğlu potrebbe essere stata dettata in realtà da ragioni molto più strategiche, e originerebbero dall’accordo di pace siglato fra Russia, Azerbaigian e Armenia nel novembre 2020 che ha messo fine agli scontri nel Nagorno-Karabakh. Il documento, infatti, non è solo un cessate il fuoco, ma come riporta l’analista politico Cengiz Candar, rappresenta un vero e proprio piano di intenti per modellare il futuro della regione.

L’accordo prevedrebbe, infatti, fra gli altri, la disposizione di un “corridoio” per connettere l’Azerbaigian con la sua “exclave” autonoma di Naxçıvan, separata dalla restante parte del territorio azero dall’Armenia, lungo il confine turco. Il corridoio consentirebbe in questo modo di collegare direttamente la Turchia con l’Azerbaigian, permettendo ad Ankara di proiettarsi verso il Mar Caspio e da lì verso le altre repubbliche turche dell’Asia Centrale.

L’importanza geopolitica del patto trilaterale è evidente e offrirebbe immensi benefici geopolitici, economici e commerciali: Ankara otterrebbe l’accesso al corridoio di trasporto attraverso il territorio armeno, mettendo così in collegamento la Turchia con l’Asia Centrale e la One Belt One Road Initiative cinese.

L’apertura del collegamento di trasporto è in linea anche con le ambizioni del Cremlino di aumentare la sua influenza geopolitica nella vecchia orbita dell’Unione Sovietica, il Caucaso meridionale, poiché Mosca avrebbe accesso all’Armenia e Azerbaigian, oltre che alla Turchia, bypassando la Georgia. Non solo, la Russia con i suoi peacekeepers manterrebbe il controllo della via, garantendosi una presenza militare, probabilmente maggiorata, in loco.  

Non solo, questo collegamento regionale sarebbe di estremo interesse anche per le aspirazioni della Cina e della sua One Belt One Road Initiative, consentendo ai prodotti e beni cinesi di viaggiare agevolmente lungo tale infrastruttura.

La possibilità di una distensione fra Turchia e Armenia è stata ben accolta dagli Stati Uniti, una prospettiva già incoraggiata dal presidente Joe Biden durante l’incontro a Roma fra i due paesi avvenuto in ottobre. In questa occasione, Biden avrebbe sollecitato Erdoğan a riaprire i confini della Turchia con l’Armenia, chiusi dal 1993 da Ankara in solidarietà con l’Azerbaigian. In realtà, l’apertura armena della Turchia non avrebbe niente a che fare con la richiesta degli USA e, in ogni caso, una normalizzazione con l’Armenia non è abbastanza per recuperare e riparare le relazioni con gli Stati Uniti – Washington non ha ancora perdonato l’acquisto da parte della Turchia dei missili S-400 russi.

Il primo passo verso la conciliazione fra Ankara e Erevan sarebbe un incontro fra inviati speciali dei due paesi per discutere della riapertura del confine turco-armeno, cui seguirebbe la nomina di ambasciatori. Se il processo proseguirà senza intoppi, il corridoio fra Turchia e Azerbaigian potrebbe effettivamente concretizzarsi. Tuttavia, una conclusione agevole del processo non è per nulla scontata e le relazioni potrebbero in ogni momento deragliare nuovamente – come già avvenuto numerose volte in passato.

Lungi dall’attenuare il difficile periodo economico che la Turchia sta vivendo, il corridoio sarebbe tuttavia una mossa strategica e geopolitica importante dai grandi vantaggi a lungo termine. Il Sultano ha sicuramente fatto le sue considerazioni.

NOTA: numerosi sono gli articoli di East Journal sulla guerra del Nagorno-Karabakh. EJ si è anche occupato estensivamente della questione armena. Di seguito sono riportati alcuni articoli fondamentali, si raccomanda tuttavia di consultare l’archivio per la visione completa.

Sul Genocidio armeno:

Sulla Guerra del Nagorno-Karabakh:

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Foto: Kremlin.ru

Chi è Rebecca Grossi

Appassionata di politica e di tutto ciò che sta al di là della ex Cortina di ferro, ha frequentato Studi Internazionali a Trento e Studi sull'Est Europa presso l'Università di Bologna. Dopo soggiorni più o meno lunghi di studio e lavoro in Austria, Grecia, Germania, Romania e Slovenia, abita ora a Lipsia, nell'ex DDR, dove è impegnata in un dottorato di ricerca in Global and Area Studies. Per East Journal si occupa principalmente di Romania.

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