Tag Archives: teatro

“In piedi nel caos”: a Milano, la guerra in Cecenia raccontata da Véronique Olmi

La guerra in Cecenia come sfondo invisibile, ma concreto di un’umanità devastata da silenzi e da incomunicabilità: è questa la “tinta” drammaturgica della pièce teatrale In piedi nel caos di Véronique Olmi, che, a partire dal 16 gennaio fino al 2 febbraio, andrà in scena in prima nazionale presso la sala Fassbinder del teatro Puccini di Milano.

La nizzarda Véronique Olmi è nota in Italia soprattutto per i suoi romanzi: tra questi, va ricordato almeno Bakhita (edito da Piemme 2018), biografia romanzata della vita di Santa Moretta, schiava sudanese liberata e destinata a un percorso spirituale che da suora nel Veneto profondo l’ha portata alla santità. La scelta di proporre un lavoro drammatico di Véronique Olmi ci permette di conoscere la sua produzione teatrale, ancora poco nota nel nostro paese, ma accolta con grande successo all’estero.

La Russia è stata più volte al centro della sua produzione teatrale con almeno due testi teatrali dedicati alla figura della poetessa Marina Cvetaeva. Con In piedi nel caos, la scrittrice sceglie un periodo difficile della storia russa: gli anni successivi alla fine del regime comunista. Apparso nel 1997 con il titolo Chaos debut e rappresentato con successo al Festival di Avignone nel 1998, il lavoro è ambientato nei difficili anni Novanta, mentre in Cecenia infuria la guerra. Una scelta tematica che conferma l’impegno di Olmi nello scegliere soggetti a tema storico che mettano a fuoco contrasti umani e interiori fortissimi.

Il venticinquenne Yuri è tornato dal conflitto ceceno mutilato ed è ormai sprofondato nell’alcolismo e nella disperazione; accanto a lui, la moglie Katia cerca di sostenerlo e di salvare la coppia da questa difficile situazione. Intorno alla loro storia d’amore coniugale, si muove un’umanità allo sbando in una kommunalka, i famigerati alloggi comuni del periodo sovietico, in cui convivono forzatamente sette persone e le loro storie. Tra i personaggi più interessanti sicuramente la visionaria Babushka, erede degli antichi proprietari dell’abitazione, e Grisha, un punk che si occupa di affari non troppo trasparenti. Muta e incombente protagonista di questo pezzo teatrale è la guerra stessa, che sembra avvelenare questo microcosmo di umanità rinchiusa in uno spazio angusto.

Basata sul testo tradotto da Monica Capuani, la nuovissima produzione del teatro dell’Elfo di Milano è affidata alla regia di Elio de Capitani; completano la squadra Alessandro Frigerio (assistente alla regia), Carlo Sala (scene e costumi), Giuseppe Marzoli (suono) e Nando Frigerio (luci). Sul palcoscenico si distingue un cast composto da Cristina Crippa (Babushka), Angelo di Genio (Yuri), Marco Bonadei (Grisha) e Carolina Cametti (Katja). Si preannunciano promettenti la colonna sonora dello spettacolo ispirata alle sonorità della musica punk russa e la regia, impegnata nella rappresentazione di uno spazio claustrofobico entro cui ha luogo il dramma intimo di Katia e Yuri e dell’umanità che li circonda.

TEATRO DELL’ELFO (MILANO) – Stagione 2019-2020

In piedi nel caos di Véronique Olmi

in scena dal 16 gennaio al 2 febbraio

Sala Fassbinder, Teatro Puccini, Milano

Regia Elio de Capitani

Assistente alla regia Alessandro Frigerio

Scene e costumi Carlo Sala

Suono Giuseppe Marzoli

Luci Nando Frigerio

Babushka Cristina Crippa

Yuri Angelo di Genio

Grisha Marco Bonadei

Katja Carolina Cametti

Riduzioni nel prezzo del biglietto prenotando a [email protected].

Per ulteriori informazioni: https://www.elfo.org/stagioni/20192020/inpiedinelcaos.html

CULTURA: “La memoria degli alberi” e le vittime dimenticate delle radiazioni in Russia

In molti, tra i lettori, saranno a conoscenza dell’esistenza di “Chernobyl”. La miniserie tv di produzione britannica e statunitense, ispirata all’incidente nucleare del 1986, quest’anno ha tenuto moltissimi spettatori incollati agli schermi e ha addirittura meritato gli elogi della scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievič. La serie tv e non solo, ha anche portato l’attenzione alle attuali condizioni di Černobyl’, oggi meta di turismo estremo.

