E allora le foibe?

Partiamo da questi due elementi. Innanzitutto la foto. Manipolata, strumentalizzata e falsata. Una foto che per anni è stata utilizzata per locandine, manifesti e persino programmi televisivi per celebrare il Giorno del Ricordo e in particolare i crimini commessi dai partigiani di Tito, che in questa foto sarebbero intenti a fucilare dei poveri italiani indifesi sul confine orientale. E invece si tratta dell’opposto: truppe italiane che fucilano partigiani sloveni.

Il secondo elemento, come da titolo: “E allora le foibe?” Gridato, denunciato e – al netto del punto di domanda – fine a se stesso. La risposta non è affatto necessaria, bisogna solo urlarlo. A renderlo celebre fu uno sketch televisivo in cui una neofascista lo grida in risposta a una serie di argomentazioni e domande su altri temi. Fu la spiritosa coronazione di un classico cliché del benaltrismo nostrano.

E forse ha prodotto più riflessioni proprio quello spezzone comico rispetto alle tante celebrazioni di un episodio della storia che il Giorno del Ricordo si proporrebbe di rievocare. Istituita nel 2004 – quando il berlusconismo era come l’universo: in espansione – da allora ha prodotto per lo più revisionismo, mistificazioni e strumentalizzazioni.

Il 10 febbraio è la data in cui, nel 1947, vennero firmati i trattati di pace di Parigi, con cui l’Istria, il Quarnaro, Zara e parti della Venezia Giulia passarono dall’Italia alla Jugoslavia di Tito. Ed è in queste regioni che iniziò l’esodo e in cui avvennero i crimini contro gli italiani. Ma non solo: anche sloveni, croati e tedeschi accusati di collaborazionismo. Ma questo è parte di quella storia che oggi si mistifica e decontestualizza, e quindi le altre nazionalità vengono ignorate.

E se oggi i social media manager di quei partiti di estrema destra che tanto vanno di moda ultimamente scalpitano, non stupiamoci: a loro non interessa affatto la verità storica, fare chiarezza sui numeri reali di quel pur importante momento storico, capirne le cause e contestualizzarne le conseguenze. A loro interessa solo celebrare la loro giornata, ad appena due settimane di distanza da quella della Memoria, che ricorda le vittime dell’Olocausto. In perfetta armonia con quel manicheismo della storia e della politica italiana. A ciascuno il suo giorno: se il 27 gennaio si ricordano le vittime del nazifascismo; il 10 febbraio va a ricordo dei crimini contro quest’ultimi. Il nome è quasi identico. Memoria e ricordo: l’importante è che non vi sia né l’una né l’altro.

L’edizione di quest’anno non poteva provocare meno polemiche che negli anni passati. L’anno scorso ci pensò l’allora presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani: “Viva l’Istria e la Dalmazia italiane!” Già, che senso ha ricordare le vittime se non ci aggiungi un’insensata e inutile rivendicazione nazionalista? Il senso è tutto politico. E mirerebbe a una riconciliazione, quella che passa attraverso l’equiparazione di comunisti e fascisti, che non tiene conto della cornice storica, e che si è sviluppata spesso su un uso arbitrario e particolare delle fonti a disposizione.

Chi ci ha provato, invece, è Eric Gobetti, storico torinese che ha dedicato anni di lavoro ai fatti del confine orientale, aiutandoci a comprendere quanto accaduto nel periodo che va dall’armistizio al dopoguerra.

Dopo l’intervento del 5 febbraio al Centro Sociale Gabrio di Torino, Gobetti è stato vittima di un linciaggio mediatico – con tanto di pubblicazione di foto private dello storico – da parte di neofascisti che l’hanno accusato di revisionismo. Un’accusa, quindi, “mossa dagli stessi che negano la Shoah con metodi, quelli sì, revisionisti”, come ha dichiarato nell’intervista rilasciata a East Journal.

Ma allora, quale riconciliazione è possibile con queste premesse? Quale verità storica, se l’attività stessa degli storici deve essere oggetto di attacchi mirati da parte di chi ha indubbi legami partitici il cui solo interesse è racimolare consenso con una retorica nazionalista, oggi votata al cosiddetto “sovranismo”?

Non è questa la sede per discutere sui numeri e sulle dimensioni degli episodi che riguardarono l’Istria e la Dalmazia. Bensì l’auspicio che a farlo siano storici – come lo stesso Gobetti, a cui va la nostra solidarietà – obiettivi e attenti alle fonti, piuttosto che politici e politicanti che vogliono rinsaldare un risentimento nazionale ma senza lavarne la coscienza macchiata da vent’anni di discriminazione razziale, assimilazione forzata e violenza fascista.

E se di ricordo – e di memoria – si tratta, che non sia fazioso e particolare, e che non sia una guerra di numeri in cui vince chi la spara più grossa. Che sia invece universale e onnicomprensivo, teso a riconciliare tutte le parti che la storia ha separato e che l’opportunismo politico vuole ancora divise.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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