Tag Archives: Chiesa Ortodossa Georgiana

GEORGIA: Aperta inchiesta sui confini presso David Gareia, luogo simbolo per georgiani e azeri

Il complesso religioso di David Gareia, situato al confine tra Georgia e Azerbaigian e considerato un’eredità culturale da entrambi i paesi, è tornato recentemente sotto i riflettori. Dopo la limitazione dell’accesso sul fronte azero avvenuta la scorsa primavera, la questione mai risolta dei confini tra i due paesi è tornata alla ribalta grazie alla procura generale georgiana, che ha aperto un fascicolo per indagare sulla commissione per la delimitazione dei confini, istituita dall’ex presidente Mikheil Saakashvili nel 2006.

L’inizio delle indagini

L’inchiesta, resa pubblica a fine settembre, ha avuto inizio il 17 agosto. Secondo l’accusa, è stato violato l’articolo 308 del Codice Penale georgiano, che prevede una pena dai 10 ai 15 anni per chiunque compia “azioni contro la Georgia volte a trasferire in uno stato straniero l’intero territorio della Georgia o sua parte, o separarne una parte dal territorio della Georgia”. Sul registro degli indagati sono stati iscritti i dieci membri della commissione istituita nel 2006 da Saakashvili con il preciso obiettivo di raggiungere un accordo con l’Azerbaigian.

In seguito alle trattative tra i due stati, che si sono concluse nel 2007, l’intero complesso è rimasto in territorio georgiano, con l’eccezione di una piccola sezione, in possesso del vicino Azerbaigian. Alla base delle indagini vi è l’ipotesi che il gruppo di esperti abbia utilizzato delle mappe contenenti un’errata demarcazione dei confini: anziché basarsi sull’edizione del 1937, l’accusa è di aver usato delle cartine risalenti agli anni ’70, con una scala diversa e circa 35 chilometri quadrati di territorio georgiano assegnato a Baku.

Il monastero, considerato sia un luogo di culto dai georgiani ortodossi che un monumento simbolo dal popolo azero, è stato costruito tra il settimo e il decimo secolo dopo Cristo e si trova nella regione di Kakheti, al confine tra Azerbaigian e Georgia. Il confine, tracciato in epoca sovietica, rimane dagli anni ’90 una questione spinosa nei rapporti tra i due stati, e periodicamente gruppi nazionalisti di entrambe le nazionalità manifestano per rivendicarne l’appartenenza.

L’arresto di Iveri Melashvili e Natalia Ichilova

Nelle indagini ha segnato un punto di svolta la visita del ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov. Nel corso di un colloquio con il suo collega georgiano David Zalkaliani, come dichiarato da quest’ultimo, sono emersi nuovi indizi ed elementi cartografici che potrebbero rimettere in discussione il tracciamento del confine. L’attenzione degli inquirenti è caduta in particolare su due membri della Commissione: Iveri Melashvili, coordinatore del gruppo di esperti e Natalia Ichilova, cartografa.

L’1 ottobre è stato effettuato un sopralluogo nella casa delle due indagate al fine di rinvenire ulteriori prove della loro colpevolezza. La tesi difensiva di Melashvili sostiene che nel 2006 le due commissioni si accordarono su due terzi del confine, escludendo David Gareia. Tuttavia, il procuratore capo ha ordinato l’arresto di entrambi gli indagati il 7 ottobre, con l’accusa di aver utilizzato materiale inaffidabile per siglare gli accordi e cedendo all’Azerbaigian una parte di territorio appartenente alla Georgia.

I due arrestati coprono tutt’ora incarichi di rilievo all’interno degli organi governativi: Merashvili è a capo dello State Border Delimitation, Demarcation, and Border Relations Service del ministero degli Esteri, mentre Ichilova è ispettore capo presso la polizia di confine. Saakashvili, sempre attivo nella vita politica georgiana, ha accusato la procura di “giocare col fuoco” e pubblicato un video in cui accusa il partito al potere, Sogno Georgiano, di aver deteriorato i rapporti con Baku.

