ALBANIA: Alle elezioni amministrative un paese sull’orlo di una crisi di nervi

Da mesi ormai l’Albania è attraversata da pulsioni di piazza che non sembrano avere tregua. Avevano iniziato gli studenti universitari a cavallo di fine anno, ha proseguito, senza soluzione di continuità, l’opposizione parlamentare al governo socialista di Edi Rama, quella della compagine di centrodestra del Partito Democratico guidata da Lulzim Basha. Tra le due cose, è bene precisarlo, non vi è alcuna correlazione, né politica né di intenti, se non la mera coincidenza temporale. Ma è un fatto che esse rappresentino, entrambe, un paese in crisi politica e sull’orlo di una crisi di nervi.

Elezioni sì, elezioni no, elezioni forse…

E’ in questo clima di veleni che il paese si appresta a recarsi alle urne il prossimo 30 giugno, per una tornata elettorale amministrativa. Elezioni che l’opposizione di Basha boicotterà non presentando propri candidati in segno di protesta contro un governo, a suo dire, illegittimo e corrotto. L’Albania non è certo nuova a queste prese di posizione e, storicamente, i partiti d’opposizione hanno brandito un vasto campionario di minacce, più o meno credibili, più o meno gravi, portando i propri sostenitori per strada e spaccando la popolazione albanese in una contrapposizione più simile a quella delle tifoserie da stadio che a quella di parti che, legittimamente, si confrontano nell’alveo del riconoscimento reciproco.

Ma la tensione e la confusione, anche istituzionale, di queste giornate di vigilia ha davvero pochi precedenti ed è, anzi, per certi versi inedita. L’8 giugno scorso, con una mossa a sorpresa, il presidente della Repubblica, Ilir Meta, ha annullato il decreto riguardante la data delle elezioni rimandandole a data da destinarsi, motivando tale decisione come conseguenza del fatto che nessuna delle parti si è impegnata a risolvere la crisi politica e facendo un preciso riferimento al fatto che, a causa del boicottaggio dell’opposizione di centrodestra, le elezioni non sarebbero state “vere, rappresentative e inclusive”. L’ennesimo capitolo, questo, della saga che vede come protagonisti il presidente Meta e il primo ministro socialista Edi Rama, da sempre in aperta polemica e, spessissimo, in aspra contrapposizione, nonostante sia stato Rama stesso il vero fautore dell’elezione di Meta a presidente.

La reazione di Rama non si è fatta attendere: bollando, senza mezzi termini, l’estemporanea iniziativa del presidente e le prese si posizione dell’opposizione come “comportamenti di un gruppo disperato, costretti a perdere disperatamente”, il premier ha confermato lo svolgimento delle elezioni secondo quanto previsto. Posizione ribadita dal parlamento e dalla commissione elettorale centrale (monopolizzati, entrambi, dal partito socialista a seguito dell’auto-esclusione di gran parte delle opposizioni) che, a stretto giro, ha annullato il decreto presidenziale dando il via libera definitivo al “regolare” svolgimento delle elezioni. In questo marasma di decreti e contro-decreti si è sentita, più che mai, l’assenza di una Corte Costituzionale funzionante, paralizzata da tempo per mancanza di giudici.

Opposizione, tra moti di piazza e boicottaggio

Fallita la via maestra del decreto presidenziale, l’opposizione ha proseguito con quella ben più collaudata dei moti insurrezionali. Con un novità, però: ai soliti tumulti e alle consuete rimostranze a base di vetrine rotte e lacrimogeni che sono, ormai, cronaca quotidiana in tutto il paese, se n’è aggiunta una, per certi versi più preoccupante ed eversiva.

Quella in atto in alcune municipalità governate dal Partito Democratico, dove si sta perpetrando un vero e proprio ostruzionismo al libero svolgimento delle elezioni: il sindaco di Scutari, da esempio, la democratica Voltana Ademi, ha schierato le forze di polizia davanti ad uno degli uffici elettorali impedendo l’ingresso ai membri della commissione elettorale. A Tropoja i dipendenti del municipio guidati dal primo cittadino democratico, Besnik Dushaj, hanno preso possesso del materiale elettorale e l’hanno buttato per strada. Più in generale tutti i municipi a guida democratica (ma anche quelli governati dell’altro partito d’opposizione, il Movimento Socialista per l’Integrazione fondato dallo stesso Meta) hanno invocato la chiusura degli uffici elettorali a seguito dal decreto presidenziale e l’annullamento delle elezioni.

La tenuta democratica a rischio

Non è ben chiaro, allo stato, come andrà a finire. Quello che è chiarissimo, invece, è che l’atteggiamento di Basha appare politicamente fallimentare e strategicamente autolesionistico. Storicamente, l’isolamento e l’auto-esclusione, quello che in Italia chiameremmo “Aventino”, non hanno portato bene a chi l’ha promosso e, stanti così le cose, Basha sta consegnando il paese nelle mani di Rama e del Partito Socialista. Il che potrebbe sembrare addirittura paradossale se non fosse che il leader del centrodestra sta giocando col fuoco, con la credibilità dell’intero paese e, persino, con la tenuta democratica dell’Albania.

Non è un caso che, proprio in queste settimane, il processo di adesione dell’Albania all’Unione europea abbia subito un drastico raffreddamento. Sebbene le ragioni di tale raffreddamento siano di natura geopolitica più complessiva, non tutte nobilissime, è del tutto evidente che la posizione dell’Albania appare oggi più fragile alla luce dello spettacolo deprimente che la propria classe dirigente sta offrendo a chi la guarda.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Bosnia ha scritto anche per Limes e l’Espresso. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato. secondo nella XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

Leggi anche

monumento

ALBANIA: Perché Tirana ricorda le vittime del fallito golpe in Turchia?

Lo scorso 15 luglio a Tirana è stato inaugurato un nuovo monumento, dedicato alle vittime del fallito golpe del 2016 in Turchia. Un esempio di memoria transazionale nelle relazioni turco-albanesi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: