BOSNIA: Il tribunale dell’Aja conferma l’ergastolo per genocidio per Ratko Mladić

Forse pensava ormai di averla scampata, Ratko Mladić, quando si nascondeva sotto falso nome in Serbia 14 anni dopo la fine della sanguinosa guerra in Bosnia Erzegovina. Di sicuro non avrebbe immaginato che la sua lunga fuga sarebbe finita in un’aula di un tribunale di un paese straniero che per due volte l’ha condannato all’ergastolo.

Il macellaio

Il “macellaio di Bosnia”, come era chiamato l’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco accusato, tra le altre cose, del massacro di almeno 8.000 bosniaci musulmani a Srebrenica, nel luglio 1995, è stato condannato oggi anche in appello dal Meccanismo internazionale residuale del tribunale dell’Aja che ha confermato la decisione di primo grado del novembre 2017. Il meccanismo si occupa dei casi ancora aperti dall’ormai chiuso tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra per l’ex Jugoslavia, che ha giudicato i crimini commessi da più parti nella sanguinosa disgregazione del paese negli anni ’90.

Mladić è stato a lungo uno degli uomini più ricercati del mondo dopo la fine del conflitto. Gli americani offrirono una taglia di 5 milioni di dollari per catturarlo. La sua cattura era considerata inoltre una precondizione affinché la Serbia potesse candidarsi a diventare membro dell’UE. Mladić riuscì a restare in libertà per quasi 15 anni, protetto dai membri della sua famiglia e sia da forze di sicurezza serbe che serbo-bosniache. Nel 2011 venne arrestato a Lazarevo, in Serbia.

Il primo processo

Il processo a Mladić davanti al Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) iniziò nel 2012. Mladic fu condannato all’ergastolo nel novembre 2017 per la prima volta al termine di un processo in cui furono sentiti 500 testimoni ed esaminate più di 10mila prove.

Il tribunale condannò l’ex comandante serbo-bosniaco per crimini contro l’umanità e genocidio per il suo contributo e la partecipazione a quattro iniziative criminali congiunte volte alla persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e inumano di popolazioni, attacco ai civili e presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. L’accusa più grave riguardava l’organizzazione del massacro di Srebrenica. Mladić è stato assolto, invece, dall’accusa di genocidio per gli anni tra il 1991 e il 1995, prima dell’eccidio di Srebrenica.

L’appello

Il processo di appello ha avuto inizio solo ad agosto 2020, per via dei problemi di salute dell’accusato, che oggi ha 78 anni, e lo slittamento a causa della pandemia. I difensori di Mladić hanno fatto appello contro tutte le condanne e cercato di ottenere un ulteriore rinvio del giudizio finale, senza esito. Lo stesso hanno fatto i pubblici ministeri per cercare una seconda condanna per genocidio anche per i fatti precedenti a Srebrenica. I giudici hanno respinto in toto l’appello, e confermato la sentenza di primo grado. L’ex generale nell’udienza di appello di due giorni nell’agosto 2020 aveva dichiarato di essere stato “spinto in guerra” e aveva descritto il tribunale come “figlio delle potenze occidentali”.

La pulizia etnica e l’idea della Grande Serbia

I giudici hanno confermato oggi Mladić colpevole di aver organizzato una campagna di pulizia etnica per cacciare i musulmani bosniaci da alcune aree strategiche della Bosnia e contribuire a creare una Grande Serbia, mentre la Jugoslavia cadeva a pezzi. Una disgregazione culminata in una guerra che ha lasciato sul campo oltre 100.000 morti e 2,2 milioni di profughi.

Nel conflitto in Bosnia, Mladić è stato il volto militare e spietato di un trio guidato dal lato politico dall’ex presidente jugoslavo Slobodan Milošević e dall’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzić. Milošević è morto per un attacco di cuore in carcere all’Aja nel 2006 prima che il suo processo finisse, mentre Karadzic sta scontando l’ergastolo per genocidio a Srebrenica.

La fine di un capitolo

Serge Brammertz, il procuratore internazionale che ha istruito il processo a Mladić, ha avvertito che la sentenza non porrà fine alle divisioni nei Balcani, dicendo che è solo “la fine di un capitolo”. Il negazionismo, che nei Balcani è sempre più diffuso, “è l’ultima fase del genocidio”, ha ricordato Brammertz.

Chi è Tommaso Meo

Giornalista freelance, si occupa soprattutto di Balcani, migranti e ambiente. Ha scritto per il manifesto, The Submarine e La Via Libera, tra gli altri. Collabora con East Journal dal 2019.

Leggi anche

darko cvijetić

Darko Cvijetić: A Prijedor c’è un Tito di mattoni rosso sangue

Negli anni Novanta la città di Prijedor è stata teatro di un’efferata pulizia etnica. Il poeta e drammaturgo bosniaco Darko Cvijetić, che ne è stato testimone diretto, ha condensato le drammatiche vicende nel romanzo “L’ascensore di Prijedor”.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com