ALBANIA: Gennaio 1997, quando il paese danzò sull’orlo del vulcano

Quando nel 1991 le rivolte di piazza spazzarono via ciò che rimaneva di mezzo secolo di comunismo, l’Albania era un paese al collasso, il più povero e arretrato d’Europa. Ma pochi avrebbero immaginato che, nel giro di pochi anni, il paese avrebbe vissuto i momenti più drammatici della sua storia recente. Era il gennaio del 1997 e l’Albania fu sull’orlo di una guerra civile, in un periodo consegnato agli annali come “anarchia albanese“.

Il contesto economico

Tra il 1990 e il 1991 il PIL si era dimezzato, la produzione industriale si era ridotta del 70%, mentre l’inflazione per i beni di prima necessità galoppava verso l’iperbolica cifra del 300% e la disoccupazione affliggeva quasi metà della popolazione. È in questo contesto che nel 1991 prende il via il più grande esodo di massa della storia del paese, un processo che ne stravolgerà per sempre il profilo demografico e sociale; ed è in questo contesto che, l’anno successivo, ha inizio l’era di Sali Berisha – eletto presidente della repubblica – e del neo-neonato Partito Democratico (PD) che, a marzo, stravincono le elezioni.

Il governo che ne scaturisce, guidato da Aleksander Meksi, smantella la struttura socialista di Enver Hoxha e, sotto il pressante controllo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), mette in campo una politica dogmaticamente neoliberista fatta di apertura al libero mercato e di privatizzazioni. Tra il 1992 e il 1996 l’Albania vive anni di apparente rinascita economica suscitando l’entusiasmo degli economisti e delle cancellerie occidentali “meritandosi” addirittura l’appellativo di “Svizzera dei Balcani”.

La bolla finanziaria

Ma è un fuoco di paglia, un abbaglio: la narrazione di quegli anni come anni di sviluppo e di formidabile ripresa economica stride infatti pesantemente con i dati macroeconomici che parlano di una continua contrazione di tutti i settori industriali. È un’economia “di carta”, quella albanese, senza un vero aggancio al mondo del lavoro e dunque incapace di produrre vera ricchezza; un’economia sostenuta dalle rimesse del mezzo milione di emigrati e dall’intervento della comunità internazionale che, insieme, sommano i tre quarti dell’intero PIL nazionale. E ancora, è un’economia dove è drammaticamente importante il contributo delle attività illegali, specie quelle legate al contrabbando con Serbia e Montenegro nel pieno dell’embargo internazionale.

È questo il brodo di cottura – anche “culturale” – nel quale matura il collasso economico-finanziario del 1997: da una parte la percezione diffusa in larghe fette della popolazione che il libero mercato e il capitalismo si traducano inevitabilmente in nuove opportunità di una ricchezza alla portata di chiunque, dall’altra il desiderio di agguantarla, costi quel che costi, nel modo più rapido e facile possibile. Una miscela esplosiva che trova nella scarsissima conoscenza degli albanesi delle dinamiche dei mercati finanziari e nella strutturale difficoltà ad accedere al credito offerto dalle banche statali l’innesco dirompente: moltissime persone investono tutto quel che hanno in finanziarie private richiamati dalla promessa di rendimenti elevatissimi, con tassi di interesse mensili a due cifre, il 100% l’anno.

È una trappola, è così che funzionano e si alimentano i cosiddetti schemi piramidali: i primi investitori mettono i loro risparmi e inizialmente ricevono a compensazione quanto dovuto attraendo altri risparmiatori. Lo schema cresce fino a quando il capitale dovuto supera quello versato, l’azienda erogatrice diventa insolvente, la piramide crolla: chi ha investito i risparmi di una vita perde tutto, i responsabili del crack fuggono con ciò che resta della cassa.

