Tra foibe, neofascismo e Jugoslavia: la nostra intervista a Eric Gobetti

Lo scorso 5 febbraio lo storico Eric Gobetti è intervenuto a un’assemblea organizzata a Torino parlando per oltre due ore a una sala gremita. L’argomento? Foibe, Jugoslavia e Giorno del Ricordo. L’evento è stato contestato da militanti neofascisti di cui non vale nemmeno la pena menzionare il nome. Nel comunicato del gruppo, Gobetti è stato accusato di voler tenere una “conferenza revisionista e negazionista sulle foibe con tesi volte a sminuire la tragedia patita dagli italiani sul confine orientale per opera dei partigiani comunisti di Tito”. Dopo qualche ora, per non farsi mancare nulla, è intervenuta anche Casapound.

Non sta certo a noi ricordare chi è Eric Gobetti, né dire dei suoi due dottorati (uno a Torino con Marco Bottino e uno con Luciano Canfora alla Scuola superiore di Studi Storici di San Marino), delle le prestigiose pubblicazioni, o delle collaborazioni con Rai Storia, realizzando la trasmissione a puntate La Divisione Garibaldi e due documentari (Partizani. La Resistenza italiana in Montenegro e Sarajevo Rewind 2014>1914).

Noi ci limitiamo a parlare con lui proprio di ciò che altri vorrebbero censurare, ovvero di foibe, Jugoslavia e Giorno del Ricordo.

Partiamo dai fatti di qualche giorno fa. I militanti di Aliud e Casapound ti accusano di negazionismo. Ti consideri un revisionista?

Certamente no. Lavoro sulle fonti e sulle ricerche già edite, prima di esprimere una tesi. Questo è il normale lavoro dello storico. Cerco di trattare temi complessi con un linguaggio semplice, ma restituendone tutte le sfaccettature. Un revisionista invece è chi – per un fine politico – costruisce una narrazione attorno a un evento storico senza confrontarsi con le fonti a disposizione, inventandone di inesistenti o utilizzando solo quelle che avvalorano una tesi precostituita, ignorando le altre. Tra l’altro è interessante notare come a muovermi quell’accusa siano spesso gli stessi che negano la Shoah con metodi, quelli sì, revisionisti.

Questo cosa significa nel concreto quando parliamo di foibe?

Significa raccontare il contesto della dominazione fascista e nazista della Venezia-Giulia, dell’Istria e della Dalmazia in relazione alla quale il fenomeno si verificò, e definire l’entità del fenomeno, che non è comparabile ad un genocidio, né per il numero di morti né soprattutto per le sue caratteristiche specifiche. Di fatto parliamo di due eventi in gran parte diversi. Nel 1943 si tratta di una rivolta popolare, che dura pochi giorni, di cui il movimento partigiano cerca di prendere il controllo e che colpisce i rappresentanti dello stato fascista nel momento in cui questo scompare, dopo l’Armistizio di Cassibile. Nel 1945, dopo la liberazione di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia da parte dell’Esercito partigiano jugoslavo invece siamo di fronte a una resa dei conti contro chi aveva collaborato con il fascismo e il nazismo in quelle zone, come del resto avvenne anche in altre parti d’Italia. E le vittime di questi processi sommari non furono soltanto italiani, ma anche tedeschi, sloveni e croati collaborazionisti. Contestualmente avviene anche un’epurazione preventiva che colpisce gli avversari politici, cosa che accade anche in altre zone della Jugoslavia, quindi non sulla base della nazionalità ma dello schieramento politico.

Parliamo del Giorno del Ricordo. Perché esiste questa ricorrenza, peraltro solo in Italia?

Con il Giorno del Ricordo si commemorano tre fenomeni molto diversi: le vittime italiane dell’autunno del 1943, quelle della fine della guerra e infine quelle dell’esodo di istriani, dalmati e giuliani dopo la definitiva annessione di buona parte di queste terre alla Jugoslavia. Si tratta di fenomeni diversi, avvenuti a distanza di anni, che hanno ragioni ed evoluzioni differenti. Inoltre si prendono in considerazione solo le vittime italiane, come se tutte le altre, nello stesso contesto di guerra e violenza, non avessero importanza. Si tratta dunque di fenomeni molto complessi, che devono necessariamente essere contestualizzati: una eccessiva semplificazione non è accettabile e non consente di capire cosa è successo e perché, quindi non serve a nulla e non rispetta nemmeno le vittime. Ma in realtà l’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004 è il risultato di un processo politico in atto almeno dagli anni ’90.

In che senso?

Tra il 1989 e il 1991 si sgretola il blocco sovietico. Negli stessi anni comincia la crisi che sfocerà nella dissoluzione della Jugoslavia comunista. In questo contesto ci sono due processi politici che si incrociano. Da un lato i Democratici di Sinistra, eredi del Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, hanno bisogno di accreditarsi come nuova forza politica nazionale, di governo, e contemporaneamente di prendere le distanze dal proprio passato politico. Dall’altra parte il Movimento Sociale Italiano, poi dal 1994 Alleanza Nazionale, vuole accreditarsi come forza politica credibile e sdoganare la propria visione della Resistenza.

Quale visione?

Una equiparazione fra partigiani e nazifascisti, nel nome della riconciliazione nazionale e di una impossibile memoria condivisa fra vittime e carnefici, facendo leva sul ragionamento pietistico che “i morti sono tutti uguali”. In questa logica i partigiani sarebbero responsabili di crimini e violenze tanto quanto i nazifascisti. Nella narrazione pubblica del Giorno del Ricordo si sta affermando sostanzialmente la visione per la quale solo i partigiani sono carnefici, mentre i fascisti sono solo vittime. In questo modo non solo tutti i fascisti diventano vittime, ma anche tutte le vittime diventano fasciste, infangando quindi la memoria delle tante vittime innocenti e soprattutto degli Esuli.

