CALCIO: Cosa ti hanno fatto, vecchio Chernomorets?

di Vladimir Borysov

“Il Chernomorets Odessa rischia di non iscrivere la squadra, se il campionato ripartirà in estate”. L’allenatore Ostap Markevych lascia il Chernomorets dopo pochi mesi”.

Ebbene sì, la storica squadra di Odessa, fondata nel 1936, con un glorioso passato anche nel campionato sovietico, rischia di scomparire dal panorama calcistico ucraino. Scrivere questo fa male al cuore: il club, infatti, è una delle “squadre fondatrici del campionato ucraino”, insieme ai vari Dnipro, Shaktar Donetsk e Dynamo Kiev, solo per citarne alcuni.

Da dove viene questa crisi?

Le ragioni di questo sempre più probabile fallimento vanno ricercate nel profondo: il presidente del Chernomorets è Leonid Klymov, che potrebbe suonare come sconosciuto a chi non mastica un po’ di politica internazionale. Klymov è, infatti, uno degli oligarchi ucraini più potenti: delle quote di ImeksBank (uno dei maggiori istituti di credito del paese), <è stato membro del “Partito delle Regioni” (Partija Rehioniv) fondato nel 1997 dall’ex-presidente filorusso Viktor Janukovyč, di cui è stato deputato parlamentare per l’oblast’ di Odessa fino al 2012. Nella stagione 2001/2002, calcisticamente parlando, assume la guida dei neroazzurri.

Sotto la gestione dell’attuale presidente, il Chernomorets ottiene degli ottimi risultati nel primo decennio del 2000. Tutti gli appassionati ricordano i preliminari di Coppa Uefa persi contro la Hapoel Tel Aviv, oppure il girone di ferro con Dinamo Zagabria e PSV nel 2011. Erano gli anni di Oleksandr Kosyrin, attaccante dai lunghi capelli biondi, e di Kostyantyn Balabanov, con cui faceva coppia d’attacco. Di Vitaliy Rudenko, titolarissimo in nazionale Under21, e anche di Pablo Fontanello, giunto in prestito secco dal Parma. Solo poche squadre ucraine potevano vantare di avere in prestito qualche giocatore da un campionato importante come quello italiano.

Giocare per il quinto posto

In quegli anni i tifosi andavano allo stadio in massa ed era costantemente una festa. Le partite si ribaltavano da 0-2 a 5-2 in nemmeno 45 minuti (ChernomoretsMetallist Kharkiv). Si mettevano in difficoltà anche gli squadroni come Shaktar o Dynamo. Ma era come se la gente sapesse: quando si chiedeva ai tifosi, “perché non si può puntare più in alto?”, loro rispondevano sempre “Odessa gioca per il quinto posto”. Ok, vincere in Ucraina voleva dire spodestare le solite due squadre dal trono: e come tiri giù gli Shovkovskiy e i Tymoshenko? Forse a Odessa non avrebbero mai potuto comprare i brasiliani dello Shaktar o avere un settore giovanile importante come quello della capitale, ma in quegli anni chi veniva a giocare in casa dei Marinai, aveva comunque un giusto timore reverenziale.

Se a Odessa chiedi perché la squadra locale oggi navighi in cattive acque, tutti indicheranno col dito verso il parco Taras Ševčenko: bellissimo, verdissimo, e con la statua del poeta omonimo al centro, è anche il parco antistante lo stadio. Già, lo stadio: per Euro 2012 l’Ucraina di certo non poteva sfigurare rispetto alla Polonia. E la mossa decisiva sarebbe stata quella di costruire lo stadio “Chernomorets”: bello, tutto nerazzurro, capiente, dotato di ogni comfort. Peccato che la città (quasi un milione e mezzo di abitanti) avesse già delle strutture sportive mastodontiche e comunque mantenute bene nel tempo, come spesso capita nelle città post-sovietiche.

Un gioiellino davvero inutile

Nel 2008 lo stadio venne completamente demolito e successivamente ricostruito. Dalle ceneri del vecchio Zentralniy sorse il gioiellino “Chernomorets Stadium”. Nel 2011 venne inaugurato con la partita, pareggiata dai padroni di casa, contro il Karpaty Lviv. Peccato però che la commissione UEFA, quando dovette scegliere quali fossero gli stadi dove si sarebbe disputato l’Europeo, valutò lo stadio “buono, ma soltanto come riserva”. Il presidente andò su tutte le furie: aveva investito tanto in un progetto che doveva portare ancora più turismo e guadagni in città; invece si era ritrovato con uno stadio bellissimo, ma piuttosto inutile, perché il vecchio stadio andava più che bene per le partite dei Marinai. L’affluenza, già di per sé bassa, calò sempre di più: vuoi per la crisi che imperversava per il Paese, vuoi per gli eventi di Maidan. Quindi lo stadio era diventato più una palla al piede che un fiore all’occhiello.

La crisi che ha colpito l’Ucraina in questi anni ha segnato il futuro del Chernomorets, ma anche di molte altre realtà. Le banche, ad un certo punto, non avevano più disponibilità, e se il tuo presidente è legato a doppio filo con la ImeksBank è facile immaginare che fine farai. Anonimato e bassa classifica. Inoltre, da quando è stato ridotto il numero di partecipanti al campionato, è arrivata la retrocessione in seconda divisione. Si sono persi gli sponsor, è calato il bacino di utenza e l’appeal della squadra. In questo scenario non stupiscono più le dimissioni dell’ormai ex allenatore e il probabile scioglimento della squadra riserve: quando hanno chiesto il motivo delle dimissioni al mister, lui ha risposto che non lo pagavano da febbraio.

A conferma di quanto il Chernomorets e tutto ciò che gli ruota attorno siano diventati poco appetibili economicamente, ci son volute ben 17 aste al ribasso (da 156 milioni di dollari inizialmente richiesti si è arrivati a 5 milioni) affinché lo stadio e tutto il suo complesso fossero acquistati da una holding americana capitanata da Vadym Novinskiy. Novinskiy, oltre ad essere un politico, ha già investito nel calcio: in passato divenne proprietario del Sevastopol. Il fatto però che le squadre della penisola della Crimea attualmente non abbiano un campionato riconosciuto dalla FIFA, l’ha portato a virare su un altro porto, quello di Odessa. Chissà se oltre lo stadio, l’All Rise Financial Group prenderà in considerazione di rilevare anche la squadra vera e propria. A Odessa le acque saranno ancora agitate per un bel po’.

Cosa ti hanno fatto, vecchio Chernomorets?

Foto: wikipedia

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