KIRGHIZISTAN: Un paese (di nuovo) in rivolta. Cosa succede a Biškek

I risultati ampiamente contestati delle elezioni parlamentari del 4 ottobre hanno scatenato le piazze del Kirghizistan. Tra le forze politiche uscite vincenti, che hanno superato la soglia di sbarramento del 7%, ci sarebbero infatti principalmente partiti legati a doppio filo con la figura del presidente della repubblica, Sooronbay Jeenbekov, alla guida della repubblica centro-asiatica da tre anni, il quinto capo di stato dall’indipendenza del paese dall’Urss.

Lunedì le proteste sono state represse con violenza dalla polizia; ciononostante, i manifestanti nella capitale Biškek sono riusciti nella notte tra il 5 e il 6 ottobre a entrare alla Casa Bianca (il palazzo presidenziale) e in altri edifici amministrativi, tra cui il comitato per la sicurezza nazionale e la televisione di stato. Hanno inoltre liberato alcuni prigionieri politici, tra cui l’ex presidente Atambayev, e ottenuto da parte della Commissione elettorale l’annullamento dei risultati delle elezioni, che si terranno nuovamente entro due settimane. Il primo ministro Kubatbek Boronov si è dimesso, non così il presidente, contro cui non è escluso che il parlamento apra una procedura di impeachment su pressione dei manifestanti. Probabilmente nemmeno i partecipanti alle proteste si attendevano tanto in così poco tempo.

La terza rivoluzione in 15 anni

Si tratta in realtà della terza “rivoluzione” nel paese nel giro di appena quindici anni: la prima fu la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” nel 2005 che si scatenò (anche in quel caso) contro i risultati delle elezioni parlamentari; seguirono poi i disordini del 2010 che condannavano l’eccessivo autoritarismo del presidente Bakiev. Allora i manifestanti portarono a casa un referendum che trasformò il Kirghizistan in repubblica parlamentare (pur garantendo al presidente ampi poteri, tanto che de facto si può parlare di un “sistema misto”). Tuttavia, i sommovimenti si protrassero per mesi (anche dopo che Bakiev si rifugiò in Kazakistan), accompagnati da violenze, unendosi anche a conflitti di matrice etnica nei confronti delle minoranze del paese.

Gli esiti di una profonda crisi economica

Quest’ennesima ondata di malcontento, scatenata dai risultati di questa tornata elettorale, è in realtà esito di problemi più strutturali, endemici alla repubblica post-sovietica, tra le più povere dell’area. La pandemia di covid-19 (i tassi di mortalità in Kirghizistan sono tra i più alti al mondo; mancano strutture e medici) ha inasprito la crisi economica, riducendo anche di un quinto le entrate erariali. Un quinto della popolazione (1,3 milioni di cittadini) vive sotto la soglia di povertà, guadagnando un dollaro e mezzo al giorno. Un milione di kirghizi vive e lavora invece in Russia (come racconta magistralmente il delicato e drammatico film Ayka, 2018).

Anche i debiti contratti dallo stato verso la Cina pesano: la Eximbank cinese “vanta” oltre due quinti dei 4 miliardi di dollari di debito kirghizo e Pechino ha finanziato diversi progetti infrastrutturali ed energetici nel paese.

In un tale contesto, i disordini sociali — pur nella loro legittimità — non fanno che aggravare la situazione (secondo la dinamica del “coup trap”), costringendo di volta in volta il paese a ripartire da zero, anche materialmente (tra negozi saccheggiati, edifici da rimettere in sesto e perdite di beni privati e statali).

L’apparente democrazia del Kirghizistan

Se rispetto ad altre repubbliche centro-asiatiche il cambio ai vertici del potere a Biškek è collaudato praticamente a ogni tornata elettorale, questa democraticità della politica kirghiza è solo apparente: dal punto di vista dei centri di potere, il paese è spaccato in due longitudinalmente — da un lato ci sono i clan del nord, dall’altro quelli del sud, e tra loro si gioca la partita. Stando ai risultati delle elezioni di domenica, il nuovo parlamento kirghizo si sarebbe ritrovato con una maggioranza “meridionale”, come “meridionale” è il presidente Jeenbekov.

È per questo che tra chi è sceso in piazza negli ultimi giorni ci sono molti giovani (in particolare, afferenti al movimento Baštan Bašta) che chiedono l’allontanamento totale e immediato di tutti i volti della vecchia politica dai centri del potere del paese. Tuttavia, manca un vero leader delle proteste e dell’opposizione e le posizioni tra i manifestanti sono eterogenee: l’ex presidente Almazbek Atambayev, liberato assieme ad altri prigionieri politici, è sostenuto ad esempio da una parte della piazza.

Perciò la folla si muove in maniera caotica e confusa, priva di un’autentica guida. Parte dell’élite intellettuale (poeti, bardi, cantanti) si sono uniti e anche qualche poliziotto si è schierato con i manifestanti, ma continua a mancare il volto che possa rappresentare una reale alternativa e incarnare la svolta.

La popolazione della capitale intanto supporta i manifestanti in questi giorni portando loro cibo e acqua (e anche latte per lenire gli occhi colpiti dai lacrimogeni) e alcuni crowdfunding sono stati attivati attraverso i social. Le violenze, come in Bielorussia, sono reali: l’esito sono ad oggi 600 feriti (di cui 15 in rianimazione) e un morto. La polizia fa uso di lacrimogeni e proiettili di gomma; i manifestanti — per lo più uomini — rispondono con i sampietrini delle strade.

 

Immagine: news.liga.net

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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