Non sono in molti, tuttavia, a ricordare un altro incidente avvenuto in terra sovietica, che ancora oggi viene spesso taciuto insieme alle sue conseguenze. Si tratta dell’incidente della centrale Majak (in russo “faro”), avvenuto nel 1957 nella “città chiusa” di Ozёrsk, nella regione di Čeljabinsk.

Il regista belga Fabrice Murgia ha fatto rivivere la tragedia degli abitanti di Ozёrsk nella sua ultima opera teatrale La mémoire des arbres (“La memoria degli alberi”).

Ozёrsk, o “Čeljabinsk-65”

Quella che oggi si chiama Ozёrsk per anni non è esistita sulle carte geografiche. Denominata inizialmente “Čeljabinsk-40” e, in seguito,  “Čeljabinsk-65”, questa cittadina sugli Urali meridionali venne fondata negli anni ’40, quasi contemporaneamente alla centrale Majak, il maggiore polo di produzione di armi nucleari. Čeljabinsk-40 faceva e fa ancora parte della categoria delle “città chiuse”, località semi-segrete la cui importanza risiedeva spesso nell’ospitare la produzione di assetti militari (come i sottomarini nella città di Severodvinsk) o complessi nucleari. I cittadini di Ozёrsk non potevano dire dove vivessero e spesso gli impiegati dell’impianto nucleare non rivelavano il loro vero lavoro neanche ai propri figli.

La centrale Majak fu il luogo del più grave incidente nucleare prima di Černobyl’. Tuttavia, già nei dieci anni tra la sua fondazione e l’incidente, avvenuto nel 1957, oltre 17.000 operai della centrale furono esposti a livelli di radioattività altissimi, mentre i fiumi e i laghi circostanti venivano inesorabilmente contaminati.

Ancora oggi, Ozёrsk è un “cimitero sulla terra”, come alcuni lo chiamano. Qui si smaltiscono ancora la maggior parte delle scorie nucleari provenienti da tutto il paese. Qui la gente continua a morire per le conseguenze delle radiazioni e i bambini nascono con gravi malformazioni. Tutto questo è avvolto nel silenzio, oggi come allora.

La memoria degli alberi

La mémoire des arbres, che ha debuttato lo scorso settembre al Théâtre National Wallonie di Bruxelles, racconta la storia dei cittadini di Ozёrsk tra passato e presente. Grazie a una scenografia non ordinaria, le testimonianze dei cittadini di oggi, raccolte direttamente dal regista Fabrice Murgia e proiettate su uno schermo al centro del palco, si fondono con le vicende dell’attore protagonista, un ex liquidatore dell’incidente del 1957, che appare solo sulla scena.

Il protagonista – Sergej, come si deduce da alcuni suoi monologhi – è interpretato da uno straordinario Josse de Pauw, il quale riesce nell’impresa – per altri titanica – di non far trasparire il suo accento fiammingo nella pronuncia dei nomi russi. Sergej è un uomo anziano e malato. Lo si vede passeggiare avanti indietro nel suo appartamento, mentre svolge la sua routine serale, cucinare, lavare gli indumenti da lavoro, fumare, bere vodka. Di tanto in tanto, Sergej prende in mano un registratore e racconta, alternando i propri ricordi tra le fasi dell’incidente ed episodi della sua vita personale.

Registrarsi è un modo per resistere all’oblio e a coloro che vogliono nascondere le vere condizioni in cui versano la regione e i suoi cittadini ancora oggi. In aggiunta a tutto questo, ci sono gli alberi. Essi ricordano tutto ciò che gli uomini dimenticano.

Grazie alla presenza di microfoni in ogni angolo del palco, il pubblico viene facilmente assorbito dalla scena, il cui livello drammatico è altissimo. Si sentono i passi, gli scricchiolii del pavimento, i respiri e gli attacchi di tosse di Sergej, anch’egli vittima dell’ambiente malsano in cui è cresciuto.

L’attore, in realtà, non è completamente solo sulla scena: ad accompagnarlo, a tratti, c’è un gruppo di bambini, che appaiono allo stesso tempo suoi aiutanti e spettri di un passato che attanagliano la sua mente. In una sorta di allucinazione, Sergej impreca contro un’enorme statua di Josif Stalin, maledicendolo per la vita a cui lo ha destinato. Una vita di dolore e di morte, con un ridicolo sussidio dallo stato che non basta neanche per le medicine.

