RUSSIA: L’emancipazione sempre mancata della donna

“La liberazione della donna non può compiersi che attraverso una trasformazione radicale della vita quotidiana. E la vita quotidiana stessa non sarà trasformata che attraverso una ricostruzione radicale di tutta la produzione, sulle nuove basi dell’economia comunista. Una rivoluzione nella vita quotidiana si sta effettuando sotto i nostri occhi: essa si espande e si approfondisce, e con essa vediamo entrare nella vita, nella pratica, la liberazione della donna.” Così scriveva nel 1921 Alexandra Kollontaj, rivoluzionaria russa, pensando che – sull’onda della rivoluzione di quattro anni prima – anche la famiglia sarebbe passata, per usare le parole di Engels, “dalla sfera della necessità a quella della libertà”.

Invece oggi, a cento anni esatti dall’Ottobre con le sue utopie affamate di nuovo, il passato ritorna alla grande. Vi ritorna proprio a Mosca, con la decisione della Duma di togliere dal codice penale il reato di “percosse in famiglia” declassandolo ad illecito amministrativo. Insomma picchiare mogli e figli non sarà più un reato, in un paese in cui 40 donne al giorno vengono uccise da mariti e compagni. D’altronde – come dice un vecchio proverbio russo – “se ti ama, ti picchia”, per cui meglio che lo Stato non entri in faccende di “schiaffi in famiglia”, come pensa un quinto della popolazione secondo un sondaggio dello VTsIOM.

Nonostante che le immagini della rabotnica, dell’operaia, venissero riprodotte in dimensioni superiori alla realtà, la liberazione della donna promessa dalla rivoluzione rimase sempre incompiuta, ondivaga e contraddittoria. Già alla fine degli anni Venti l’esaltazione della figura avveniristica della donna-operaio veniva affiancata dalla rivalutazione stalinista della madre eroina con prole numerosa. Poi nel 1968 la nuova legislazione familiare e matrimoniale segnò il trionfo del welfare state e della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma non veniva ridotta l’asimmetria di genere, dato che sulle donne gravavano il lavoro extradomestico e quello domestico (appesantito dalle code interminabili ai negozi).

Con la glasnost degli anni Ottanta si svelano infinite situazioni di disgregazione familiare (le famiglie monoparentali erano tra il 30 ed il 40%) e di mariti alcolizzati e violenti. Mentre i lavori femminili si concentravano nelle professioni più pesanti, meno retribuite e qualificate. Anche a livello letterario si sviluppa una “diversa prosa” (drugaja proza) che racconta lo squallore esistenziale di tante donne alle prese con una quotidianità infelice. Alla fine del decennio a livello di cultura di massa si propugnava il ritorno delle donne a casa per cui il culto della famiglia – scriveva nientemeno che la Pravda nel 1987 – era l’unico culto consentito e sostenuto dallo Stato sovietico. Due anni dopo lo stesso giornale ribadirà che “la società si era troppo femminilizzata … la donna doveva tornare a casa e non mettere becco in nient’altro.”

Nella Russia post-sovietica dei nouveaux riches pesano sulle donne oltre alle violenze (due quinti delle divorziate erano state percosse, secondo una ricerca del 1996), la povertà ed il crollo dei servizi sociali e sanitari. Secondo l’Unicef, il lavoro domestico occupava le donne russe con una media di 70 ore alla settimana. Inoltre nella Russia el’ciniana fioriva un vero e proprio rinascimento patriarcale basato sui valori presocialisti della tradizione ortodossa e nazionalista panrussa. La donna doveva essere gentile, mite, remissiva ed affascinante (secondo canoni estetici occidentali naturalmente) e soprattutto non così impegnata nel lavoro come predicato dall’ideologia sovietica. In parallelo fiorivano l’industria del sesso, la prostituzione, i concorsi di bellezza ed il sessismo violento delle culture giovanili urbane. Se si chiedeva alle liceali di Mosca quale fosse la professione più prestigiosa, rispondevano la prostitutka, imprenditrice solitaria della nuova economia di mercato aperta ai businessmen stranieri.

Se la classe operaia al potere è stata una utopia messianica mai divenuta eutopia, quella della donna liberata come la intravedeva la Kollontaj (o la Armand, la Zetkin, la Luxemburg) si è rivelata una deludente distopia. Che dovrebbe oggi permetterci di non essere troppo meravigliati o sorpresi dalla decisione della Duma e dalla diffusa cultura (maschilista) che ne legittima il consenso sociale. Un ennesimo paradosso per quello che fu il paese dei Soviet.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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