Gli schemi proliferano per anni. Alla fine del 1996 società come VEFA, Xhaferri, Populli, hanno rastrellato i risparmi di oltre due milioni di depositanti su una popolazione di tre milioni e mezzo, la gente si è venduta di tutto, la casa, la terra, ogni avere: le passività ammontano a 1,2 miliardi di dollari, quasi la metà dell’intero PIL. Tutto avviene alla luce del sole e, anzi, con il benestare del governo che, non solo non interviene, ma che con quelle aziende stringe patti, collaborazioni, amicizie: alcune di loro finanziano le campagne elettorali del PD come quella che, nel maggio del 1996, portano alla sua netta riconferma in elezioni segnate da irregolarità. Persino Sali Berisha interviene in difesa di queste società facendosene in qualche modo garante. Il FMI finge di dire la sua ma, di fatto, lascia fare convinto che gli schemi fungano da “ammortizzatori sociali” consentendo “un’integrazione di reddito” per le categorie più fragili della società albanese in transizione.

Dalla protesta all’anarchia

Il bubbone deflagra tra la fine del 1996 e l’inizio del 1997 quando le principali società finanziarie dichiarano bancarotta innescando le prime proteste di piazza che coinvolgono anche il governo ritenuto co-responsabile del disastro. È il 16 gennaio del 1997 e ben presto la protesta diventa una rivolta che si propaga, velocissima e violentissima, da sud, per poi coinvolgere Tirana e il resto del paese. Nel giro di pochissimi giorni l’Albania precipita nel caos, vengono saccheggiate le armerie, per le strade girano centinaia di migliaia di armi. Agli inizi di marzo il sud è nelle mani dei ribelli, si formano comitati di autogoverno in un contesto dove a spadroneggiare, però, sono le bande criminali in lotta tra loro.

La guerra civile è dietro l’angolo, tra un nord filo governativo e un sud dove i partiti di opposizione sono predominanti e vedono l’opportunità per riacquistare il potere. Alle ragioni meramente economiche, dunque, si saldano ragioni di natura politica, con il coinvolgimento di apparati ancora fedeli al vecchio regime comunista e l’apporto di quel Partito Socialista che il governo del PD ha marginalizzato. Berisha è costretto a dichiarare lo stato di emergenza, Meski a dimettersi: al suo posto il presidente della repubblica è forzato a richiamare il socialista Fatos Nano, da tre anni in galera per volere di Berisha stesso, e a indire nuove elezioni generali in giugno.

Il nuovo governo chiede l’intervento internazionale e ad aprile le Nazioni Unite dispiegano una forza militare multinazionale nell’ambito di una operazione denominata “Alba”, voluta e gestita dall’Italia. L’Albania che arriva all’appuntamento elettorale è un paese allo stremo delle forze e non ancora sotto controllo, ma le elezioni si svolgono in modo regolare, grazie anche al contributo dell’OSCE. I risultati elettorali sono incontrovertibili e avvallano l’inevitabile sconfitta del PD: i socialisti stravincono, Berisha si dimette – sostituito da Rexhep Meidani – Nano è confermato primo ministro.

Il lascito

Saranno anni politicamente e socialmente ancora turbolenti, quelli a venire, in un paese che deve rialzarsi e che raccoglie una disastrosa eredità economica, sia in termini di produzione industriale che di inflazione. Ma se gli effetti macroeconomici sono stati complessivamente limitati e di breve durata, profondissimi sono stati quelli politici e sociali. Politicamente, l’Albania è stata, da quel momento, incapace di trovare la strada di un dialogo costruttivo tra i partiti: al contrario, delegittimazione e mancanza di reciproco riconoscimento sono il filo rosso che ha caratterizzato la vita politica del paese negli ultimi anni, in una contrapposizione che non di rado ha assunto toni di inaudita drammaticità.

Sul piano sociale, migliaia di persone si sono impoverite, il processo migratorio ha ripreso forza. Nei mesi più critici quasi diecimila persone sono fuggite verso l’Italia, con momenti tragici come l’affondamento della Kater/Rades a seguito della collisione con la nave della marina militare italiana Sibilla. 108 annegati che si sommano ai quasi duemila morti ammazzati per le strade albanesi nei mesi in cui il paese danzò sull’orlo del vulcano.

Foto: Ponte Adriatico

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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