BOSNIA: Tuzla, a 25 anni dal massacro della Kapija

Dove essere una sera di tarda primavera, venticinque anni fa. Era il 25 maggio, la festa della gioventù. Il centro storico della città bosniaca di Tuzla – città operaia, dove le feste socialiste come questa, nel giorno dove già si festeggiava il compleanno del maresciallo Tito, erano molto sentite – era zeppo di gente. Giovani soprattutto, che si arrischiavano ad uscire di casa, nonostante la guerra ancora in corso, per ritrovarsi con i loro coetanei a sentire musica e fumare una sigaretta in piazza. Vederli, sentirli dalla distanza assaporare questa quotidianità dovette sembrare una provocazione insopportabile ai generali delle milizie serbo-bosniache attestate sul monte Ozren con i loro pezzi d’artiglieria.

Il massacro

Alle 20:55, una granata a frammentazione esplose in mezzo alla Kapija, la piazza del centro storico. Le vittime furono 71, 240 i feriti – tutti civili, quasi tutti tra i 18 e i 25 anni. La più piccola della vittime, Sandro Kalesić, aveva solo due anni e mezzo. Il sindaco di Tuzla, Selim Bešlagić, fece appello al Consiglio di Sicurezza ONU, denunciando i “fascisti” dell’esercito della Republika Srpska (VRS), responsabili del massacro, ed esortando “per amore di Dio e dell’umanità a passare finalmente all’uso della forza”. Il giorno dopo gli aerei della NATO attaccarono i depositi di munizioni della VRS a Pale, dopo numerose violazioni delle zone di esclusione e bombardamenti delle aree protette delle Nazioni Unite.

Cinquantuno delle vittime furono sepolte assieme, nel cimitero del parco di Tuzla, detta la “tomba degli amici”. Il funerale ebbe luogo alle 4 di mattina, per evitare nuovi bombardamenti. Il fotografo e giornalista italiano Mario Boccia visitò le tombe nei mesi immediatamente successivi, il 15 luglio, quando a Tuzla iniziavano ad arrivare anche i primi sopravvissuti del genocidio di Srebrenica. Così ne scriveva nel 2011 per Osservatorio Balcani e Caucaso:

La madre di Alem mi offrì una sigaretta e subito ne accese una per sé, dando una tirata profonda. “Devi seguitare a fare il tuo lavoro, non sei tu che devi vergognarti. Devi raccontare quello che hai visto a tutti”. Fu allora che prese quella che credevo fosse la sua sigaretta e la infilò tra i fiori, nella terra fresca che copriva la tomba. La sistemò bene, dalla parte del filtro, perché continuasse a bruciare lentamente, senza spegnersi. “A mio figlio piace fumare con gli amici”, mi disse.

I responsabili

L’ex generale della VRS, Novak Đukić, fu arrestato a Banja Luka il 7 novembre 2007. Al momento dell’attacco Đukić era il comandante del gruppo tattico Ozren. Il suo processo presso la Corte di Bosnia ed Erzegovina iniziò l’11 marzo 2008, fino alla condanna a 25 anni di reclusione comminata il 12 giugno 2009. Il ricorso di Đukić venne respinto il 10 settembre 2010.

Nel 2014 Đukić venne scarcerato quando la Corte costituzionale bosniaca annullò una serie di sentenze per vizio procedurale (la questione Maktouf-Damjanovic). Nel giugno 2014 la Corte di Bosnia ed Erzegovina confermò la condanna in un nuovo processo, con sentenza ridotta a vent’anni.

Ma Đukić, che nel frattempo aveva ottenuto anche la cittadinanza serba, fece perdere le sue tracce, attraversando di soppiatto il confine sulla Drina. La Bosnia ed Erzegovina da allora chiede che la Serbia, sulla base dei protocolli di cooperazione giudiziaria per crimini di guerra, faccia scontare nelle proprie carceri a Đukić la sentenza comminata dal tribunale statale bosniaco.

Le autorità serbe tuttavia se la prendono comoda. Le udienze del caso Đukić in Serbia, iniziate nel 2016, sono state posticipate più e più volte, con la scusa di trattamenti medici di cui Đukić avrebbe bisogno. Đukić, intanto, continua a professare la propria innocenza; il suo avvocato sostiene che la bomba sia scoppiata nella piazza, anziché essere stata sparata dalle alture. Lo stesso Đukić, in un’intervista del marzo 2019 al tabloid serbo Večernje Novosti, novello Kesselring, afferma di meritare di avere il suo nome “sul monumento di Tuzla”. 

L’Unione europea ha inserito la questione tra gli interim benchmark per il capitolo 23 dei negoziati d’adesione con la Serbia: Belgrado dovrà “risolvere pienamente tutte le questioni aperte”, e dimostrare “significativa cooperazione regionale e relazioni di buon vicinato nella gestione dei crimini di guerra, evitando i conflitti di giurisdizione e assicurandosi che i crimini di guerra siano perseguiti senza alcuna discriminazione”. 

I sopravvissuti

Vorrei vederlo, incontrarlo, guardarlo negli occhi e chiedergli se riesce a dormire, se dorme bene, se vede quei bambini nei suoi sogni, se gli appaiono in testa le immagini della Kapija, dove 71 persone furono uccise e più di 200 ferite”, ha dichiarato a Balkan Insight Dino Kalesić, il padre del piccolo Sandro.

Un altro sopravvissuto, Admir Ikinić, ha un altro messaggio per Đukić: “dal 1992 al 1995 mi hai bombardato qui nella mia città, da Majevica, da Ozren, ogni giorno. Ti sono sfuggito per tre anni, poi mi hai trovato alla Kapija, mi hai ferito, ma eccomi qui, io sono sopravvissuto, e tu dovrai rispondere di quello che hai fatto“.

Il revisionismo e la memoria

Intanto, non si fa mancare neanche il revisionismo storico. Aveva iniziato l’allora premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, nel 2009, affermando che quella della Kapija fosse stata una messa in scena. Sempre nel marzo 2019, il Večernje Novosti lancia una campagna di disinformazione, sostenendo che l’esplosione alla Kapija sia stata l’opera di “sette terroristi islamici”. La televisione pubblica della Republika Srpska, che riprende la disinformazione, riceverà una multa di 6.000 euro dall’Agenzia di regolamentazione delle comunicazioni.

Infine il Ministero della Difesa serbo, lo scorso novembre, a Belgrado, ha presentato alla Fiera del Libro, nella Sala dell’Esercito, alla presenza dello stesso Novak Đukić, il romanzo negazionista di Ilija Branković “La porta di Tuzla, una tragedia inscenata“. Un evento condannato dal gruppo giovanile serbo Youth Initiative for Human Rights (YIHR): “chiediamo alle autorità statali della Repubblica di Serbia come non si vergognino a deridere le vittime del crimine della Kapija.”

Per il venticinquennale, il comune di Tuzla ha previsto intanto la riapertura di un piccolo museo commemorativo presso la Kapija: il museo “permetterà alle generazioni future di apprendere i fatti e non dimenticare il massacro”, afferma la madre del piccolo Sandro, Irena Mujačić, “soprattutto quando la propaganda si diffonde sotto forma di disgustose menzogne e profanazione della verità“.

 

Guarda il video di BIRN “Kapija – The Wound of Tuzla” (in inglese)

 

Foto: Glas Istine

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