NAGORNO-KARABAKH: Una crisi sempre più regionale

I combattimenti in Nagorno-Karabakh continuano ad infiammare la regione dal 27 settembre, con risvolti di giorno in giorno più preoccupanti. Parallelamente, il conflitto pare oltrepassare i confini di Armenia e Azerbaigian, coinvolgendo sempre più direttamente altri attori internazionali.

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Sviluppi bellici e costo umanitario

Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, pesanti bombardamenti hanno colpito Shusha e Stepanakert, capitale de facto del Nagorno-Karabakh. La cattedrale di Shusha è stata gravemente danneggiata e tre giornalisti che si trovavano nell’area per documentare i fatti sono rimasti feriti.

Le stime sui morti continuano a crescere: fonti ufficiali armene riportano che sino ad ora ventidue civili siano stati uccisi e novantadue feriti in Nagorno-Karabakh, mentre la stima sulle vittime militari sarebbe salita a 350. Purtroppo, stando a quanto descritto dai reporter di Novaya Gazeta, i volontari che operano sul luogo ritengono che le perdite siano molto più elevate, che le condizioni al fronte siano terribili e che le reclute non abbiano abbastanza armi ed uniformi.

Stando alle fonti azere, anche il territorio controllato da Baku è stato a più riprese colpito. Dopo il bombardamento di Ganja avvenuto nei giorni scorsi, ieri anche Aghjabadi, Tartar, Goranboy, Aghdam e Barda sono stata colpite. Tuttavia, le autorità armene negano di aver mai aperto il fuoco verso il territorio azero. Stando ai dati forniti da Baku, sino ad ora 31 civili sono morti e 154 sono stati feriti.

Il governo azero non ha voluto rendere pubblica l’entità delle perdite dell’esercito nazionale e nel paese sembra esserci per ora un certo entusiasmo militarista. Tuttavia, pochi coraggiosi attivisti si sono mobilitati, condannando la guerra e i sentimenti nazionalisti esacerbati dalla presidenza Aliyev, e tra concittadini non hanno sollevato solo reazioni ostili.

Regionalizzazione del conflitto

L’escalation del conflitto finisce inevitabilmente per coinvolgere l’intera regione.

Negli ultimi giorni, territori nelle vicinanze di Tabriz, in Iran, sono stati a più riprese colpiti da missili provenienti da entrambi gli schieramenti. In particolare, il 5 ottobre scorso delle bombe azere sono state accidentalmente lanciate vicino al villaggio di Khoda, distruggendo case e fattorie e ferendo un bambino di sei anni. In seguito, tanto le autorità azere quanto quelle armene si sono scusate con la Repubblica Islamica, promettendo di fare più attenzione nel calcolare le traiettorie dei propri missili. Il 7 ottobre Rouhani ha nuovamente espresso preoccupazioni per l’escalation in Nagorno-Karabakh, che, stando alla sue parole “rischia di trasformarsi in una guerra regionale”.

Il conflitto inizia a sollevare preoccupazioni anche in Caucaso nel Nord. Ieri, a soli 5 chilometri dal villaggio di Chirag, in Daghestan, si è abbattuto un razzo, che ha spaventato la popolazione locale e aperto un ampio cratere nel terreno. Secondo fonti russe, il missile era presumibilmente in mano alle forze armene e si è schiantato in Daghestan per errore.

La vicinanza del paese alla zona di guerra, fa sì che anche dalla Georgia la situazione sia seguita con estrema apprensione. Nel pomeriggio del 27 ottobre, due droni si sono schiantati in prossimità dei villaggi di Savanardo e Udabno. Non vi sono certezze circa le origini dei veivoli e fortunatamente nessuno è rimasto ferito nell’incidente, ma si teme che i droni possano essere riconducibili al conflitto. Tbilisi, tuttavia, non ha solo questa preoccupazione: nel paese risiedono cospicue minoranze armene e azere che vivono con grande coinvolgimento il conflitto tra i rispettivi paesi di origine. Già il 28 settembre, un gruppo di azeri ha organizzato una manifestazione in sostegno dell’Azerbaigian a Tbilisi. Lo stesso giorno, i residenti di Ninotsminda e Akhalkalaki, due città a maggioranza armena, si sono scontrati con la polizia di frontiera che non voleva concedere loro di inviare cibo e beni di prima necessità in Armenia. Il paese sino ad ora ha cercato di calmare gli animi e di offrirsi come mediatore nel conflitto, ma tanto Baku quanto Erevan hanno declinato l’offerta.

