ALBANIA: Storia di Enver Hoxha, il tabaccaio che divenne sultano (parte II)

Secondo articolo sulla figura di Enver Hoxha, a 35 anni dalla sua morte. La prima parte è uscita venerdì 10 aprile 2020.

La rottura con Mosca

Mentre sul fronte interno prosegue un incessante processo di modernizzazione, sul piano internazionale la rottura con Tito del 1948 non è che il primo tassello di un isolamento che, nel corso degli anni, si farà sempre più profondo. Alla morte di Stalin, nel 1953, le redini dell’Unione Sovietica finiscono nelle mani di Nikita Chruščëv che avvia un processo di “destalinizzazione“, con una profonda riforma dello stato accompagnata dalla denuncia dei crimini condotti dal suo predecessore.

Hoxha non ci sta, la reputa una manovra di revisionismo e difende “l’opera immortale di Stalin”, manifestando apertamente il proprio dissenso: lo scontro con Chruščëv è frontale e si concretizzerà, nel 1961, con lo strappo irreversibile tra Mosca e Tirana. Con la prima si allineano tutti i paesi del blocco sovietico che, a stretto giro, ritirano dall’Albania le proprie rappresentanze diplomatiche: l’Albania è sola.

I rapporti con la Cina

Gli unici partiti comunisti che si opposero alla revisione dell’ortodossia marxista leninista in corso negli anni ’60 furono quello albanese e quello cinese. Ad Hoxha, dunque, non resta che rivolgersi alla Cina di Mao Zedong, anche nella concreta consapevolezza che, senza i sussidi sovietici, l’Albania sarebbe rapidamente collassata economicamente. I rapporti tra i due paesi si fanno strettissimi: la Cina non fa mancare il proprio sostegno materiale, forte dell’importanza di poter contare su un paese amico nel cuore d’Europa.

Negli anni della liaison con la Cina, il desiderio di smarcarsi dal mondo vicino, indistintamente imperialista e anti-comunista, si esplica nella messa in atto di una rivoluzione culturale grossolanamente mutuata da quella promossa da Mao: vengono banditi la letteratura, la musica e persino la moda occidentale. In questo alveo si inserisce il taglio definitivo con la religione che si traduce, nel 1976, con l’indicazione nella costituzione dell’ateismo dello Stato, caso unico al mondo.

Ma quella sino-albanese è un’alleanza che è destinata a non sopravvivere alla morte di Mao, nel 1976: l’inizio del lento processo di revisione economica avviato dai successori del leader cinese nonché una progressiva apertura verso gli Stati Uniti e una ripresa del dialogo con l’URSS, inducono Hoxha a troncare i rapporti anche con la Cina, accusata di avere tradito il marxismo-leninismo.

La Cina ritira i propri esperti nei settori strategici e, cosa ben più grave, taglia ogni forma di cooperazione. Senza i soldi cinesi il processo di industrializzazione del paese subisce una battuta d’arresto mortale e l’Albania precipita in una crisi economica senza precedenti. Larghe fette della popolazione piombano nella povertà assoluta. Stando ai dati della Banca Mondiale, l’Albania di quegli anni è la nazione con il più basso prodotto nazionale lordo pro-capite d’Europa, meno di 700 dollari (10 volte meno che in Italia, per intendersi), un dato che non si schioderà da quei valori per tutti gli anni ’80.

Il nazionalismo

L’autarchia in cui Hoxha costringe l’Albania ha la sua espressione politica non solo nell’incrollabile difesa dell’ideologia marxista leninista, difesa divenuta ad un certo punto del tutto solitaria e, dunque, essa stessa catalizzatrice del processo di auto-isolamento, ma anche in un profondo e radicato nazionalismo.

Hoxha non è stato solo un comunista, è stato un comunista nazionalista che postula che gli albanesi devono essere “fieri di appartenere ad un società comunista e a una nazione gloriosa” e che, pertanto, devono essere pronti a “difendere la patria contro il nemico”. Un nemico inesistente, ma funzionale ad aggregare attorno alla propria figura carismatica un’intera nazione. Non a caso, è Hoxha che rispolvera il mito del condottiero Scanderbeg, l’eroe che nel XV secolo fu in grado di contrastare la discesa dei turchi-ottomani.

Il fortino impenetrabile

Negli ultimi anni di vita, il leader albanese è chiuso nel suo fortino nel cuore di Tirana, un intero quartiere, precluso al resto della popolazione e guardato a vista dall’esercito: il Blloku, per paradosso diventato oggi il quartiere cool di Tirana, quello delle boutique e dei locali alla moda.

Il processo di trasformazione del tabaccaio che all’inizio degli anni Quaranta dava vita al Partito Comunista a “sultano rosso” era completato. Dentro la cittadella era ammesso uno sparuto gruppo di persone e i membri del Politburo, anch’essi terrorizzati dalla possibilità che l’angoscia di Hoxha per il nemico gli si ritorcesse contro. A inizio anni ’80 sono innumerevoli le condanne a morte di ministri e dirigenti accusati di attività controrivoluzionaria.

Un quadro, questo, paradigmatico di cosa fosse diventato Hoxha: un paranoico ossessivo. Raramente, come nel caso albanese, la storia di un singolo si è riflessa così congruentemente su quella di un’intera nazione. Le fissazioni del leader per un’improbabile invasione da parte di forze straniere trovano la rappresentazione plastica nella realizzazione di centinaia di migliaia di mini-bunker costruiti “con il miglior cemento armato” disseminati in tutto il paese, nonché nell’obbligo per tutti i cittadini di acquisire dimestichezza con l’uso delle armi.

Ed è un paradosso che, in questo contesto, l’Albania diventi un riferimento per una generazione di comunisti europei che vedevano, nell’Albania, un modello di società da seguire. Erano migliaia, da tutta Europa, Italia compresa, i giovani che raggiungevano lo stato balcanico per passare periodi più o meno lunghi nell’unico stato marxista-leninista a portata di mano, non prima d’aver passato il vaglio del proprio abbigliamento e del proprio aspetto fisico da parte delle zelanti guardie di confine (proibiti i capelli lunghi e persino la barba, aborrite le zampe d’elefante…).

La fine del comunismo, l’inizio di una nuova era

Dopo la morte di Hoxha, avvenuta l’11 aprile del 1985 a seguito di una pesante fibrillazione ventricolare, il comunismo albanese sopravviverà per altri sei anni, retto a fatica dall’erede Ramiz Alia, in un mondo che oramai si avvia verso la fine della Guerra Fredda. Nel 1991 le rivolte di piazza spazzano via ciò che resta del comunismo, degli eredi di Hoxha e di Hoxha stesso. La statua del dittatore albanese viene abbattuta secondo tradizione, suggellando anche simbolicamente la conclusione di un’era.

Saranno, quelli a venire, anni difficilissimi, di crisi profonda e di difficoltà inenarrabili per darsi un futuro come popolo e come nazione. Anni in cui l’Albania si rivolge e cerca sponda dall’altra parte dell’Adriatico, in Italia, trovandola tra mille contraddizioni.

Ma qui finisce la storia di Hoxha e comincia quella, nuova, del popolo albanese, finalmente non più legata al destino di un uomo solo.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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