Alexander Langer, esile mito

Nella furia sguaiata dell’anti-politica, nel vuoto cicaleccio di circoli sempre più asfittici e salotti arroccati su se stessi, nella rabbia che tutto (e nulla) sembra travolgere in questi anni, fra frustrazione montante e qualunquismo, spesso si dimentica che anche da noi in Italia, senza andare lontano nel tempo, sono esistiti modelli di un impegno politico vissuto in modo totale, esigente, esemplare. Un nome su tutti, in tal senso, è quello di Alexander Langer (1946-1995).

Un riferimento imprescindibile per molti di noi, per la sua capacità di coniugare nel modo più alto riflessione e prassi politica, sensibilità e tenacia, ma anche per la testimonianza umana straordinaria che la sua vita, e la sua tragica fine, ci hanno lasciato. Un filo di fedeltà, a se stesso e al mondo, che lo portò a vivere – nel senso più pieno del termine – ogni fase della sua vita senza mai risparmiarsi, con una generosità inesausta e incomparabile. Ancora troppo poco conosciuto al di fuori di ambienti, al solito, sempre troppo ristretti, Langer è un (esile) mito che ci racconta come l’esperienza politica, se vissuta nel modo più completo, possa ancora rappresentare uno dei vertici dell’agire umano. Fino quasi a sfiorare la mistica, come voleva un suo sodale e amico, don Tonino Bello.

Eppure, Langer non fu profeta, ideologo o legislatore, nonostante la sua spiccata capacità, che tutti gli riconoscono, di anticipare molti dei nodi più importanti del nostro tempo. Langer è un mito dell’età dell’ermeneutica. Non impone dogmi, verità preconfezionate da propinare a schiere di adepti e accoliti in silenziosa adorazione. Ci interroga, piuttosto, con la sua presenza/assenza, spingendoci ad agire e a rimettere in discussione la nostra parziale visione del mondo, rovesciando le esitazioni, tutte le complicità, anche involontarie, e i nostri limiti. La sua è un’eredità che si compone di domande assai più che di risposte, di dubbi assai più che di certezze, e che ci pone costantemente di fronte, senza miopie o scappatoie, alla realtà sorta dopo la caduta del Muro e con la fine del socialismo reale in tutta la sua irriducibile, dura complessità.

Sudtirolese di nascita, poliglotta e cosmopolita per vocazione, Langer fu un uomo di frontiera capace di operare nei contesti internazionali più diversi, creando ponti fra minoranze, culture e religioni, ma anche fra le molteplici espressioni della società civile dei suoi anni e le istituzioni. Pacifista non dogmatico, ambientalista, ma con una Weltanschauung assai più ampia dell’usato, fu due volte alla guida del gruppo dei Verdi all’Europarlamento, spendendosi in prima persona, fino allo stremo delle energie fisiche ed emotive, per fermare l’insorgere dei nazionalismi, di cui aveva compreso, prima di molti altri, tutto il potenziale virulento e distruttivo.

Una parabola, quella del politico sudtirolese, che parte da lontano e attraversa, in modo affatto originale, tanti dei momenti cardine del secolo trascorso, dalla precoce adesione al cattolicesimo che per lui, figlio di padre ebreo e di famiglia laica, rappresentava una scelta e una conquista personale, al Sessantotto e alla militanza in Lotta Continua, vissuta a cavallo fra l’Italia e la Germania, fino all’esperienza nelle fila dei Verdi, di cui fu uno dei massimi esponenti  a livello internazionale, e ancora fino al tragico epilogo, personale e non solo («le [sue] scelte politiche erano in gran parte scelte esistenziali», scriveva di lui Edi Rabini; ma è pur vero il contrario), che corrispose – non a caso – alla crisi nella ex-Jugoslavia, per la quale si adoperò dando fondo a ogni sua residua riserva emotiva e intellettuale.

Traduttore in tedesco di don Milani e Basaglia, fu una presenza costantemente a cavallo dei due versanti del Brennero, che rappresenta ancora oggi, specie da parte italiana, un confine psicologico spesso invalicabile. Legatissimo alle sue origini e alla sua terra, quel Sudtirolo di cui visse tutte le tensioni e le ferite passate e presenti, si oppose con forza a una logica di separazione su base etnica e linguistica fra le diverse comunità che vi convivono. Un rapporto non sempre facile, basti pensare a quando fu buttato fuori dal liceo dove insegnava, a causa dei suoi metodi educativi ritenuti troppo liberali e innovativi, o a quando gli fu impedito di candidarsi a sindaco di Bolzano, facendo leva sul suo rifiuto, avvenuto in concomitanza del censimento provinciale, a dichiarare la sua appartenenza a una o l’altra lingua e cultura, italiana, tedesca o ladina.

Fu un anticipatore e un precursore: nelle sue pagine e interventi troviamo sviluppati, già in forma problematica e matura, tematiche e problemi legati all’ambiente, ai limiti dello sviluppo e al rapporto fra stati e minoranze, divenuti in seguito centrali nella riflessione sul mondo contemporaneo. Assai originale anche il suo approccio al fare politica: quel suo instancabile viaggiare su treni e mezzi pubblici, non disdegnando persino l’autostop, per stare in mezzo alla gente, comprenderne la problematiche e le prospettive. Moderno anche il suo modo di gestire il suo stipendio da europarlamentare: Langer, che conduceva una vita assai frugale, rendeva pubbliche su internet le proprie spese, ben prima delle urla e degli slogan isterici degli odierni imbonitori e populisti.

Una morte che ci interroga, la sua, come quella di Jan Palach, lo studente che si immolò per protesta durante la Primavera di Praga. Forse di più, se è vero che il suicidio di Langer è la fine di un lungo percorso di lotte e battaglie per la dignità umana e l’integrazione fra popoli e culture, e poco importa se combattute a livello europeo, nazionale o locale. Il suo vicolo cieco è anche il nostro, le sue sconfitte, le sue fragilità sono le nostre, nella misura in cui le questioni da lui poste, le sue utopie e speranze, a oltre vent’anni dalla morte, sono ancora in larga parte disattese, in un mondo che invece di procedere, precipita. A quella corda che un mattino di luglio pendeva da un albicocco a Pian dei Giullari non c’era soltanto Alex, come lo chiamavano gli amici. C’è anche una parte di noi, e forse la migliore.

 

Chi è Simone Zoppellaro

Giornalista e ricercatore. Ha trascorso sei anni lavorando fra l’Iran e l’Armenia, con frequenti viaggi e soggiorni in altri paesi dell'area. Scrive di Caucaso e di Medio Oriente (ma anche di Germania, dove vive) su varie testate, dal Manifesto, alla Stampa, fino al Giornale, e ancora sulla rivista online della Treccani. Autore del volume 'Armenia oggi', edito da Guerini e Associati nel 2016. Collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccarda.

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