Come se non bastasse, nel conflitto in Nagorno entrano in gioco anche le complicatissime relazioni tra Siria e Turchia. Il presidente siriano Bashar Assad ha infatti accusato il capo di stato turco, Recep Tayyip Erdogan, di aver coinvolto terroristi provenienti dalla Siria e da “altri paesi” nei combattimenti in Nagorno-Karabakh. Tale preoccupazione è stata repentinamente recepita dal Cremlino, da sempre particolarmente sensibile ai pericoli legati al terrorismo islamico. Il direttore dei servizi di intelligence esterna di Mosca, Sergei Naryshkin ha avvertito che “ci sono migliaia di estremisti che sperano di fare profitti grazie a una guerra in Nagorno Karabakh” e che “Il Caucaso Meridionale potrebbe divenire un trampolino di lancio per organizzazioni terroristiche internazionali”.

Nel frattempo, Baku ha nei giorni scorsi accusato Atene di aver collaborato all’organizzazione di attacchi terroristici destinati al territorio azero, preparato attacchi informatici e reclutato combattenti. La reazione delle autorità greche non poteva chiaramente farsi attendere e l’ambasciatore greco è stato nella giornata di ieri richiamato dall’Azerbaigian. Le autorità azere, tuttavia, non hanno ceduto di un passo e, continuando a sostenere che dei cittadini armeni avessero raggiunto il Nagorno-Karabakh provenendo dalla Grecia, hanno a loro volta richiamato l’ambasciatore azero da Atene. Insomma, dal Caucaso al Mediterraneo, da Cipro al Mar Caspio.

Russia e Turchia

Nel complesso, fatta eccezione per la Turchia di Erdogan, che ha sin dall’inizio sostenuto l’Azerbaigian militarmente e politicamente, gli altri attori della regione hanno come unico obiettivo la cessazione dei combattimenti.

Iran e Georgia sono particolarmente sensibili alla recrudescenza dei conflitti, ma non sono i soli. La posta in gioco per la Russia potrebbe essere assai alta e non limitarsi all’autodeterminazione del piccolo Nagorno-Karabakh. Mosca, infatti, è storicamente interessata a mantenere il controllo dei negoziati nei conflitti dello spazio post-sovietico, escludendo altri attori. Nonostante la Russia negli scorsi mesi e anni abbia stretto le relazioni con la Turchia, l’interventismo di Ankara di questi giorni è, quindi, malvisto dal Cremlino. Inoltre, l’Armenia è dal 2002 membro ufficiale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), una vera e propria alleanza militare a guida russa tra sei paesi appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti. In base alle clausole dell’alleanza, alla Russia sarebbe richiesto di intervenire qualora a finire sotto attacco fosse il territorio armeno internazionalmente riconosciuto – l’alleanza non include il Nagorno-Karabakh. In quel caso, si aprirebbe la prospettiva da incubo di uno scontro diretto tra Russia e Turchia nella regione.

Gruppo di Minsk

Questa è la più cruenta guerra in Nagorno-Karabakh dagli anni ’90. La complessità della situazione e il difficile intreccio di interessi degli attori coinvolti sino ad ora ha impedito al gruppo di Minsk, una piattaforma dell’OSCE creata nel 1992 per tentare di risolvere il conflitto, di produrre risultati positivi. Il ministro degli Esteri azero si è recato ieri a Ginevra per discutere la posizione del proprio paese nel conflitto. Quale tuttavia possa essere il contributo apportato dall’organizzazione è anche in questo caso tutto da verificare.

Immagine: Teller Report

Chi è Eugenia Fabbri

Nata e cresciuta a Bologna, si è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna e frequenta ora il primo anno del corso di laurea magistrale MIREES (Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe), presso la stessa università. Ha vissuto per sei mesi in Georgia, dove ha frequentato alcuni corsi dell'Università Statale di Tbilisi, appassionandosi alle dinamiche politiche del Caucaso Meridionale.

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