Ozёrsk e le sue vittime oggi

La vita, a Ozёrsk, pare scorrere invariata. Tuttavia, mentre alcuni sembrano essere rassegnati, o quasi indifferenti alla situazione che li circonda, quasi fosse parte integrante delle loro vite, c’è chi non si dà pace. Lo racconta a fine spettacolo Nadežda Kutepova, attivista originaria di Ozёrsk, che per anni ha lottato perché la verità venisse a galla e gli abitanti della regione venissero giustamente compensati. L’attivismo di Kutepova, che ha perso diversi cari a causa delle conseguenze delle radiazioni, ha generato attacchi nei suoi confronti, un’accusa di tradimento e, infine, la sua fuga dal paese. Kutepova, il cui nome, Nadežda, significa “speranza”, continua il suo attivismo dalla Francia, dove vive ora. Nel frattempo, la fiamma della speranza, per gli abitanti della zona di Ozёrsk, sembra essere molto fievole.

SERBIA: L’impegno sociale del teatro contemporaneo. Intervista a Vojislav Arsić

di Eva Zilio

Vojislav Arsić, fondatore del Centro E8 e regista teatrale ci parla del suo lavoro per la compagnia Reflektor Teatar e della scena teatrale serba contemporanea.

Cos’è Reflektor Teatar e cosa fa?

La compagnia teatrale Reflektor Teatar è una compagnia giovane e indipendente che nasce ufficialmente nel gennaio del 2017 dal programma teatrale del Centro E8, ma è presente sulle scene serbe dal 2012. L’idea è che il teatro possa e debba essere uno strumento sociale che agisce uniformando principi come l’arte e l’attivismo, personale e politico, etico ed estetico. Alla base della ricerca ci sono i giovani e il loro rapporto con la società. Il nome Reflektor (riflettore) indica il fine del nostro operato: illuminare gli angoli più oscuri della realtà da noi indagata e spingere lo spettatore alla riflessione.

Come si inserisce il vostro lavoro nella scena teatrale serba contemporanea? E in quella politica?

Per quanto riguarda la scena teatrale siamo visti come dei “forestieri”. C’è una sorta di reciproca alienazione e diffidenza. Ci rifiutiamo di funzionare come di solito funzionano le cose in Serbia, non vogliamo appartenere a un certo tipo di dinamiche e ne rifiutiamo le regole. Molte realtà istituzionali si stupiscono di come facciamo a sopravvivere. Per quanto riguarda la scena politica il discorso è diverso. Ci ignorano, ma ci tengono d’occhio. Credo che l’attuale situazione politica sia la peggiore che la Serbia abbia mai vissuto. Più pericolosa del tempo di Milošević per la compiacenza e l’omertà in cui opera. Ci ostacola silenziosamente, per esempio, non finanziandoci mai. Sono consapevole di quello che potrebbero farci quelli a cui “non andiamo bene” ed è una grande vittoria essere in grado di esistere autonomamente. E’ una forma di resistenza di cui sono orgoglioso.

Censura: quali sono le difficoltà che incontrate?

Per quel che riguarda la censura e il divieto di mettere in scena i nostri spettacoli in molti teatri pubblici, si tratta sempre di meccanismi subdoli. Non veniamo mai apertamente censurati per via dei nostri contenuti ma per motivi banali e irrazionali. Il risultato è che si creano situazioni al limite dell’assurdo che non fanno che testimoniarci quanto sia importante quello che facciamo. Abbiamo avuto molti problemi a mettere in scena fuori Belgrado lo spettacolo “Rossa: il suicidio di una nazione”, che si occupa di aborto e di violenza sulle donne. In questo senso il lavoro del Reflektor si inserisce nel panorama serbo come una forma di attivismo, per la creazione di uno spazio di libertà e dialogo.

A proposito della politicità dei vostri interventi: puoi dirci qualcosa sul rapporto tra testo e attori?

I nostri attori non sono semplici attori. Sono attivisti perfettamente consci e concordi col messaggio che trasmettiamo. La politicità del nostro intervento sta non tanto nel contenuto, quanto nella forma. Gli spettacoli nascono dopo mesi di lavoro in coautorato. La metodologia è eterogenea: facciamo workshop, interviste, training in modo tale da diventare quanto il più possibile preparati a condividere col pubblico quanto in nostro potere sapere a proposito di un dato argomento. Il rapporto tra attori e testo è un rapporto a doppio taglio. Il messaggio che veicolano non solo da loro è recitato ma anche pensato, sentito, dimostrato.

Che ruolo ha il teatro nella società serba contemporanea? Può essere uno strumento per la ridefinizione dell’identità collettiva?

