Tra lobby e realpolitik: gli USA riconoscono il genocidio armeno

Il 2019 si è concluso all’insegna di un avvenimento di portata storica e destinato ad avere un impatto notevole anche nel corso dei prossimi mesi: il Congresso degli Stati Uniti ha votato il riconoscimento del “Genocidio armeno”. Con questa espressione si definisce il massacro della popolazione armena perpetrato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916; una tragedia che secondo le stime più autorevoli ha provocato 1,5 milioni di morti e che Ankara tutt’oggi rifiuta di accogliere con la definizione di “genocidio” (prevista dalla risoluzione 260 A (III) dell’ONU).

Gli Stati Uniti sono così il ventinovesimo paese al mondo a riconoscere una delle più grandi catastrofi dell’umanità, noto anche come il “Primo genocidio del ventesimo secolo”. Le reazioni più forti alla notizia sono state ovviamente quelle dei due paesi maggiormente coinvolti: Armenia e Turchia. Se a Erevan si è parlato di voto storico e di passo importante verso verità e giustizia storica, come dichiarato dal primo ministro Pashinyan, ad Ankara non sono di certo scoppiati i fuochi d’artificio. 

Da Ronald Reagan fino all’ex presidente Obama, erano state condotte diverse battaglie sul tema. Tuttavia, va sottolineato quanto decisivo sia stato, per raggiungere questo storico risultato, l’operato “dietro le quinte” della lobby armeno-americana. Dalle organizzazioni politiche, quali l’AAPAC (Armenian American Political Action Committee), alle associazioni culturali – prima fra tutte l’Armenian Assembly of America -, fino ad arrivare a celebrità quali Kim Kardashian e Serj Tankian, la comunità armena si è sempre impegnata per il riconoscimento. 

La lentezza con cui si è giunti al traguardo è dovuta principalmente alla complicazione delle relazioni con Ankara, importante partner commerciale nonché membro della NATO. James Jeffrey, ex-ambasciatore americano in Turchia, scriveva come “Ogni decisione degli Stati Uniti in merito alla classificazione degli eventi del 1915 come genocidio potrebbe provocare una tempesta politica nel paese e gli effetti sulle relazioni bilaterali, incluse quelle politiche, militari e commerciali sarebbero devastanti”. Quando la Camera dei Rappresentanti aveva dato il sì al riconoscimento il 23 ottobre, la reazione di Erdogan non si era fatta attendere: convocazione dell’ambasciatore, risoluzione del parlamento contro il “tentativo di ricattare la Turchia”, minaccia di annullare la visita presidenziale alla Casa Bianca prevista a breve. Tra l’altro, quella del genocidio non era stata l’unica risoluzione votata dai deputati: una seconda prevedeva sanzioni alla Turchia in seguito all’intervento militare nel nord-est della Siria. Queste ultime sono poi state ritirate, visto il dietrofront di Ankara; tuttavia, potrebbero tornare in gioco alla prossima escalation. Entrambe le parti, per quanto alleate, non si risparmiano dunque ricatti e provocazioni. 

La tensione innescata dal riconoscimento del genocidio armeno potrebbe tuttavia non turbare solo le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Turchia. Anche la Russia, da sempre attenta alla sua immagine di “protettrice degli armeni” nonché luogo di dimora di un numero elevatissimo di immigrati, potrebbe decidere di usare il tema del genocidio, come già fatto in passato, per i suoi fini geopolitici.

In conclusione, il riconoscimento americano del genocidio armeno è un passo nella direzione auspicata da Pashinyan, che però ne vorrebbe l’estensione a quanti più stati possibili. Ma è anche atto destinato a scatenare tensioni e rivendicazioni, a turbare gli equilibri geopolitici.

Foto: RFI

Chi è Leonardo Zanatta

Nato e cresciuto a Bologna, approda in Azerbaigian dopo un anno passato tra diverse città in Russia. Laureatosi in Scienze internazionali e diplomatiche, frequenta il secondo anno di magistrale MIREES (Interdisciplinary studies on Eastern Europe). Questa esperienza gli ha consentito di approfondire il suo interesse per lo spazio post-sovietico (in particolare per il Caucaso e l'Asia Centrale) e di applicarlo a tematiche quali sicurezza energetica e cooperazione economica regionale. Scrive per East Journal da inizio 2020 e collabora con il Caspian Center for Energy and Environment di Baku e l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).

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