BOSNIA: Alexander Langer e quell’affollata solitudine

La politica è amore applicato al mondo. È Alexander Langer a pronunciare queste parole, chiuso in un gabbiotto dalla polizia austriaca che lo aveva appena arrestato durante una manifestazione di protesta relativa al disastro di Chernobyl. Ed è, oggi, un pezzo di quel mondo a tributargli un riconoscimento importantissimo: non un pezzo di mondo qualsiasi e nemmeno un riconoscimento qualunque. Siamo a Sarajevo, infatti, la “sua” Sarajevo: è qui che il consiglio comunale ha deciso di proclamare Langer cittadino onorario come riconoscimento per il suo impegno in favore della pace nell’ex-Jugoslavia e, soprattutto, per la difesa della città durante la guerra dei primi anni ’90. La proposta arriva da Jovan Divjak, altro personaggio simbolo di quegli anni e di quelle istanze. Alexander avrebbe gioito, probabilmente, e a modo suo persino festeggiato. Insieme al suo compleanno che cadeva proprio negli stessi giorni: sarebbe stato il settantacinquesimo.

Langer è stato tante cose: attivista, pacifista, ambientalista, parlamentare, scrittore, e molto altro ancora. Ma quella frase e quel riferimento all’amore tiene insieme tutto e diventa, al contempo, sintesi e manifesto, eredità e lascito umano e politico. Tiene insieme la sua visione del mondo, il suo punto di vista sulle cose e lo inquadrano per quello che è stato veramente: un gigante del suo – e del nostro – tempo.

Un gigante per la profondità di pensiero, per quell’innata capacità di anticipare e analizzare temi e problematiche che sarebbero diventati centrali negli anni a venire, nodi da sciogliere per le società moderne: la necessaria convivenza tra diversi, l’accoglienza dei migranti come “investimento democratico”, i pericoli connaturati nei nazionalismi, la sterminata galassia delle tematiche ambientali che lo resero protagonista delle lotte dei Verdi, anche tra gli scranni dell’europarlamento.

Una capacità che non resta studio, teoria, scrittura – benché la sua produzione giornalistica sia vastissima – e che non si fa dogma, non costruisce certezze; ma che, al contrario, rompe gli schemi, li riscrive con coraggio, incarnandosi in un’azione continua che lo porta a muoversi allo stremo delle forze fisiche e psicologiche laddove sia utile o necessario, a conoscere migliaia di persone, a stringere altrettante relazioni, contatti, amicizie. A fare rete dal basso, perché “solo insieme può esserci vita, sostenibilità e pace per tutti”. Tutto ciò ha reso Langer un precursore ma non un visionario, un sognatore ma non un utopista: c’era infatti una tangibilità fisica nella sua iperattività, una speranza concreta nel suo pensiero, un desiderio convinto di poterlo davvero cambiare, il mondo, renderlo un posto migliore.

L’atto della municipalità di Sarajevo non è solo un gesto nobilissimo e bellissimo: ma, a modo suo, è anche una restituzione. Non quella, impossibile, della vita, tragicamente lasciata in un giardino d’inizio estate del 1995; ma quella, altrettanto definitiva e altrettanto meravigliosamente profonda, della dignità di una scelta. C’è, infatti, tanta Jugoslavia non solo nella vita di Langer ma anche nella sua morte: c’è tanta Bosnia Erzegovina, tantissima Sarajevo. C’è l’impegno civile degli ultimi anni di vita per contrastare il dilagare della violenza della guerra e delle sofferenze che inevitabilmente infligge, ma c’è anche l’appello per un intervento armato – limitato e sotto egida ONU – per fermare lo scempio in atto e rompere l’assedio di Sarajevo. Possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per Langer pronunciare quel giudizio, esplicitare pubblicamente quella scelta; così come possiamo solo immaginare con quanta sofferenza interiore abbia vissuto le critiche che gli piovvero addosso dagli stessi ambienti e dagli stessi amici che lo circondavano. Deve essere stata un’affollata solitudine, la sua, a un certo momento.

In Bosnia la misura della sua tenuta emotiva fu infine colma, tragicamente completato quel percorso che pochi anni prima gli avevano fatto scrivere che “è troppo arduo essere dei portatori di speranza, troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Un messaggio che è un grido e un testamento, molto più di quanto non furono gli scritti che lasciò per accommiatarsi da questo mondo.

L’appello di Langer in Bosnia fu una scelta di campo, una scelta probabilmente devastante per Langer stesso: la piena presa di consapevolezza, per lui, e l’insegnamento, per tutti noi, che il binomio “pacifico e pacifista” non è indissolubile, può scindersi, spezzarsi, sciogliersi, per quanto doloroso possa essere: specie nel caso dato, specie per uno come lui che alla vigilia del conflitto, prima che ogni cosa crollasse, aveva pregato affinché si dialogasse con tutti, attirandosi anche in quel caso mille critiche e, persino, l’accusa assurda di essere filoserbo.

Ci fu poi Tuzla: era il maggio del 1995, il 25, e i cannoni serbi fecero settantuno morti nella piazza centrale della città, perlopiù ragazzi. Seguì il grido del sindaco e amico di Langer, Selim Bešlagić, al mondo che “sta a guardare e non fa niente” e quello, sottoscritto da Langer, con cui si chiedeva di spezzare la neutralità tra aggressori e aggrediti. Fu il suo ultimo atto, impossibile andare oltre, impossibile caricarsi di altro peso.

Non vide Srebrenica e il Markale, Langer. E nemmeno l’intervento NATO e la pace di Dayton: di quest’ultima se ne sarebbe rallegrato pur riconoscendone prima di molti tutta la sua imperfezione. Ma la sua anima era rimasta anch’essa sul selciato di quella piazza di Tuzla in una tiepida serata di primavera: la settantaduesima vittima.

Immagine: Emir Krasnić da Pixabay

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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