Dicevo che l’attuale situazione politica è di gran lunga la più pericolosa sinora vissuta dalla Serbia per la totale assenza di consapevolezza che i cittadini vivono. Inconsapevolezza della censura, della repressione, della copertura mediatica perpetrate dal governo. In questo contesto sono fermamente convinto che il teatro non solo possa, ma soprattutto debba avere un ruolo socialmente attivo. Certo, non farà la rivoluzione. Ma quando in un contesto in cui regnano la dittatura e la censura il teatro riesce a ritagliare uno spazio di libertà e dialogo allora da quello spazio può concretamente nascere un cambiamento. Perché lo spettatore vede sulla scena la verità e non può sottrarsi al confronto con essa.

Macho Men è il vostro primo lavoro e l’unico finora portato in scena in Italia. Di cosa si tratta?

Siamo stati nel giugno del 2016 a Novara e a Bologna. Macho Men è stato il nostro primo spettacolo riconosciuto al di fuori del contesto amatoriale. Il successo che ha ottenuto e che continua ad ottenere alla quinta stagione di messe in scena è significativo. Il tema è il concetto di virilità in Serbia oggi. Quali sono gli stereotipi, le precondizioni storiche e sociali che modellano l’affermarsi di una virilità nociva? I sette ragazzi sulla scena si interrogano col pubblico e cercano assieme ad esso delle risposte.

TURCHIA: Il teatro occidentale resta, la buona informazione vacilla

A fine agosto una notizia è rimbalzata su alcune grandi testate italiane ed estere: in Turchia è stata vietata la messa in scena di opere di teatro occidentali. “Turchia, messe al bando le opere teatrali occidentali: via Fo, Shakespeare e Brecht” è stato uno dei titoli di maggior rilievo, che ha provocato immediato scalpore e biasimo per il governo turco, ancora una volta tacciato di arroganza e mire dittatoriali. Dario Fo, premio Nobel, ha contribuito con un’intervista ad alimentare il clamore, e soprattutto ad alimentare la bufala. Perché di questo si tratta.

La dittatura? Non va cercata nella stagione teatrale 

EastJournal non ha risparmiato articoli critici nei confronti dell’attuale Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e del suo partito  Giustizia e Sviluppo (AKP), che negli ultimi anni ha attuato una serie di misure volte all’epurazione politica nemmeno troppo velata degli esponenti dell’opposizione (o dei presunti tali).

Un progressivo processo di accentramento del potere nelle mani di Erdoğan e dei suoi più fedeli sostenitori è infatti in atto almeno dal 2010: se prima l’opinione pubblica europea sembrava avere un certo peso nel porre un freno all’atteggiamento repressivo del governo, ultimamente pare che questo deterrente sia sfumato. Eventi come le epurazioni in ambiente accademico partite nel gennaio di quest’anno a seguito di una petizione in cui i firmatari chiedevano ad Ankara una pacifica conclusione dell’offensiva militare in Kurdistan, le dimissioni del premier Davutoğlu per incompatibilità con le posizioni del leader del suo partito e le ultime purghe scattate dopo il fallimento del colpo di stato dello scorso luglio rappresentano tutti passi indietro nel percorso di democratizzazione sul quale buona parte dell’occidente sperava la Turchia si fosse oramai avviata.

Il teatro occidentale sarà rappresentato

Ciononostante è necessario non confondere la critica politica con la disinformazione: le opere teatrali occidentali non sono state bandite dai teatri turchi, e tantomeno lo è stato Dario Fo. Nejat Birecik, capo del Devlet Tiyatroları Genel Müdürlüğü, la Direzione ufficiale delle imprese nazionali di teatro in Turchia, il 28 agosto ha rilasciato un comunicato nel quale sottolineava la volontà di “dare spazio alla riscoperta del teatro turco” per l’apertura della nuova stagione teatrale, incentivando temi come l’unità nazionale e “l’arte umanistica e patriottica” di autori locali. Che tra questa decisione e l’attuale politica interna turca ci possa essere una relazione è una possibilità, ma certo non meritava l’aspra critica e l’interesse mediatico dedicatole, soprattutto a livello internazionale. Shakespeare, Fo e “il teatro occidentale” saranno ben rappresentati nei teatri di Stato per tutta la stagione teatrale.

Un’informazione inadeguata crea solo più confusione

Quella che sembra una notizia curiosa e priva di peso politico può essere usata come spunto per una riflessione attenta su quello che è il dibattito attorno alla Turchia in questi ultimi mesi: sostanzialmente caotico. Non controllando le fonti e usando la parola “dittatura” privandola di un contesto, molti quotidiani nei fatti alimentano questa confusione, a tutto vantaggio di chi una dittatura probabilmente sta cercando di instaurarla sul serio.