I risvolti politici delle indagini

Il complesso religioso di David Gareia rappresenta un importante monumento nazionale in Georgia. La Chiesa Ortodossa Georgiana, che esercita una grande influenza nel paese, ha accolto con gioia la notizia delle indagini, mentre in passato aveva criticato l’accordo stipulato tra Baku e Tbilisi. Sebbene dal governo azero non siano ancora arrivate comunicazioni ufficiali sulla vicenda, probabilmente a causa del coinvolgimento nel conflitto in Nagorno-Karabakh, in Georgia la notizia ha avuto una forte risonanza, infiammando una campagna elettorale ormai prossima alla conclusione. Il tempismo degli eventi e l’attacco diretto all’operato di Saakashvili, il cui Movimento Nazionale Unito rappresenta il principale oppositore di Sogno Georgiano, lasciano presumere che il risultato di queste indagini possa influire sulle prossime elezioni parlamentari, indette per il 31 ottobre.

Foto: itinari.com

GEORGIA: Scontro di potere tra Stato e Chiesa

Osservando lo skyline di Tbilisi dalla cima della collina di Mtasminda, salta all’occhio la grandiosa residenza presidenziale, uno degli edifici voluti da Mikhail Saakashvili quando era alla guida della Georgia per annunciare la sua vena riformatrice. La struttura, però, è sovrastata da un altro complesso, ancora più imponente, che sorge a un paio di isolati di distanza. Si tratta della Cattedrale di Sameba, inaugurata nel 2004 col fine di celebrare i 1500 anni di autocefalia della Chiesa ortodossa georgiana. Questo confronto impari tra architettura civile e religiosa, come vedremo, ben esemplifica le dinamiche di potere nel paese.

Virus e spiritualità

Negli ultimi mesi anche la Georgia è stata colpita dall’epidemia di Covid-19. Fin dall’inizio dell’emergenza, il governo ha preso una serie di misure drastiche per contrastare il diffondersi del virus: chiusura di tutte le attività non essenziali, divieto di uscita salvo casi di necessità e perfino un coprifuoco giornaliero tra le nove di sera e le sei del mattino. Con l’approcciarsi della Pasqua ortodossa (19 aprile), i divieti si sono fatti più stringenti col fine di evitare i raduni famigliari. Il 17 aprile è stato bandito il traffico privato e, negli stessi giorni, veniva annunciata la chiusura dei cimiteri per scoraggiare il tradizionale pasto presso le tombe dei parenti del giorno di Pasquetta.

A fronte di alcune proteste per le difficili condizioni economiche a cui la popolazione è stata sottoposta, sembra che le misure abbiano sortito l’effetto di prevenire il propagarsi dell’epidemia. In questo quadro emergenziale, è scoppiato lo scontro tra il governo e la Chiesa ortodossa georgiana, uno degli attori più importanti nel contesto politico-sociale del paese.

Il primo segno di discrepanza è emerso il 22 marzo. In quella domenica in cui il numero di contagiati cresceva in tutto il mondo, nelle chiese georgiane i fedeli ricevevano la comunione alla maniera ortodossa, con il prelato che usa un cucchiaio comune per distribuire il pane intriso di vino, non proprio il modo ideale di rispettare le norme igienico-sanitarie. Lo scontro è proseguito nelle settimane successive, mentre il governo vietava gli assembramenti di più di tre persone (31 marzo), un modo indiretto di scoraggiare le funzioni religiose, il patriarcato annunciava che le chiese sarebbero rimaste aperte in vista della Pasqua, arrivando a dichiarare che vietare di andare a messa è peccato e il fedele non deve temere il contagio perché protetto da Dio.

Secondo quanto riportato dai media, il numero di persone che hanno presenziato le chiese nella Domenica delle Palme (12 aprile) e il giorno di Pasqua è stato molto più basso rispetto al solito. Nonostante diversi membri del clero si promurassero di mostrare di non temere la malattia con una serie di dichiarazioni – raccolte qui –  tra l’assurdo e il ridicolo, a chi entrava in chiesa veniva misurata la temperatura e veniva richiesto di mantenere una distanza di sicurezza di due metri dagli altri.

“La Georgia è prescelta dalla Madre di Dio. Questo è il volere di Dio. Non è una coincidenza se questa piaga, che si è diffusa in tutto il mondo, non ha colpito la Georgia” Ilia II, 11 febbraio 2020.

Il patriarcato è emerso come la forza dominante da questo braccio di ferro. Il governo non ha mai parlato di chiudere le chiese e la ministra della Salute, Ekaterine Tikaradze, si è messa in ridicolo dichiarando che servirebbe una prova scientifica per dimostrare che usare il cucchiaio comune durante la messa favorirebbe la diffusione del virus.

Rapporti tra Stato e Chiesa

Muoversi in aperto contrasto con il patriarcato è una mossa politicamente pericolosa per un qualsiasi governo georgiano, soprattutto in un anno di elezioni. I sondaggi annuali Caucasus Barometer rilevano che la grande maggioranza degli intervistati non è disposta a votare un partito che si opponga alle idee promosse dalla Chiesa e dal Patriarca, Ilia II, il personaggio pubblico con il più alto indice di gradimento nel paese.

L’importanza della religione ortodossa per i georgiani è legata al passato e, in particolare, al periodo sovietico. In un sistema che minacciava l’esistenza dell’identità nazionale, questa poteva essere riaffermata soprattutto attraverso la fede, unica istituzione prettamente georgiana. Dopo anni di campagne antireligiose, nel 1943 il Cremlino si spostò su posizioni più moderate col fine di usare l’arma ideologica della guerra santa per sconfiggere la Germania nazista. Per la Chiesa ortodossa georgiana, questo significò riacquistare l’indipendenza dal patriarcato di Mosca perduta durante l’epoca zarista e, quindi, ritagliarsi uno spazio di manovra nel sistema sovietico. Il risorgimento religioso del paese si accentuò negli anni del crollo dell’Unione Sovietica e dell’indipendenza ed è legato a doppio filo alla figura di Ilia II.

In carica fin dal 1977, per i georgiani il Patriarca è stato sinonimo di continuità in anni tumultuosi. Mentre gli Shevardnadze e i Saakashvili passavano dalla gloria alla pubblica infamia, Ilia II diventava una figura sempre più influente. Il capo della Chiesa si esprime sulle questioni più diverse, dalla gestione della pandemia alla trasformazione del paese in una monarchia costituzionale e le sue dichiarazioni, spesso di natura ultraconservatrice e omofoba, vengono sempre prese in considerazione dai governi in carica e dalla popolazione.

L’importanza della Chiesa ortodossa georgiana è riconosciuta, a livello costituzionale, da un Concordato siglato nel 2002. Esso, tra le altre cose, garantisce al patriarcato il possesso dei territori delle chiese, l’immunità legale per il Patriarca e l’esenzione dal servizio militare per il clero. L’articolo 8 della Costituzione, riconosce: “Il ruolo eccezionale della Chiesa nella storia della Georgia”, mettendola, di fatto in una posizione privilegiata rispetto alle altre congregazioni religiose – in un paese in cui esiste una consistente minoranza musulmana – e ponendo le basi legali per richieste di esenzioni fiscali.

L’influenza della Chiesa sullo stato e la necessità di presenziare la messa in un periodo come questo sono temi dibattuti anche in Italia, ma la Georgia si differenzia per la congiunzione tra fede e identità nazionale. Sarà interessante capire se, nel prossimo futuro, il successore dell’ormai ultranovantenne Ilia II manterrà un ruolo così rilevante nella vita del paese.

Immagine: Wikipedia Commons

GEORGIA: Depenalizzato il consumo di cannabis

Era l’inizio dell’estate quando la Corte costituzionale georgiana si è pronunciata in favore della depenalizzazione del consumo di cannabis. La sentenza ha fatto notizia in quanto la Georgia è uno dei paesi membri del Consiglio d’Europa con la legislazione più severa in tema di consumo e possesso di stupefacenti.

Nel novembre 2017, la Corte aveva già dichiarato incostituzionali le pene detentive legate al consumo di marijuana. Con il secondo pronunciamento del tribunale costituzionale scompaiono anche le sanzioni amministrative.

Le due sentenze hanno rappresentato una vittoria per il movimento di opposizione extraparlamentare “Girchi”, promotore del processo il cui leader, Zurab Japaridze,  definiva la battaglia legale per la depenalizzazione del consumo di cannabis come “una lotta per la libertà, non per la marijuana”.

L’azione governativa

L’azione della Corte costituzionale ha reso legale il consumo di marijuana qualora non avvenga in luoghi quali scuole, mezzi pubblici o in presenza di bambini. Restano illegali, invece, la coltivazione e la vendita.

La coalizione di governo del Sogno georgiano si è occupata di riempire nel corso dell’estate il vuoto legislativo che si è venuto a creare a causa delle sentenze del tribunale costituzionale, nel definire i limiti e le sanzioni legate al commercio di cannabis.

Un primo disegno di legge, emerso nei primi giorni di settembre, sembrava addirittura legalizzare la produzione di cannabis per l’esportazione. In base al nuovo sistema, il commercio di marijuana sarebbe rimasto illegale in Georgia, mentre per aziende in possesso di una speciale licenza sarebbe stato possibile la produzione per l’estero, se legata a scopi terapeutici o per la produzione di cosmetici.

L’intervento della chiesa

Una proposta legislativa di questo genere era destinata a trovare l’opposizione della Chiesa ortodossa georgiana. Il patriarcato si è sempre opposto alla legalizzazione della marijuana e aveva espresso la sua contrarietà nei confronti delle sentenze della Corte costituzionale.

Secondo quanto dichiarato dal patriarca Ilia II in un sermone del 16 settembre, “la produzione di cannabis non deve andare nelle mani dei privati perché ciò renderebbe impossibile controllarla, diffondendo la dipendenza da droga in Georgia”. Nonostante il ministro delle Finanze Ivane Matchavariani avesse sottolineato l’importanza economica del commercio di cannabis, il capo della chiesa ortodossa ha concluso il discorso spiegando che “il futuro dei nostri figli è più importante dell’economia”.

Il disegno di legge finale

L’opposizione della chiesa non poteva rimanere inascoltata in un paese religioso come la Georgia, in cui il patriarca è la figura statisticamente più ascoltata dalla maggior parte della popolazione.

Il disegno di legge elaborato da una commissione parlamentare – in presenza di una dozzina di preti ortodossi – lo scorso 19 settembre prevede di rendere legale solo l’uso domestico per i maggiori di 21 anni e all’interno di spazi privati, mantenendo illegale la produzione. Il consumo in luoghi pubblici prevede sanzioni amministrative e penali, nel caso del consumo in presenza di bambini o alla guida.

La seconda parte del disegno di legge, riguardante la produzione per l’esportazione è stata sospesa di fronte all’intervento della chiesa. Si è trattata quindi di una depenalizzazione, ma non di una vera e propria piena legalizzazione.

Resta in vigore la già menzionata legislazione che punisce con pene tra gli otto e i vent’anni di reclusione il possesso di 207 sostanze stupefacenti. Secondo una statistica del Consiglio d’Europa, un terzo dei detenuti in Georgia risponde a condanne proprio legate al possesso di droghe.

Nel recente passato ci sono poi stati casi di personaggi politicamente scomodi detenuti grazie alla severità di questa legislazione. Un caso emblematico in tal senso, è quello del duo rap Birja mafia. Dopo aver usato un’espressione ingiuriosa nei confronti della polizia in una delle loro canzoni, sono stati condannati alla prigione per possesso di MDMA. La tempistica del ritrovamento della sostanza stupefacente – quantomeno sospetta agli occhi di molti georgiani – ha fatto pensare a una vendetta delle forze dell’ordine.

La depenalizzazione del consumo di cannabis è, quindi, solo un piccolo progresso nel mitigare un sistema di leggi che ha gravi ricadute sociali e politiche.

Immagine: Voanews

 

GEORGIA: Estrema destra blocca manifestazioni LGBT, e la politica tace

Lo scorso 17 maggio le strade di Tbilisi avrebbero dovuto tingersi dei colori dell’arcobaleno, per celebrare la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (IDAHO). E invece, l’organizzazione Equality Movement, una delle più importanti all’interno del movimento per i diritti LGBT, si è vista costretta a cancellare la manifestazione che doveva svolgersi di fronte all’edificio del governo georgiano. Il motivo: evitare “seri pericoli” all’incolumità dei partecipanti ed eventuali scontri, alla luce di una minacciosa mobilitazione di gruppi di estrema destra e neonazisti nei giorni precedenti all’evento.

