RUSSIA: Una breve guida alle elezioni parlamentari

Settembre è tempo di elezioni in Russia. Dopo il voto popolare dello scorso anno a sostegno della riforma costituzionale che potrebbe prolungare indefinitamente il potere del presidente Vladimir Putin, i cittadini russi sono ora di nuovo chiamati ai seggi per la più importante tornata elettorale degli ultimi anni.

Il 19 settembre, infatti, si terranno le elezioni parlamentari che decreteranno la composizione della Duma (il parlamento russo) che rimarrà in carica per i prossimi cinque anni. Sarà quindi il parlamento uscito da queste elezioni a presiedere il delicato periodo di (non) passaggio di potere previsto per il 2024, quando si concluderà il quarto mandato di Putin. Oltre al parlamento, saranno eletti anche 9 governatori e 39 parlamenti regionali.

Tre giorni di voto senza osservatori OSCE ai seggi

In verità, anche se in Russia si continua a parlare di un’“unica giornata elettorale”, una pratica che dal 2016 vede le elezioni a livello regionale e federale svolgersi tutte la seconda domenica di settembre, i giorni elettorali questa volta saranno tre (tra il 17 e il 19). La causa ufficiale è, ovviamente, il coronavirus, ma i più scettici considerano questa novità come un altro tentativo di manipolazione. Spalmando le elezioni su tre giorni, il compito degli osservatori sarà sicuramente più difficile, mentre le autorità avranno più margine di manovra per intervenire, eventualmente, per ‘aggiustare’ i risultati.

A proposito di osservatori: ad agosto l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha dichiarato che per la prima volta non manderà i propri osservatori a monitorare lo svolgimento delle elezioni. La scelta è dovuta ai nuovi limiti, imposti dalle autorità russe con la scusa della pandemia in corso, relativi al numero di osservatori che potranno essere presenti ai seggi. Tali limiti, secondo l’organizzazione, renderebbero impossibile lo svolgimento della missione.

Intanto, la principale organizzazione indipendente russa, Golos, che ha storicamente svolto un ruolo importante nel monitorare lo svolgimento delle elezioni, è stata inserita nella lista degli “agenti stranieri”. Fattore che potrebbe mettere in pericolo il suo ruolo nei giorni del voto.

Il sistema elettorale misto favorisce il partito del presidente 

Le elezioni si svolgeranno con un sistema elettorale misto. Metà dei seggi (225) saranno allocati tramite sistema proporzionale (secondo le liste dei partiti) con sbarramento al 5%, mentre l’altra metà (225) con sistema uninominale secco.

Oltre a previsioni di brogli e manipolazioni – una caratteristica ben nota delle elezioni in Russia – i vantaggi di tale sistema per il regime, re-introdotto per le scorse elezioni (2016), sono evidenti anche ad occhio nudo. Se nel 2011, quando si svolsero le ultime elezioni con proporzionale puro,  il partito presidenziale Russia Unita è stato capace di guadagnare la maggioranza dei seggi ricevendo ‘solo’ il 49,3% dei voti, nel 2016 con una manciata di voti in più (54,2%) il partito si è assicurato addirittura i 2/3 dei seggi. Il segreto, infatti, sono state le circoscrizioni uninominali dove basta prendere anche un solo voto in più dell’avversario.

Il dominio di Russia Unita si estende anche a livello regionale, dove il sistema clientelare e gli opachi legami tra élite politica ed economica la fanno da padrone. Ad esempio, ad oggi Russia Unita detiene la maggioranza assoluta in 75 dei 83 parlamenti regionali.

I candidati

Infine veniamo ai candidati. Anche se negli ultimi anni la proposta elettorale si è diversificata attraverso la nascita di svariati partiti più o meno vicini al Cremlino, la composizione della nuova Duma non dovrebbe subire molti scossoni. Infatti, dei 14 partiti che prenderanno ufficialmente parte alla corsa, secondo numerosi sondaggi, ad avere reali possibilità di superare la soglia di sbarramento sono i soliti noti.

Oltre, ovviamente, a Russia Unita le principali forze politiche rimangono il Partito Comunista (KPRF), il Partito Liberal Democratico (LDPR) e Russia Giusta. I primi due hanno da tempo trovato la loro collocazione nel sistema politico della Russia putiniana, giocando il ruolo dell’opposizione cosiddetta ‘sistemica’: capaci, cioè, di partecipare alla vita politica proponendo un’agenda in certa misura alternativa, senza però mai andare oltre i paletti di volta in volta stabiliti dal regime stesso. Anche se entrambi hanno negli ultimi anni mostrato una certa autonomia a livello regionale, dal sostegno alle proteste in favore di Aleksej Navalny del KPRF, alle manifestazioni in piazza a Khabarovsk del LDPR, a Mosca entrambi continuano a giocare – anche se talvolta malvolentieri – secondo le regole stabilite dal regime.

Russia Giusta, dal canto suo, è un partito concepito sin dagli albori come stampella del regime. Un progetto dell’allora vice-capo dello staff dell’amministrazione presidenziale, Vladislav Surkov, la cui idea era quella di creare un partito che occupasse lo spazio di centro-sinistra dello spettro politico facendo da fittizio contraltare a Russia Unita.

Le altre forze politiche, tra cui alcuni creati recentemente per vitalizzare un sistema che sembra sempre più fossilizzato, come Alternativa Verde e Gente Nuova, ma anche i veterani Partito Repubblicano della Libertà Popolare (RPR-PARNAS) e Jabloko, lo storico partito di stampo liberale dilaniato da infinite diatribe interne ed esterne e che non entra in parlamento dal 2003, fanno semplicemente da sfondo. Le dichiarazioni dell’ex leader di Jabloko, Grigorij Javlinskij, che in un’intervista aveva incoraggiato i sostenitori del movimento guidato da Aleksej Navalny a non votare per il suo partito, sembrano aver messo l’ultimo chiodo sulla bara delle (pochissime) speranze elettorali del più longevo partito liberale in Russia.

Imponendo lo status quo

A fare da sfondo alla già impari battaglia elettorale, infine, c’è la crescente ondata repressiva. Con Navalny in prigione, la strategia del regime sembra quella di eliminare ogni possibile competizione a monte.

In questo quadro si inserisce la campagna contro i mezzi d’informazione e giornalisti indipendenti. Ad oggi, ben 47 soggetti, tra media e giornalisti sono stati inseriti nella lista di “agenti stranieri”. Ultimo della lista è stato il canale televisivo Dozhd, da sempre considerato voce dell’opposizione.

A questo si aggiunge anche la mancata registrazione per cavilli legali di numerosi candidati indipendenti legati sia al movimento di Navalny sia ad altri partiti come il KPRF e Jabloko. In questo clima la domanda che la maggioranza degli osservatori si pone non è chi vincerà, ma piuttosto se il partito di potere sarà capace di guadagnarsi la maggioranza costituzionale anche questa volta. Nulla di nuovo sotto il sole.

Immagine: Unsplash.com

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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