ARMENIA: Nonostante tutto la Russia rimane l’unica opzione

Dopo 44 giorni di duri combattimenti, la sera del 9 novembre il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, tramite la mediazione del capo di stato russo, Vladimir Putin, hanno sottoscritto un accordo per fermare la guerra in Nagorno-Karabakh. Il cessate il fuoco firmato da Baku e Erevan riconosce la vittoria militare azera, rappresenta una decisione estremamente dolorosa per l’Armenia, stando alle parole del suo premier, e sembra accrescere  l’influenza russa nel Caucaso Meridionale.

I dettagli dell’intervento di Mosca

L’accordo prevede il dispiegamento di circa 2 mila peacekeeper russi allo scopo di garantire la sicurezza del corridoio di Lachin, un fazzoletto di terra largo cinque chilometri che collega l’Armenia con i territori del Nagorno-Karabakh rimasti sotto il controllo armeno. Il contingente russo, giunto in loco l’11 novembre alla guida del tenente generale Rustam Muradov (ufficiale insignito del titolo di “Eroe della Federazione Russia” nel 2017 per la sua partecipazione agli eventi bellici in Siria), rimarrà almeno cinque anni, prorogabili di un altro lustro nel caso in cui nessuna delle parti notifichi sei mesi prima della scadenza la propria contrarietà alla presenza dei peacekeeper.

Ciò consente a Mosca di riaccedere ai giochi geopolitici nell’area come attore fondamentale e di arginare l’incursione di Ankara. Vari fattori hanno indotto il Cremlino alla cautela durante queste sei settimane di guerra: da un lato, l’epidemia di coronavirus che ha aggravato ancor più l’orizzonte economico del paese; dall’altro lato, uno scenario geopolitico tutt’altro che roseo, oscurato dalle situazioni di Bielorussia e Kirghizistan e dai complessi rapporti con l’Azerbaigian. Finché, dopo una fase di apparente passività marcata dal fallimento dei due cessate il fuoco del 10 e 17 ottobre stipulati sotto la sua mediazione, la Russia non si è assicurata ancora una volta un ruolo determinante negli equilibri geopolitici del Caucaso Meridionale.

L’invio dei peacekeeper in Nagorno-Karabakh conferisce a Mosca una leva senza precedenti per esercitare un’influenza maggiore sulla politica interna azera e intensificare la presa sull’Armenia. Mentre a Erevan si susseguono proteste di massa che additano l’intesa a tradimento ed esigono le dimissioni (sostenute pubblicamente anche del presidente Armen Sarkissian) del primo ministro Nikol Pashinyan, il Cremlino rimane, volente o nolente, l’unico garante della sicurezza economica e politica dell’Armenia. Molti si domandano perché Erevan, isolata territorialmente (i confini con l’Azerbaigian e la Turchia, due delle sue quattro frontiere, sono chiusi dall’inizio del conflitto negli anni ‘90), con un’economia vulnerabile e fortemente dipendente da quella russa, ma soprattutto in netta inferiorità di uomini e mezzi rispetto all’Azerbaigian, abbia ritenuto di potere fronteggiare il nemico storico a viso aperto. Si aspettava forse che Mosca intervenisse a suo favore?

Una relazione privilegiata con grandi effetti collaterali

Sin dall’indipendenza, l’Armenia ha rivestito il ruolo di partner strategico della Russia nella regione. Un rapporto divenuto (come prevedibile) con il passare del tempo sudditanza, per effetto dello stretto controllo di Mosca sull’economia armena. Dal commercio alle infrastrutture, dalle forniture energetiche alle rimesse della diaspora, il prodotto armeno dipende dalla Russia. L’altra faccia dell’asservimento è la sicurezza: garantendo lo status quo nella regione, la Russia s’è creata un avamposto strategico chiave nel Caucaso Meridionale.