Troppo spesso l’Occidente si è schierato “contro” o “a favore” delle posizioni prese dal partito AKP, senza documentarsi e cercare un riscontro nelle fonti locali. Nel mondo di oggi, dove le notizie percorrono velocemente grandi distanze e rimbalzano di canale in canale, e in un paese come la Turchia in cui vengono messe in atto continuamente violazioni della libertà pubblica e privata, un’analisi lucida e basata su fonti attendibili è fondamentale.

Far sbranare i rifugiati, i giochi gladiatori di Berlino provocano l’UE

Che cosa collega l’arena dei gladiatori dell’antica Roma, le compagnie aeree, la crisi dei rifugiati e le politiche degli stati nazionali e dell’Unione Europea al riguardo?

Flüchtlinge Fressen – Not und Spiele (divorare i rifugiati – miseria e giochi) è stata l’ultima provocazione artistica organizzata dal Zentrum für Politische Schönheit (ZPS) in collaborazione con il Maxim Gorki Theater nel cuore di Berlino. Per dodici giorni la presenza di un’arena con quattro tigri che avrebbero sbranato rifugiati siriani (offertisi come volontari), ha tenuto la città con il fiato sospeso e ha dato vita ad animati dibattiti in seno al parlamento tedesco.

Motivo scatenante di questa azione guidata dall’artista Philipp Ruch, è stata l’innocente domanda di una bambina: “mamma, perchè i rifugiati non prendono l’aereo?”. ZPS ha intrapreso allora una vera e propria investigazione, sul perchè questa soluzione, che salverebbe le vite dei molti che tentano di raggiungere la “Fortezza Europa”, trovi degli impedimenti legali. E la risposta è stata trovata nella giungla delle regolamentazioni europee: con la direttiva 2001/51/EC il Consiglio Europeo ha stabilito drastiche sanzioni per tutte le compagnie di trasporto che conducono passaggeri non provvisti di un visto valido in territorio europeo. Ecco allora il macabro parallelismo con la Roma antica, un gioco brutale con il destino dei rifugiati.

Ogni sera nell’arco di questo breve arco temporale, gli spettatori sono stati invitati ad assistere ad uno spettacolo fatto di satira, inclusi i commenti e gli insulti all’azione stessa rilasciati sui social media, e dibattiti con politici e giuristi, con sullo sfondo il countdown fino al giorno del massacro, le tigri e le partite di calcio. Agli occhi dei membri del ZPS il vero protagonista è stata l’Unione Europea, un processo ai valori di solidarietà e rispetto dei diritti umani. Ma oltre a sensibilizzare su questi temi, il principale scopo dell’azione era da un lato fare pressione sulla politica tedesca affinchè venisse abolita la sopracitata restrizione e dall’altro l’organizzazione, tramite raccolta fondi, di un volo speciale adibito all’esclusivo trasporto di 100 rifugiati dalla Turchia a Berlino, i cui familiari si trovano già in Germania. La cifra di circa 72.000 € aveva permesso al ZPS di prenotare l’apparecchio Joachim I di proprietà della compagnia aerea Air Berlin per il 28 giugno. Giorno in cui i rifugiati volontari si sarebbero lasciati sbranare qualora l’azione fosse fallita,  immolati alla causa di un’Europa più forte e sicura.

Il parlamento non ha accolto la richiesta e l’accordo con la Air Berlin è stato annullato. Come era prevedibile, il lieto fine quindi purtroppo non c’è stato ma neanche lo spargimento di sangue. A conclusione dell’azione gli spettatori hanno ascoltato invece il discorso accorato dell’attrice siriana May Skaf, dalla prospettiva simbolica delle tigri.

La legge è rimasta. Uomini moriranno ancora a causa sua. Indirizzate la vostra delusione (per il mancato spettacolo promesso – massacro, ndr) nei miei confronti verso coloro che vi rappresentano. Dimenticatemi, dimenticate le tigri. Pensate a voi e a che tipo di persone volete essere. Mi piacerebbe essere l’inquietudine nei vostri cuori. Grazie”.

Lo spettacolo è finito, le tigri e l’arena non ci sono più, ma la città e le coscienze sono rimaste le stesse? Che cosa ha insegnato l’esasperazione della tragedia?

