CULTURA: Dalla rivoluzione ai cioccolatini. La donna e l’8 marzo nell’ex Urss

Scuole e uffici chiusi, enormi mazzi di fiori che si aggirano per le città, discorsi presidenziali e dichiarazioni ufficiali di politici di ogni colore: l’8 marzo, in Russia, Ucraina e Bielorussia, è una tra le ricorrenze più sentite e festeggiate. Qui, la festa della donna coincide con l’arrivo della primavera, che in Europa orientale comincia tradizionalmente il primo, e non il 21 marzo. La donna viene celebrata come immagine della maternità, di una bellezza che fiorisce, portando gioia e luce ai maschi adulti e bambini. A restare fuori da ogni considerazione, tuttavia, sono i significati più profondi, politici e sociali, di questa data.

Origini e trasformazioni di una festa oggi incompresa

Più di cento anni fa, in Russia, questa giornata nasceva sotto uno spirito diametralmente opposto a quello di oggi. Il 23 febbraio del 1917 – l’8 marzo, secondo il calendario gregoriano che di lì a poco sarebbe stato introdotto dai sovietici – le operaie di Pietroburgo scesero in strada per chiedere parità di diritti. La protesta delle donne della capitale si sommò ai generali moti operai di quei giorni, divenendo momento trainante della Rivoluzione di febbraio. In poco tempo sarebbe infatti caduto il governo zarista. La tradizione euroamericana del Women’s day, inaugurato qualche anno prima e festeggiato proprio tra febbraio e marzo, si sovrappose a questa data così importante per la neonata Unione Sovietica. Nel 1921, in occasione della Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, a Mosca, l’8 marzo venne ufficialmente proclamato Festa internazionale della donna. Volontà era quella di celebrare l’emancipazione e la determinante partecipazione delle operaie alla lotta rivoluzionaria.

Il governo bolscevico, salito al potere dopo la Rivoluzione d’ottobre, favorì enormemente l’emancipazione delle donne, riconoscendone la parità giuridica con gli uomini, i diritti sul lavoro, liberalizzando divorzio e aborto. Negli anni Venti, il mondo sovietico si rivelò essere all’avanguardia. Dopo l’avvento al potere di Stalin, intorno agli anni Trenta, le ragioni della rivoluzione furono tuttavia soppiantate dalla restaurazione del rigore e dello status quo patriarcale pre-sovietico. All’immagine rivoluzionaria e progressista della donna sovietica si cominciò a preferire il richiamo, decisamente più tradizionale, alla maternità e all’educazione della prole. Nel 1966, durante il governo di Brežnev, l’8 marzo divenne infine un giorno festivo, spegnendo qualsiasi legame con le memorie di antichi scioperi e rivendicazioni.

Dall’emancipazione femminile agli stereotipi del presente

Queste memorie continuano a rimanere sopite, oggi, nell’ex mondo sovietico. In Russia, Ucraina e Bielorussia, l’8 marzo è diventato un giorno festivo per lo più legato alla celebrazione degli stereotipi di genere: inondare compagne e colleghe di cioccolatini e bouquet spropositati, ricordando puntualmente quanto siano uniche per il fatto di essere «belle, sensibili e sorridenti», è un imperativo per moltissimi uomini. Ma l’immagine della donna come “fiore” e non come soggetto indipendente non proviene tanto dalle cartoline d’auguri preconfezionate: essa discende, in primis, dalle parole dei politici più in vista. Parole che ricordano, per tanti aspetti, il tradizionalismo machista dei tempi sovietici.

Nel 2018, tenendo il consueto discorso ufficiale d’auguri, Vladimir Putin esprimeva la propria «ammirazione per la bellezza e dolcezza» delle donne, per la loro capacità, innata ed esclusiva, di farsi carico dei «doveri quotidiani legati alla casa e ai figli». Anche per il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, nel 2019, la donna esprimeva prima di tutto l’idea di bontà, di tepore della casa, di bellezza, la capacità, attraverso «il proprio sostegno, la propria comprensione e il calore del proprio cuore, di ispirare gli uomini a compiere nuove imprese».

Le donne a casa, i maschi al fronte

Nel discorso pubblico di un’Europa orientale attanagliata dalla crisi demografica colpisce il costante richiamo all’immagine della donna come madre, meglio ancora se di molti figli, come educatrice e fulcro affettivo della famiglia. Una famiglia dove a preoccupare sono, invece, i crescenti episodi di violenza domestica, depenalizzata in Russia nel 2017 (ne parliamo qui e qui). Ma anche fuori casa la situazione non sembra migliorare: secondo gli studi della Banca Mondiale, in Russia, la parità della donna in ambito lavorativo è ancora scarsamente tutelata.

Infine, nel pantheon festivo della Russia di oggi un ultimo elemento concorre a ricordare quanto la donna rappresenti la metà debole e delicata del genere umano. Si tratta del Giorno dei difensori della patria, festa che viene celebrata il 23 febbraio di ogni anno. Anche questa ricorrenza ha visto mutare il proprio significato: nata in epoca sovietica come Giorno dell’Armata rossa, in onore ai militari combattenti, essa è divenuta, oggi, la “festa dell’uomo”. A ricevere gli auguri sono tutti gli uomini, non solo i militari, secondo un meccanismo per cui uomo, mascolinità e intraprendenza militare coincidono sempre e comunque. A chi il coraggio, a chi i sentimenti.

Foto: cosmo.ru

Chi è Andrea Zoller

Linguista in erba. Sangue trentino, anima slava. Muovendosi tra Mitteleuropa, Caucaso e Russie, insegna italiano e scrive su East Journal. E vi racconta di chiese, moschee e mondo queer, con un occhio di riguardo per il suo paese d'elezione: la Russia.

Leggi anche

LGBT

RUSSIA: Ora la lotta all’attivismo femminista e LGBT si combatte sui social

Da direttrice di un teatro per ragazzi di provincia, Yulija Tsvetkova è diventata uno dei volti della repressione politica in Russia. La sua storia è la dimostrazione di come neanche i social media siano più un luogo sicuro per la comunità LGBT e femminista russa.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: