RUSSIA: Elezioni senza scelta o occasione per testare il regime?

Anche se in superficie uguali al resto del mondo, sappiamo che le elezioni in Russia hanno un carattere distintivo. Per comprendere il valore delle elezioni parlamentari che si terranno tra qualche giorno (di cui abbiamo fornito una breve guida qui) non basta quindi guardare all’elenco dai candidati e sondaggi pre-elettorali. Anche il solo focus su brogli e manipolazioni, però, restituisce solo un’immagine parziale delle complesse dinamiche che caratterizzano oggi il regime.

Un sistema illiberale

Una domanda sorge spesso spontanea: perché continuare con la farsa delle elezioni se alla fine le tornate elettorali restituiscono sempre i soliti risultati? La risposta, anche se forse banale, è che le elezioni servono, e servono soprattutto al Cremlino. Esse rappresentano, infatti, la principale fonte di legittimità interna ed esterna in quello che Steven Levitsky e Lucan Way definiscono come un regime “autoritario competitivo”. Un sistema dove le elezioni però non sono “libere e imparziali” e sono svolte in “condizioni di disparità” per i vari partecipanti. La competizione, in altre parole, è falsata dal partito al potere che utilizza tutte le leve a disposizione per impedire l’accesso al potere da parte delle opposizioni.

Le elezioni rimangono comunque – al pari delle democrazie liberali – la principale fonte di legittimità popolare. Un altro tipo di legittimità, però, emerge come altrettanto importante per questo tipo di regimi. Quella nei confronti dei variegati ed opachi gruppi di potere (élite politica ed economica) che giocano un ruolo centrale nel mantenere l’impalcatura del sistema, quindi lo status quo.

Il valore nascosto delle elezioni

Ma allora, perché spendere tempo e parole per analizzare le elezioni in questo tipo di regimi? La risposta, anche qui, appare piuttosto semplice. Proprio le elezioni, come dimostra anche il recente esempio bielorusso, possono rappresentare una finestra di opportunità per l’opposizione e innescare dinamiche che possono portare anche al collasso del regime. Non solo, le elezioni sono una cartina di tornasole della compattezza del regime stesso e del livello di coesione tra i vari gruppi di potere. Un test per il regime, anche se la vera minaccia non viene solo dalle urne.

Un equilibrio precario  

In questo contesto, per stravincere le elezioni il regime russo si è storicamente affidato ad un delicato equilibrio tra cinque pilastri fondamentali. Cooperazione con e controllo delle forze di opposizione ritenute più o meno leali al regime (la cosiddetta ‘opposizione sistemica’). Effettiva marginalizzazione (anche tramite uso selettivo della forza) delle reali forze di opposizione. Distribuzione delle risorse economiche e uso di risorse politiche per mobilitare specifiche fasce di popolazione (dipendenti statali, forze dell’ordine ecc.). Manipolazione e brogli durante il voto. Sostegno sincero di una parte consistente della popolazione nei confronti del presidente.

Un equilibrio, dicevamo, che cambia di volta in volta ma che rimane importante. Quello russo, infatti, è un regime che non si basa solo su forza e coercizione, ma anche su elementi di “legittimità dal basso”, quello che Sam Greene e Graeme Robertson chiamano un complesso processo di “co-costruzione” del potere di Putin. Un’impalcatura quindi più fragile di quello che potrebbe sembrare e che ha bisogno di essere costantemente stimolata.

Una falla nel sistema?  

Le elezioni parlamentari, infatti, si terranno in un clima particolarmente teso. Negli ultimi anni una serie di riforme economiche tra cui la famosa riforma dell’età pensionabile, insieme al crescente numero di istanze e proteste politiche hanno minato la stabilità di alcuni dei pilastri su cui il regime si poggia. La marginalizzazione e repressione delle forze di opposizione (oltre il famoso caso Navalny) ha prodotto la più ampia ondata di mobilitazione popolare dell’ultimo decennio e un netto declino della popolarità del partito di potere, Russia Unita (27%).

Non solo, la difficile situazione economica ha drasticamente ridotto i soldi a disposizione del regime da distribuire a pioggia. Lo dimostra, paradossalmente, lo scopo ridotto dell’ultima iniziativa del presidente che a fine agosto aveva annunciato solo un premio una tantum per personale della polizia ed esercito.

Anche la popolarità di Putin è in costante calo (57%) e l’euforia causata dall’annessione della Crimea che aveva fatto schizzare il rating del presidente fino alla soglia dei 90%, sembra aver ora lasciato il campo alle preoccupazioni di tutti i giorni.

Gli scenari possibili

Nonostante le difficoltà, è davvero difficile immaginare grosse sorprese uscire dalle urne. Tuttavia, il modo e gli strumenti con cui la vittoria di Russia Unita viene raggiunta offrono spunti di riflessione.

In primo luogo, affidando il successo del partito di potere soprattutto a brogli e misure repressive appare come uno strumento che porta in dote i suoi rischi. Di nuovo, come dimostra il movimento di protesta del 2011-2012, l’eccessivo uso di frode e coercizione potrebbe servire da collante per l’opposizione. Quindi una nuova ondata di proteste. Questo non porrebbe solo un problema pratico (come rispondere alle proteste?), ma anche simbolico. Per sistemi autoritari competitivi, infatti, stravincere le elezioni e mantenere la stabilità del sistema è centrale per guadagnarsi un’immagine di invincibilità che non serve solo a consolidare la legittimità popolare, ma soprattutto a mandare un segnale ai membri dell’élite al potere che in caso di turbolenza potrebbero essere propensi ad abbandonare la barca.

L’eccessivo uso della forza e manipolazioni in questa tornata elettorale è in verità un simbolo di debolezza del regime che sembra meno capace di stravincere affidandosi alla popolarità del leader e strumenti economici.

Infine, rimane da vedere l’impatto della tattica elettorale proposta dal movimento di Aleksej Navalny, il cosiddetto ‘voto intelligente’. Già testato, con qualche successo, durante le elezioni regionali, il sistema suggerisce agli elettori di ogni circoscrizione il candidato alternativo che ha più possibilità di successo. Lo slogan è ovviamente “tutti tranne Russia Unita”. L’obiettivo dichiarato non è quindi quello di rompere il dominio del partito di potere, ma perlomeno indebolire la sua maggioranza nel parlamento. Il calcolo è fatto sulle possibili conseguenze simboliche e pratiche. Di nuovo, vincere e non stravincere minerebbe l’immagine di invincibilità del regime. Inoltre, una Duma con una maggiore rappresentanza dell’opposizione che ad oggi appare leale al regime, potrebbe portare quest’ultima a giocare un ruolo più autonomo. Sono proprio il Parto Comunista (CPRF) e il Partito Liberal Democratico (LDPR) i maggiori beneficiari del ‘voto intelligente’. Rimaniamo nel campo delle speculazioni, ma come dimostrano altri casi simili, una crescente autonomia dell’opposizione ‘sistemica’ potrebbe rappresentare uno dei fattori di futura instabilità del regime.

Anche se per molti versi saranno una farsa, le elezioni che si terranno nei prossimi giorni potrebbero darci quindi indicazioni sul sistema politico che nel giro di qualche anno sarà chiamato ad attraversare la delicata fase di transizione del potere. Anche se nel 2024 Putin decidesse di rimanere ancora al volante, la macchina da lui guidata potrebbe avere molti più problemi del previsto.

Foto: Flickr

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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