Foto: Francesca La Vigna

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Il bosniaco, un teatro di cuore

Il 27 maggio del 1993, presentando l’“Estate al Kamerni 55”, Oslobođenje titolò un articolo con “Tutte le strade portano a teatro”: in pieno il conflitto il teatro e le arti performative stavano riscuotendo a Sarajevo tanto successo e partecipazione del pubblico da presentarsi come capofila indiscussi della resistenza culturale.

Il teatro nella città assediata si svolse in condizioni di decoro minimali, con quello che era rimasto nei magazzini teatrali o con oggetti scenografici reperiti in strada o nelle case. Per l’assenza di elettricità recitare al lume di candela era divenuto normale e quando la fornitura elettrica tornava all’opera, sia pubblico che compagnie ne risultavano a tratti infastiditi.

Nonostante l’energia non mancasse, l’attore Izudin Bajrović ricorda “Sembravamo scheletri, ma siccome lo eravamo tutti, nessuno ci dava importanza. Rivedere oggi le foto di quel periodo, fa  una certa impressione, eravamo terribili”.

La partecipazione del pubblico fu doppia rispetto a quella dei periodi antecedenti, riempiendo tutti i teatri cittadini, da quello Nazionale al Kamerni 55, dal SARTR a quello dei Giovani, teatri che videro, anche dopo il tiro delle granate, una presenza entusiasta dei sarajevesi.

Immagini indelebili nella memoria cittadina sono ancora oggi le numerose riproposizioni di Sklonište [Rifugio, Ndt] inscenato dopo il grande successo perfino a Brighton, il musical Kosa [Hair,NdT] e Zid  [Il muro, Ndt], metafora della città distrutta e condannata-. “Alla première di “Zid”,” ha affermato l’attore Rjad Ljutović, “abbiamo dovuto mettere in scena due spettacoli nello stesso giorno, première e replica. Questo spettacolo, della regia di Dino Mustafić, ha provocato una tale reazione emotiva tra gli astanti che molti piangevano ed erano profondamente scossi dallo scenario. Sicuramente in molti si sono identificati nella storia di Sartre, dove le persone sono chiuse in uno spazio dal quale non possono uscire, proprio come non era permesso alla gente di Sarajevo. E’ chiaro che il pubblico ha vissuto una vera e propria catarsi e molti venivano da noi commossi o con i volti rossi di pianto”.

E inoltre Svileni bubnjevi [La batteria di seta, Ndt] U zemliji posljednje stvari [Nella terra delle ultime cose, Ndt ], il celebre Čekajući Godoa [Aspettando Godot, Ndt] di Beckett -curato da Susan Sontag- e tanti altri.

In sostanza, secondo Bajrović “Nell’assedio la vita stessa era diventata un teatro, un tragico teatro; allo stesso tempo il teatro era divenuto vita, rendendo inscindibili i due aspetti e donando in ultima istanza al teatro una sua dimensione rituale il cui significato, in altri tempi, sarebbe stato sicuramente diverso”.

“Il bosniaco, un teatro di cuore” di Haris Pašović (Tratto da Oslobođenje, 27 marzo 1993), Traduzioni: Giovanna Larcinese

Oggi è la Giornata Internazionale del Teatro. Ovunque stasera, nei palcoscenici mondiali, su invito dell’Istituto Internazionale di Teatro, si leggerà il messaggio di una delle personalità mondiali del teatro. E mentre scrivo queste righe, a noi sarajevesi non è ancora arrivato questo messaggio. Per caso quell’unità mondiale teatrale ha dimenticato che in Bosnia Erzegovina non si è ancora spenta la vita? Lì dove c’è vita, c’è anche il teatro. E’ possibile che ai nostri colleghi non sia arrivata la notizia che a Sarajevo, Zenica, Mostar e Tuzla si portano avanti spettacoli e premiére nel bel mezzo di una brutale aggressione alla nostra terra? Forse anche noi ci impegniamo poco a mandare il chiaro segnale che  in Bosnia ci sono, e ci saranno, vita e teatro. No, non mi morderò l’anima, forse questo messaggio arriverà.

Resta però un sapore amaro nel pensare che l’idea contemporanea di teatro, specialmente in Europa, sia oggi un piacere per persone felici e benestanti, per le quali è meglio non disturbarsi con quell’annoso problema che è la Bosnia Erzegovina. E’ più facile nascondersi nel postmodernismo invece che chiedersi apertamente: che faremo del fascismo in Europa?

