ALBANIA: Proibita la terapia di conversione LGBT, una lezione di civiltà all’Europa

Con un voto del 18 maggio scorso l’Ordine degli psicologi albanesi ha vietato la pratica della cosiddetta terapia di “conversione” o “riparativa”, ovvero di quella prassi che si propone di “correggere” l’orientamento sessuale di gay e bisessuali e, addirittura, di “curare” le persone transgender. Una terapia che, portata all’estremo, assume caratteri addirittura medioevali, come la somministrazione di scosse elettriche mentre i soggetti visualizzano immagini di atti omosessuali o iniezioni dell’ormone maschile, il testosterone.

Una prassi che il presidente dell’Ordine degli psicologici albanesi, Valbona Treska, non ha esitato a definire “non etica e in contraddizione con i diritti umani e le libertà fondamentali”. Tutto ciò, secondo il principio arcaico che l’omosessualità o l’identità transgender sia equiparabile ad una malattia mentale e che, come tale, debba essere trattata. I professionisti che non dovessero adeguarsi a questa nuova disposizione andrebbero incontro a sanzioni disciplinari e, addirittura, all’estromissione dalla pratica della professione. L’Ordine degli psicologi albanesi, che conta ad oggi circa 600 professionisti, è stato fondato nel 2017 con voto parlamentare: per questa ragione il divieto appena deliberato equivale, a tutti gli effetti, ad un vero e proprio divieto legislativo.

Un successo per la comunità LGBT

Con questo pronunciamento l’Albania si pone all’avanguardia in Europa dove, ad oggi, solo altri due paesi hanno adottato un provvedimento analogo, Germania e Malta. Un provvedimento, tra l’altro, che risponde ad un voto del parlamento dell’Unione europea del 2018 con il quale l’istituzione condannava ufficialmente la terapia di conversione invitando gli stati membri all’adozione di misure consimili. Tale presa di posizione era parte di un emendamento al rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali nell’UE, in cui si raccomandava, inoltre, l’inserimento nei programmi scolastici dell’educazione ai valori della tolleranza sessuale.

Soddisfazione è stata espressa da Altin Hazizaj, responsabile dell’associazione Pink Embassy, un’organizzazione non governativa che da anni si batte, in Albania, per il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT. In un recente studio Pink Embassy ha evidenziato un drammatico acuirsi delle fragilità psicologiche nelle persone sottoposte alla terapia di conversione: 8,4 volte più esposte alla possibilità di suicidio e 5,9 volte più soggette a depressione. Una conclusione congruente con quelle riportate da un altro studio, eseguito dalla ONG americana The Trevor Project, in cui si rilevava che il 42% dei minori sottoposti al trattamento aveva successivamente tentato il suicidio.

La condizione delle persone LGBT in Albania

Nel 2010 l’Albania si è dotata di una legislazione che proibisce ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. La legge promuove esplicitamente uguale accesso all’impiego, all’educazione, ai beni e ai servizi, inclusi quello sanitario e al diritto ad avere una casa. Essa, peraltro, è in via di revisione nella sua parte riguardante l’onere della prova e, auspicabilmente, dovrebbe essere decretata entro la fine di quest’anno.

Nonostante l’approvazione della legge antidiscriminatoria rappresenti una pietra miliare e, a detta delle stesse associazioni LGBT, abbia portato ad evidenti benefici e ad un miglioramento dello stato di fatto, il problema della disparità e della violenza contro la comunità LGBT rimane piuttosto serio e ampiamente diffuso, specie in una società, su molti aspetti conservatrice e patriarcale, come quella albanese: stando ad un sondaggio condotto dopo la sua promulgazione, più della metà degli albanesi non vorrebbe vivere vicino ad un omosessuale e il 65% delle persone LGBT ha dichiarato di aver subito una qualche forma di discriminazione.

Il rapporto pubblicato nel marzo di quest’anno da ILGA – un’organizzazione non governativa attiva in 54 paesi nel mondo che si occupa dei diritti della comunità LGBT – in merito alla condizione delle persone LGBT in Europa e in Asia Centrale, pur ammettendo che diversi passi avanti sono stati compiuti, sottolinea quanto essi siano fragili e quanto lungo sia ancora il percorso da compiere. Un percorso che deve porre il proprio baricentro soprattutto sul piano culturale, come indirettamente dimostrato dalla frequenza e dalla diffusione del cosiddetto hate speech – del linguaggio o incitamento all’odio – così formidabilmente amplificato dai social media.

L’Albania si inserisce appieno in questo contesto e l’hate speech è piuttosto comune anche sui media tradizionali e nei dibattiti televisivi trovando tra i suoi fautori persino personaggi pubblici e rappresentati del mondo politico. Sono diverse centinaia, poi, i casi segnalati di violenza, fisica e verbale ma a fronte di ciò sono pochissime le situazioni in cui essi vengono portati alla luce, per vergogna, ignoranza e timore. Una condizione, va detto, che investe anche la sfera strettamente privata e familiare.

Una società in movimento

Cionondimeno qualcosa si muove nella società civile albanese. Il Pride organizzato a Tirana lo scorso anno  – il primo risale al 2012 – ha avuto il sostegno pubblico del sindaco della città, Erion Veliaj, che ha fatto realizzare un’istallazione arcobaleno in supporto alla marcia. Nel settore della salute, poi, è attesa  la finalizzazione di un protocollo di intesa tra Ministero della Salute e Ordine dei medici per porre fine alla diffusissima pratica della chirurgia non consensuale e non necessaria sui bimbi intersessuali.

Nel quadro appena descritto, se è vero che la terapia di conversione è complessivamente marginale nella pratica psicologica comune, la formalizzazione della sua proibizione rappresenta comunque un passo simbolico importante e una lezione di civiltà che l’Albania ha impartito all’Europa intera.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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