Dunque il Giorno del Ricordo è il risultato della convergenza delle esigenze politiche di due partiti così distanti tra loro?

Esattamente. Il problema è che negli anni successivi al 2004 la narrazione che equipara partigiani e fascisti fino a rivalutare questi ultimi, prima diffusa solo negli ambienti relativamente limitati dell’estrema destra, è diventata mainstream, anche a livello istituzionale. Negli ultimi anni il Giorno del Ricordo è diventata sempre di più la “festa dei fascisti” contrapposta al 25 aprile, sempre più considerata non più come festa nazionale di liberazione da una dittatura, ma come festa “di parte”, “divisiva”, come viene detto, in pratica la “festa dei comunisti”. In questo contesto fortemente strumentalizzato, diventa sempre più difficile provare ad esaminare i fatti in modo oggettivo: se non ci si adegua agli slogan e alle cifre “ufficiali”, si viene subito tacciati di revisionismo, riduzionismo o negazionismo.

Il Giorno del Ricordo richiama in modo innegabile, come ricorrenza, la Giornata della Memoria. È soltanto un caso?

Certo che no. Il Giorno del Ricordo è vicino alla Giornata della Memoria sia a livello terminologico che temporale, perché passano poco più di dieci giorni tra le due ricorrenze. Si tenta in questo modo di assimilare di due eventi ricordati, la Shoah, di cui i fascisti (occorre rimarcarlo) si resero complici, e le foibe, di cui i fascisti sarebbero vittime. In pratica si vuole costruire l’immagine delle foibe come della “nostra Shoah”, un accostamento assurdo e vergognoso.

Ma perché scegliere proprio gli avvenimenti del confine orientale in questa operazione?

Perché il tema si presta perfettamente a una logica di riconciliazione nazionale e memoria condivisa. È perfetto per i DS – e oggi per il Partito Democratico – che possono smarcarsi dall’eredità del comunismo, ma anche per i politici di destra, che possono costruire una nuova narrazione nazionalista, riutilizzando i vecchi stereotipi razzisti sullo “slavo” barbaro e violento per natura.

Ha senso da un punto di vista storico definire “genocidio” i fatti al confine orientale tra il 1943 e il 1945?

Una volontà genocidaria da parte dei partigiani dell’Esercito di Liberazione popolare jugoslavo non è provata da alcuna evidenza storica. Al confine orientale le vittime furono perlopiù italiane, perché erano gli italiani ad aver governato lo stato fascista, erano sempre loro i principali collaboratori dei nazisti durante l’occupazione tedesca a Trieste e nell’area circostante e in gran parte italiani erano coloro che osteggiavano il nuovo governo jugoslavo. Ma fra le vittime ci sono anche tedeschi, sloveni e croati collaborazionisti del regime. Sulla stessa italianità delle popolazioni istriane e giuliane poi bisognerebbe interrogarsi meglio, considerando l’italianizzazione forzata della maggior parte dei nomi durante il Ventennio. Infine, se si trattasse di genocidio, cosa ci farebbero 30.000 italiani nelle file dell’esercito partigiano jugoslavo, ovvero tutti coloro che scelsero di combattere con la resistenza, dopo l’8 settembre, in Dalmazia, in Bosnia, in Montenegro, tra cui ci furono almeno 10.000 caduti?

La dissoluzione della Jugoslavia ha in qualche modo favorito la diffusione di questa narrazione?

Senz’altro. Se fino alla fine degli anni ’80 la Jugoslavia era una nazione capace di far sentire la propria voce nella politica mondiale, negli anni ’90 gli Stati eredi della federazione, in particolare Croazia e Slovenia, non avevano la forza di contrastare la narrazione che le istituzioni italiane stavano facendo propria. Una situazione che è cambiata negli ultimi anni, anche con l’entrata di questi paesi nell’Unione Europea: basti pensare alle polemiche nel 2007 tra Giorgio Napolitano, che aveva parlato di “pulizia etnica” contro gli italiani da parte dei partigiani di Tito, e il presidente croato Stipe Mesic, che aveva definito queste parole una forma di “razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico”. Polemiche che, a diverse intensità, si producono ogni anno.

Ma se attorno al Giorno del Ricordo esiste questa narrazione tossica, quale può essere il ruolo dello storico o del giornalista che si occupa di Jugoslavia e Europa orientale?

Attorno al Giorno del Ricordo abbiamo una costruzione di una narrazione che non corrisponde alla realtà storica e che è diventata, al giorno d’oggi, pericolosamente condivisa da gran parte dell’opinione pubblica. Il ruolo dello storico e del giornalista, nei rispettivi ambiti, è un ruolo sociale e professionale insieme. È necessario ristabilire la verità storica attraverso lo studio delle fonti e la divulgazione. È una realtà complessa e va sì riportata in un linguaggio semplice, ma spiegandone tutti gli aspetti: l’entità del fenomeno, le sue motivazioni, i suoi meccanismi. Tutto ciò è necessario per identificare le vere responsabilità, per comprendere chi ha innescato il circolo vizioso che ha portato tanta morte e sofferenza, per evitare di costruire falsi miti e alimentare nuovo odio. Ma anche per poter riconoscere questi stessi meccanismi nel mondo di oggi, poter guardare con consapevolezza a certi fenomeni, e ricordare, questo sì, che chi scatena odio spesso raccoglie violenza.

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