La cooperazione militare è uno dei pilastri portanti di questo sodalizio tra Armenia e Russia e su di essa l’impatto del conflitto in Nagorno-Karabakh è evidente. Mosca e Erevan operano insieme nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza difensiva che include, oltre ad esse, gli altri membri dell’Unione Eurasiatica (Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan) e il Tagikistan.  Inoltre la Russia dispone di due basi militari in Armenia: la base 102 dell’esercito, dove sono dislocate forze di terra, a Gyumri, e la base 3624 dell’aviazione militare, all’aeroporto di Erebuni, poco lontano dalla capitale Erevan. Col “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza” che lo lega all’Armenia dal 29 agosto 1997, il Cremlino s’impegna a fornire sostegno militare in caso di attacchi e viceversa. Invocandolo, il 31 ottobre scorso il primo ministro armeno aveva chiesto formalmente al presidente russo l’avvio di consultazioni urgenti sul conflitto con l’Azerbaigian.

Una tragedia quasi annunciata per l’Armenia

Il Cremlino però non ha voluto e, soprattutto, potuto intervenire a fianco dell’Armenia nel conflitto relativo al controllo del Nagorno-Karabakh. Mosca è sì tenuta a intervenire in base agli obblighi della CSTO, ma non quando in ballo ci sono i territori della repubblica non riconosciuta del Nagorno-Karabakh. Diverso sarebbe stato se il teatro del conflitto fosse stata la repubblica armena, come dimostra il piccolo avamposto militare russo insediato a Tegh (l’ultimo villaggio armeno lungo la strada che conduce al corridoio di Lachin) monito rivolto ad Azerbaigian e Turchia.

Non è tutto: per quanto la vulgata storica dipinga spesso la Russia come alleata o protettrice degli armeni, la realtà si rivela più complessa. Dato l’intricato contesto geopolitico, Mosca fornisce armi sia a Erevan che a Baku, nell’intento di garantire l’equilibrio tra i due contendenti. Senza contare che le relazioni bilaterali tra Mosca e Erevan si sono parzialmente incrinate dopo la “rivoluzione di velluto” del 2018, quella che ha portato Nikol Pashinyan alla guida del governo. La sua lotta alla corruzione, conclusasi con l’arresto di importanti oligarchi vicini alla Russia e dell’ex presidente filo-russo Robert Kocharyan, non ha riscosso grande plauso al Cremlino.

L’11 novembre, lo stesso giorno in cui il fortuito abbattimento di un elicottero Mi-24 russo da parte azera, a cui sono immediatamente seguite le scuse di Baku e non più di un paio di blande proteste al Cremlino, è stato raggiunto un accordo che per Erevan ha il sapore della capitolazione. Non solo comporta la rinuncia di territori sotto il controllo armeno dal 1994, ma anche la concessione di un corridoio per il movimento, senza impedimenti, di mezzi, persone e beni tra l’Azerbaigian e il Nachicevan (l’exclave azera separata dal resto della nazione dal territorio armeno). Anche se quest’ultimo punto rimane ancora da definire e la Russia non sarà di certo così propensa a una simile concessione, per Erevan è un boccone fin troppo amaro da mandar giù. Per non parlare della crisi umanitaria senza precedenti, con numerosi vittime e feriti tra militari e civili, nonché un enorme numero di sfollati causati dall’avanzata azera. L’Armenia, dopo aver sperato a lungo che Mosca corresse in suo soccorso, si ritrova oggi più sola che mai, dipendente quasi in tutto e per tutto dalla Russia.

Immagine: lragir.am

Chi è Leonardo Zanatta

Nato e cresciuto a Bologna, ha vissuto per diverso tempo in Azerbaigian e Russia. Laureatosi in Scienze internazionali e diplomatiche, frequenta il secondo anno di magistrale MIREES (Interdisciplinary studies on Eastern Europe). I suoi ambiti di ricerca coprono prevalentemente sicurezza energetica, conflitti regionali e cooperazione economica nel Caucaso e in Asia Centrale. Scrive per East Journal da inizio 2020 e ha collaborato con il Caspian Center for Energy and Environment di Baku, il Caucasus Asia Center, l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI) e Geopolitica.info.

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