RUSSIA: La preoccupante crisi demografica nel paese più esteso al mondo

È lo stato più grande al mondo per estensione territoriale, eppure per numero di abitanti la Federazione Russa raggiunge appena il nono posto a livello globale, dietro al Bangladesh e di poco davanti al Messico. Non solo: nel giro di qualche decennio – stando alle stime ONU, entro il 2050 – il paese scenderà in classifica, raggiungendo il 18esimo posto (l’Italia oggi è al 23esimo). Per la fine del secolo il numero di cittadini russi potrebbe passare dagli attuali 146 milioni ad appena 70-80 milioni. Se anche il riscaldamento globale potrà giocare a favore dello sviluppo urbano di zone fino ad oggi poco o per nulla antropizzate, la traiettoria discendente del declino demografico russo, di cui parlano ormai da tempo politici e studiosi, sarà difficile, se non impossibile, da invertire. E le cause non sono solo da imputare al basso indice di natalità – oggi attestato attorno a 1,62 figli per donna.

Indubbiamente i numeri dal 1980 a oggi indicano come la mortalità infantile si sia ridotta di oltre cinque volte (da 22,1 a 5,3 su 1000 nati); lo stesso vale per quella materna, al momento del parto (da 47,4 a 7,3 su 100mila). Nelle regioni dove la media di figli per donna è ancora superiore ai 2 (in generale, nell’area del Caucaso russo: Inguscezia, Cecenia e Daghestan), tuttavia, questa mortalità ha un indice superiore al resto della Russia.

Si abbassa da tempo anche il dato della mortalità in generale nel paese (27mila morti in meno, ad esempio, nel 2019 rispetto all’anno precedente), ma in maniera decisamente meno significativa rispetto all’indice di natalità. Quest’ultimo è registrato in caduta libera in 80 su 85 soggetti federali: nell’oblast’ di Velikij Novgorod il dato raggiunge oggi addirittura il -22,6%.

Un problema per lo stato?

Solo tre anni fa il presidente Vladimir Putin affermava con una spiccata, benché ingiustificata, sicurezza che “in Russia si sta superando con successo il problema demografico” grazie a una serie di programmi studiati ad hoc dal governo per favorire le nascite – programmi sia di natura economica per le mamme, sia di carattere medico-sanitario. Il presidente lo affermava in un paese che, a prescindere dal suo peso sullo scacchiere globale, “vanta”, per guardare a qualche dato concreto, oltre la metà di strutture ospedaliere in uno stato fatiscente: al 1 gennaio 2019, ben il 41,1% di queste strutture (116mila) si trovava ancora privo di riscaldamento centralizzato, il 30,5% mancava di impianto idrico. Tra queste, molti sono i policlinici pediatrici.

A fine 2019 il presidente e il suo portavoce Dmitrij Peskov sono tornati sull’argomento. I toni sono diversi oggi rispetto al 2017: lo scorso anno è stato il secondo di fila in cui si è registrato un calo numerico effettivo della popolazione. Non solo gli abitanti non sono aumentati, ma per la prima volta in dieci anni nel 2018 la popolazione russa ha perso oltre 96mila persone. Nemmeno l’afflusso migratorio, in costante calo negli ultimi anni, è riuscito a compensare le morti dei cittadini russi; nel 2016 e 2017 il numero di abitanti si era mantenuto pressoché stabile invece proprio grazie agli immigrati.

Le autorità russe hanno giustificato il fenomeno sottolineando come sia il risultato di due circostanze storiche: la prima legata alla seconda guerra mondiale, evento che ha sconvolto il tessuto sociale russo; la seconda derivante dai difficili anni ’90, a loro volta caratterizzati da una pesante crisi demografica. Allo stesso tempo, il governo si dice convinto che la tendenza cambierà da sé a partire dal biennio 2023-2024. Tuttavia, non si può nascondere il fatto che, se non verranno a modificarsi alcune circostanze oggettive della vita sociale ed economica russa, difficilmente queste previsioni potranno realizzarsi. E i rischi di una duratura crisi demografica sono molti, in primo luogo economici: i cittadini sono lavoratori, contribuenti e, soprattutto, consumatori. Per un’economia come quella Russia il problema demografico può rivelarsi davvero determinante, fatale. Le nuove disposizioni in materia pensionistica che innalzano il tetto dell’età pensionabile dimostrano che, in fondo, chi governa ne è consapevole.

Il calo degli immigrati…

Se l’afflusso migratorio non riesce a compensare il declino demografico russo è anche perché il paese è sempre meno attraente. Così come le giovani madri russe si ritrovano a far fronte a problemi materiali nel garantire uno standard di vita accettabile per sé e per il proprio figlio, allo stesso modo problematico è per un lavoratore immigrato decidere di stabilirsi in Russia. Oltre alle difficoltà di ottenimento del permesso di soggiorno, della registrazione dello stesso (resa più complessa e dispendiosa negli ultimi anni) e, infine, della cittadinanza, è innegabile che la vita nel paese è caratterizzata da una serie di criticità oggettive: questione abitativa emergenziale, pessimo sistema sanitario, contratti di lavoro spesso in nero o svantaggiosi per il lavoratore, salari bassi, infrastruttura carente. Ultimamente film come My Little One – Ayka (premio per la miglior attrice a Cannes 2018) hanno raccontato il lato oscuro e tragico della “Mosca degli immigrati” dall’Asia Centrale. Se gli ucraini scelgono ora di trovare rifugio e lavoro in primo luogo in Polonia, gli uzbeki e i tagiki, soprattutto da quando il rublo ha iniziato a perdere di valore, optano sempre più spesso per altri paesi asiatici, come la Corea del Sud. Nemmeno programmi di liberalizzazione dei passaporti, come nel caso dei cittadini delle repubbliche separatiste di Donec’k e Luhans’k, hanno aiutato a risollevare le sorti demografiche della Russia.

…mentre crescono gli emigrati

A ciò si aggiunge il fenomeno definito talvolta come la “quarta ondata di emigrazione russa”, iniziato all’indomani della caduta della cortina di ferro e conclusosi con gli anni ’90. Tra la fine degli anni ’80 e il decennio successivo si stima abbiano lasciato la Russia circa un milione di persone. I paesi di destinazione sono stati in primo luogo la Germania, gli Usa, il Canada, Israele e la Finlandia.

Il fenomeno migratorio ha ripreso forza negli ultimi anni: nel 2017 sono state presentate 2600 richieste di asilo da parte di cittadini russi negli Usa – una crescita di quasi il 40% rispetto all’anno precedente e record assoluto negli ultimi 24 anni. Nel solo 2017, dall’altra parte dell’oceano, l’Ue ha conteggiato ben 12600 richieste di asilo. Dal 2015 invece a oggi in Israele si sono trasferiti quasi 40mila russi; costituiscono oltre la metà dei nuovi ingressi nel paese.

Si stima che nell’era di Putin abbiano lasciato il paese tra 1,5 e 2 milioni di russi, benché sia difficile conteggiare il numero in maniera precisa viste le diverse modalità di identificazione dei cittadini e degli immigrati nei vari paesi. Si tratta in ogni caso di un numero simile o persino superiore a quello della “prima ondata di emigrazione russa”, quella seguita alla Rivoluzione d’Ottobre e alla guerra civile. Si tratta in primo luogo di persone qualificate, con titoli di studio medio-alti, economicamente sostenute, che non riescono più a vedere in Russia un futuro adeguato alle proprie aspettative.

Foto: echo.msk.ru

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, per EaST Journal scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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