Non troppo tempo fa, solo all’inizio della tournèe che le assegnerà i plausi mondiali, il Living Teatre è stato recitato a Zenica e poco dopo a Sarajevo. Erano i tempi della guerra in Vietnam, e quei giovani americani concludevano il proprio spettacolo “Carcere” sdraiandosi all’ uscita delle sale teatrali. Chi voleva uscire da teatro, area di libertà e amabili incontri (e paradossalmente lo spettacolo si chiamava proprio “Carcere”) doveva passare tra gli attori sdraiati. In quel momento diventavamo tutti attori e spettatori di quella terribile tragedia.

Da quando, in queste tragiche realtà, attori e pubblico hanno ancora bisogno di teatro? Cos’è, e anche con più attrazione, che fa amare ancora il teatro? La cosa mi soprende in maniera sempre più sfuggente, imprevedibile e indescrivibile. Ho il sospetto che qui da noi, al centro del mondo, si lavori ad un nuovo teatro, il teatro del ventunesimo secolo. In questo teatro del futuro scompare l’idea tecnocratica dalla quale si è divisa l’arte del ventesimo secolo, il teatro ancora una volta si riempie di significati, sensibilmente parlano le emozioni soppresse, si sgonfiano le ridicole bugie. Qui il futuro è già iniziato e si sa già che il ventunesimo secolo è più simile al Medioevo che alla visione tecnologica dei romanzi fantascientifici.

In passato pensavo che fosse possibile fare teatro solo dalla gioia, e che solo da percorsi felici si potessero raggiungere silenzi sacri nel cuore di spettacoli instintivi. Ora invece si palesa una nuova realtà di teatro, secondo cui quello stesso silenzio mostra una semplice serietà. E’ questo il teatro serio, anche nel mezzo delle risate. Con questo teatro del sorriso si guarisce, ci si riscalda coi battiti, come direbbe anche l’attore Mravac Bosanac.

In questo teatro ci scambiamo le solitudini e piangiamo le tristezze. E ci stupiamo gli uni degli altri. Incontrandoci in un mondo migliore questo teatro parlerebbe di menzogne.

In un tempo in cui ci hanno intorpiditi il tradimento e il disonore, esso ci ricorda che non vogliamo essere intorpiditi fino alla morte. Oggi, nella Giornata Internazionale del Teatro, ha davvero senso usare l’espressione “pedane che sanno di vita”. E quindi ordiniamo pedane, ovviamente se sono asciutte. Di nuovo è caduta la neve, e ancor prima di noi battiti, calore e sorrisi.

TEATRO: Indicazioni stradali sparse per terra, dalla Bosnia a Torino

Per la regia di Diego Acampora andrà in scena sabato 18 maggio, ore 21, Cavallerizza Reale Manica Corta, via Giuseppe Verdi 9 a Torino la rappresentazione Indicazioni stradali sparse per terra, ispirato all’opera di Nedzad Maksumic che ha partecipato alla realizzazione dello spettacolo.

Quando ci avvicinammo alla Jugoslavia fu attraverso immagini e parole difficilmente comprensibili che arrivavano dalla televisione e dai giornali. Erano gli anni Novanta: l’Europa, intesa come comunità sociale e politica, muoveva i suoi primi, problematici passi. Le notizie che arrivavano dalla Croazia e poi dalla Bosnia erano troppo complesse per le nostre visioni provinciali, e ne scaturiva una reazione solo emotiva, dettata dalla ferocia degli scontri e dalle crude immagini. L’approccio più sbagliato: niente, più di un primo piano sul pianto di una bambina profuga sofferente, negava la possibilità di una messa a fuoco che abbracciasse la complessità di quel conflitto.

Poi vennero i libri, e i viaggi. I luoghi, le interviste, le persone incontrate, il confronto – anche aspro – tra coloro che scrissero di quelle guerre. Ancora oggi, a distanza di un ventennio dall’assedio di Sarajevo, non è così facile rimettere le tessere del puzzle al loro posto. Un’interminabile serie di cause ed effetti aveva introdotto la Modernità dentro a quel paese nella maniera più tragica possibile.

E’ stata questa constatazione che ha stimolato la scrittura di uno spettacolo teatrale sulla Jugoslavia degli anni Novanta. La sensazione, sempre più ingombrante col passare del tempo, che quello che accadeva al di là del Mar Adriatico stava parlando a noi europei pacificati e tranquillizzati dal normale corso delle nostre vite globalizzate. Parlare di Jugoslavia costringeva a rivedere molte delle nostre convinzioni rispetto a concetti quali convivenza, guerra, pace, socialismo, multiculturalismo, etnie, intervento umanitario. Parlava alla sinistra, senza dubbio: già scossa dagli eventi dell’89, essa si trovò smembrata e conflittualmente divisa nel giudizio sugli eventi jugoslavi. Segno che non era possibile una visione manichea rispetto ai cambiamenti in atto: troppo semplice osservarli con uno sguardo novecentesco, troppo cinico giudicarli attraverso la categoria di male ineluttabile.

