CULTURA: “La memoria degli alberi” e le vittime dimenticate delle radiazioni in Russia

In molti, tra i lettori, saranno a conoscenza dell’esistenza di “Chernobyl”. La miniserie tv di produzione britannica e statunitense, ispirata all’incidente nucleare del 1986, quest’anno ha tenuto moltissimi spettatori incollati agli schermi e ha addirittura meritato gli elogi della scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievič. La serie tv e non solo, ha anche portato l’attenzione alle attuali condizioni di Černobyl’, oggi meta di turismo estremo.

Non sono in molti, tuttavia, a ricordare un altro incidente avvenuto in terra sovietica, che ancora oggi viene spesso taciuto insieme alle sue conseguenze. Si tratta dell’incidente della centrale Majak (in russo “faro”), avvenuto nel 1957 nella “città chiusa” di Ozёrsk, nella regione di Čeljabinsk.

Il regista belga Fabrice Murgia ha fatto rivivere la tragedia degli abitanti di Ozёrsk nella sua ultima opera teatrale La mémoire des arbres (“La memoria degli alberi”).

Ozёrsk, o “Čeljabinsk-65”

Quella che oggi si chiama Ozёrsk per anni non è esistita sulle carte geografiche. Denominata inizialmente “Čeljabinsk-40” e, in seguito,  “Čeljabinsk-65”, questa cittadina sugli Urali meridionali venne fondata negli anni ’40, quasi contemporaneamente alla centrale Majak, il maggiore polo di produzione di armi nucleari. Čeljabinsk-40 faceva e fa ancora parte della categoria delle “città chiuse”, località semi-segrete la cui importanza risiedeva spesso nell’ospitare la produzione di assetti militari (come i sottomarini nella città di Severodvinsk) o complessi nucleari. I cittadini di Ozёrsk non potevano dire dove vivessero e spesso gli impiegati dell’impianto nucleare non rivelavano il loro vero lavoro neanche ai propri figli.

La centrale Majak fu il luogo del più grave incidente nucleare prima di Černobyl’. Tuttavia, già nei dieci anni tra la sua fondazione e l’incidente, avvenuto nel 1957, oltre 17.000 operai della centrale furono esposti a livelli di radioattività altissimi, mentre i fiumi e i laghi circostanti venivano inesorabilmente contaminati.

Ancora oggi, Ozёrsk è un “cimitero sulla terra”, come alcuni lo chiamano. Qui si smaltiscono ancora la maggior parte delle scorie nucleari provenienti da tutto il paese. Qui la gente continua a morire per le conseguenze delle radiazioni e i bambini nascono con gravi malformazioni. Tutto questo è avvolto nel silenzio, oggi come allora.

La memoria degli alberi

La mémoire des arbres, che ha debuttato lo scorso settembre al Théâtre National Wallonie di Bruxelles, racconta la storia dei cittadini di Ozёrsk tra passato e presente. Grazie a una scenografia non ordinaria, le testimonianze dei cittadini di oggi, raccolte direttamente dal regista Fabrice Murgia e proiettate su uno schermo al centro del palco, si fondono con le vicende dell’attore protagonista, un ex liquidatore dell’incidente del 1957, che appare solo sulla scena.

Il protagonista – Sergej, come si deduce da alcuni suoi monologhi – è interpretato da uno straordinario Josse de Pauw, il quale riesce nell’impresa – per altri titanica – di non far trasparire il suo accento fiammingo nella pronuncia dei nomi russi. Sergej è un uomo anziano e malato. Lo si vede passeggiare avanti indietro nel suo appartamento, mentre svolge la sua routine serale, cucinare, lavare gli indumenti da lavoro, fumare, bere vodka. Di tanto in tanto, Sergej prende in mano un registratore e racconta, alternando i propri ricordi tra le fasi dell’incidente ed episodi della sua vita personale.

Registrarsi è un modo per resistere all’oblio e a coloro che vogliono nascondere le vere condizioni in cui versano la regione e i suoi cittadini ancora oggi. In aggiunta a tutto questo, ci sono gli alberi. Essi ricordano tutto ciò che gli uomini dimenticano.

Grazie alla presenza di microfoni in ogni angolo del palco, il pubblico viene facilmente assorbito dalla scena, il cui livello drammatico è altissimo. Si sentono i passi, gli scricchiolii del pavimento, i respiri e gli attacchi di tosse di Sergej, anch’egli vittima dell’ambiente malsano in cui è cresciuto.

L’attore, in realtà, non è completamente solo sulla scena: ad accompagnarlo, a tratti, c’è un gruppo di bambini, che appaiono allo stesso tempo suoi aiutanti e spettri di un passato che attanagliano la sua mente. In una sorta di allucinazione, Sergej impreca contro un’enorme statua di Josif Stalin, maledicendolo per la vita a cui lo ha destinato. Una vita di dolore e di morte, con un ridicolo sussidio dallo stato che non basta neanche per le medicine.

Ozёrsk e le sue vittime oggi

La vita, a Ozёrsk, pare scorrere invariata. Tuttavia, mentre alcuni sembrano essere rassegnati, o quasi indifferenti alla situazione che li circonda, quasi fosse parte integrante delle loro vite, c’è chi non si dà pace. Lo racconta a fine spettacolo Nadežda Kutepova, attivista originaria di Ozёrsk, che per anni ha lottato perché la verità venisse a galla e gli abitanti della regione venissero giustamente compensati. L’attivismo di Kutepova, che ha perso diversi cari a causa delle conseguenze delle radiazioni, ha generato attacchi nei suoi confronti, un’accusa di tradimento e, infine, la sua fuga dal paese. Kutepova, il cui nome, Nadežda, significa “speranza”, continua il suo attivismo dalla Francia, dove vive ora. Nel frattempo, la fiamma della speranza, per gli abitanti della zona di Ozёrsk, sembra essere molto fievole.

Chi è Maria Baldovin

Nata a Ivrea (TO) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino e ha poi deciso di improvvisarsi scienziata politica, con una magistrale in studi sull’Est Europa. Al momento cerca di fare la pendolare tra Torino e Bruxelles, con grande gioia delle compagnie aeree. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma ha anche una passione per la Germania (ex orientale, s’intende).

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