ARMENIA: Il leader della rivoluzione Nikol Pashinyan stravince le elezioni

La rivoluzione è compiuta, o meglio, continua. Le elezioni parlamentari di domenica si sono infatti concluse con una vittoria schiacciante della coalizione guidata dal premier ad interim Nikol Pashinyan, uomo simbolo di quella cosiddetta Rivoluzione di velluto che lo scorso aprile ha ribaltato completamente lo scenario politico armeno; al quale spetta ora il duro compito di dare un nuovo futuro al paese.

Vittoria netta

Come previsto dai sondaggi, l’alleanza Il mio passo (Im kaylǝ), nata lo scorso agosto e formata dal partito Contratto Civile, guidato appunto da Pashinyan, e dal Partito della Missione, di Manuk Sukiasyan, è riuscita a imporsi nettamente sulle altre formazioni politiche, conquistando il 70,43% dei voti degli aventi diritto.

Un abisso più indietro invece gli altri partiti, con Armenia Prospera, di Gagik Tsarukyan (8,27%), ed Armenia Luminosa, di Edmon Marukyan (6,37%) che si sono aggiudicate rispettivamente la seconda e la terza piazza, riuscendo per pochi punti percentuali ad entrare in parlamento (la soglia di sbarramento era fissata al 5% per i singoli partiti e al 7% per le coalizioni).

Chi è rimasto fuori dall’Assemblea Nazionale, per soli tre punti decimali, è invece il Partito Repubblicano, fermatosi al 4,70% delle preferenze. I repubblicani, che detenevano la maggioranza dall’ormai lontano 1995, e che alle parlamentari del 2017 avevano guadagnato il 49,17% dei consensi, ottenendo ben 58 seggi in parlamento, pagano come previsto gli innumerevoli scandali legati alla corruzione emersi in seguito alla Rivoluzione di velluto, scoppiata proprio a causa della crescente impopolarità dell’ex partito di governo.

Fuori dal parlamento anche la Federazione Rivoluzionaria Armena (3,89%), prima presente con 7 seggi, e la coalizione Noi Alleanza di Aram Sargsyan, ex alleato politico di Pashinyan ai tempi di Yelk (2%), la quale disponeva di un seggio.

Da segnalare comunque la bassa affluenza alle urne, attestata al 48,63% (per un totale di circa 1.260.000 cittadini votanti), percentuale nettamente inferiore a quella dell’aprile 2017, quando andò a votare il 60,86% degli armeni aventi diritto; a dimostrazione di come gli ultimi sviluppi politici non siano stati sufficienti a curare la disaffezione di buona parte della popolazione nei confronti della politica.

Ora viene il difficile

Pashinyan, che nel corso del suo primo mandato da premier si era ritrovato a dover governare disponendo di soli 9 seggi in parlamento, ovvero quelli in dote all’alleanza Yelk, si trova ora ad avere un’ampia maggioranza all’interno dell’Assemblea Nazionale, cosa che gli dovrebbe consentire di lavorare ai propri provvedimenti senza gli impedimenti precedenti.

Come sembra avere ampiamente dimostrato il voto di domenica, le aspettative della popolazione armena nei confronti del leader de Il mio passo sono molto alte. Sta ora a Pashinyan dimostrare di essere in grado di tener fede alla parola data, trasformando l’Armenia in uno stato di diritto democratico, portando avanti la lotta alla corruzione e promuovendo le riforme necessarie a creare nuovi posti di lavoro e fare uscire il paese da quella crisi economica che negli ultimi anni ha generato oltre un milione di poveri (circa un terzo della popolazione totale).

Importante sarà inoltre vedere come il nuovo governo si muoverà in politica estera, altro settore chiave per il paese caucasico. Se da una parte Pashinyan è sempre stato un convinto sostenitore del processo di integrazione europea, tanto da arrivare a chiedere, quando ancora era all’opposizione, l’uscita dell’Armenia dall’Unione Economica Euroasiatica; dall’altra, una volta salito al governo, ha fatto capire di non voler mettere in discussione il rapporto d’amicizia con Mosca, alleato fondamentale di Yerevan a livello regionale nonché principale partner economico.

Restando in tema di politica estera, la questione più spinosa che il nuovo governo si ritroverà ad affrontare rimane però quella del Nagorno-Karabakh. Pur senza mettere in discussione la sovranità de facto dell’Artsakh, ad agosto Pashinyan si era detto pronto ad avviare un dialogo pacifico con l’Azerbaigian, aprendo inoltre alla possibilità di reinsediare una parte degli sfollati azeri nella regione contesa, a patto però che tale provvedimento venga approvato dalla popolazione armena. Una mossa, questa, che se realmente attuata potrebbe finalmente dare una svolta a un contenzioso bloccato ormai da decenni.

Foto: Giorgi Gogua – RFE/RL

Chi è Emanuele Cassano

Ha studiato Scienze Internazionali, con specializzazione in Studi Europei. Per East Journal si occupa di Caucaso, regione a cui si dedica da anni e dove ha trascorso numerosi soggiorni di studio e ricerca. Dal 2016 collabora con la rivista Osservatorio Balcani e Caucaso.

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