A distanza di anni, Indicazioni stradali sparse per terra (questo il titolo dello spettacolo) è un primo tentativo di squarciare il velo di quella complessità: data la mole di fatti ed interpretazioni, non è stato possibile nè auspicabile concentrarsi sugli aspetti – pur centrali – geopolitici o economici delle vicende, che nella messa in scena rimangono sullo sfondo, e solo “sfiorati” dalle parole pronunciate dai personaggi. Se, come hanno dimostrato Paolo Rumiz e Luca Rastello, le guerre jugoslave furono eminentemente conflitti perpetrati dalle dirigenze contro i popoli che abitavano quelle terre, era da questi ultimi che dovevamo ripartire per raccontarle.

L’umanità jugoslava alle prese con il caos, con le bombe, con la tragedia quotidiana. Con la materialità della vita che ti esplode davanti all’improvviso e costringe ad un ripensamento di azioni e idee. Ci è venuto incontro Nedzad Maksumic, regista teatrale bosniaco che nel 1995 scrisse degli appunti e li chiamò appunto, Indicazioni stradali sparse per terra. In quel “manuale di istruzioni” è condensato tutto l’amore per l’uomo e il tragico cinismo – non sempre condivisibile – di chi si appresta a vivere l’inferno. La guerra trasforma le persone, torce il corso delle loro vite, rende banale qualsiasi arroccamento o riferimento a ideologie e convinzioni che appaiono vuote davanti a brandelli di corpi che schizzano in aria.

C’è dell’altro, però. L’umanità non reagisce in modo uniforme a questi avvenimenti: il ventaglio di reazioni comprende l’ingenuità, la saggezza, il crudo cinismo, la rabbia e la violenza, la volontà di tenere assieme i nuclei umani più stretti, la possibilità di ricostruzione e di cura delle relazioni. I tre personaggi che accompagnano l’andatura dello spettacolo sono simbolo e manifestazione di tali differenti approcci alla guerra e alle tragedie sociali in genere. Questo affresco jugoslavo degli anni Novanta, pur nella sua distanza storica dagli eventi contemporanei, parla di noi: quel che siamo, quel che potremmo (evitare di) diventare.

watch?v=LYti6U0mgjs

—-

Credits:

INDICAZIONI STRADALI SPARSE PER TERRA,

Istantanee balcaniche per 3 attori e un’oboe.

Con

CHIARA BOSCO

MARTA CAMPIGOTTO

DAVIDE SIMONETTI

All’oboe slavizzato: FEDERICO FORLA

Scene, costumi, aiuto regia: MAURIZIO FO’, VANESSA LONARDELLI, FRANCESCO MARABETI, CAMILLA RUSSO

Testi: NEDZAD MAKSUMIC, DIEGO ACAMPORA, CHIARA BOSCO

Progetto grafico: BENEDETTA VISENTIN

Luci e audio: MANA EVENTI

Regia: DIEGO ACAMPORA

Produzione: DOPPELTRAUM TEATRO

Lo spettacolo è stato realizzato grazie al contributo del regista e scrittore bosniaco Nedzad Maksumic, il cui testo “Indicazioni stradali sparse per terra” è stato pubblicato sulla rivista “Società di pensieri” (direttore Stefano Casi), luogo fecondo di riflessioni sulla società anche a distanza di anni.

KULTURA: Tagikistan, dalla luce all'oscurità. Come il governo censura il teatro

di Giovanni Bensi

da Mosca – La rappresentazione del nuovo musical tagiko “La luce dell’istruzione” (“Nuri ma’rifat”) è stata permessa solo dopo che gli autori del copione hanno accettato di cambiare il titolo dello spettacolo e di eliminare alcune scene nelle quali suona una critica delle autorità, oltre che frequenti invocazioni a Dio. Il permesso di mettere in scena spettacoli teatrali in Tagikistan è dato da un “Consiglio artistico” del quale fanno parte noti attori, compositori, drammaturghi e critici, di regola dipendenti dal ministero della Cultura. Originariamente lo spettacolo si intitolava “La fine della notte oscura” (“Tamomi shabi torik”). La trama è semplice: alcuni giovani rivolgono una serie di domande spinose a un “saggio” il quale risponde con versi di classici della letteratura persiana medievale: Rumi, Omar Khayyam, Hafez, Sa’adi.

Leggi tutto

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com