Nonostante i rappresentanti delle istituzioni, tra cui il sindaco di Tbilisi Kakha Kaladze, avessero assicurato che tutte le misure possibili sarebbero state prese per garantire un tranquillo svolgimento della manifestazione, gli attivisti hanno preferito rinunciare alla propria libertà d’espressione piuttosto che alla propria sicurezza. E accusano le autorità – e in particolare la presidente della commissione parlamentare per i diritti umani Sopho Kiladze – di non fare abbastanza per difendere i diritti della comunità LGBT e contrastare la violenza omofoba.

Strade contese

A marciare per le strade di Tbilisi il 17 maggio sono stati invece i partecipanti alla “Giornata per la purezza della famiglia” (Family Purity Day), una celebrazione pensata ad hoc dal leader della Chiesa ortodossa georgiana, il patriarca Ilia II, per celebrare i valori della famiglia tradizionale. Tale iniziativa, lanciata nel 2014 – esattamente un anno dopo i violenti scontri che durante la giornata contro l’omofobia avevano visto esponenti della Chiesa georgiana assalire manifestanti pacifici – intende non soltanto opporsi alle rivendicazioni del movimento LGBT, ma anche rubargli la piazza proprio nella giornata dedicata ai diritti delle minoranze. 

Quest’anno, oltre a migliaia di fedeli e rappresentanti delle istituzioni religiose, approfittando del “family day” hanno sfilato per le vie di Tbilisi anche gli esponenti della Marcia georgiana, gruppo di estrema destra nazionalista già noto per le sue posizioni apertamente xenofobe e omofobe (East Journal ne aveva parlato qui e qui) e i membri di Unità Nazionale, gruppo di stampo neonazista. Nei giorni precedenti al 17 maggio, entrambi i gruppi avevano partecipato a delle contro-manifestazioni violente in risposta a chi era sceso in piazza per protestare contro i raid polizieschi che avevano coinvolto diversi locali notturni LGBT-friendly della capitale.

E così, mentre i fascisti marciavano in tranquillità lungo il viale Rustaveli, solo un centinaio di esponenti del movimento per i diritti LGBT ha avuto il coraggio di scendere in strada per esprimere le proprie rivendicazioni, organizzando delle proteste “colorate” (come in foto) di fronte a vari edifici governativi. Nonostante le misure di sicurezza e l’importante presenza della polizia, uno degli attivisti è stato colpito da un aggressore (di soli 15 anni!), dimostrando che i rischi per l’incolumità dei manifestanti erano fondati.

Come si legittima l’omofobia

Le celebrazioni per la Giornata internazionale contro l’omofobia nella capitale georgiana non sono mai state facili: a volte, come nel 2013, esse sono degenerate nella violenza, e annualmente hanno riportato a galla tutte le contraddizioni di un paese diviso tra una politica apertamente filo-europea e una società ancora fortemente conservatrice e influenzata dalla Chiesa ortodossa. Il peso di quest’ultima – e dell’elettorato che la sostiene – non può essere ignorato dal partito al governo, che finora ha usato le rivendicazioni LGBT in maniera alquanto strumentale.

Lo scorso settembre, la commissione per i diritti umani del parlamento georgiano aveva presentato, di fronte alla delegazione dell’Unione Europea e all’UNDP (United Nations Development Programme), il proprio Piano d’Azione per il periodo 2017-2020, includendovi la volontà di riconoscere ufficialmente il 17 maggio come Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. Senza dare spiegazioni, solo qualche settimana fa la presidente della commissione, Sopho Kiladze, aveva fatto dietro front sulla questione, abbandonando a sé stesse le associazioni LGBT. Un gruppo di oltre 30 ONG, tra cui Transparency International Georgia e Open Society Georgia Foundation, ha richiesto le dimissioni di Kiladze.

Inoltre, se una delle condizioni per la firma dell’accordo di associazione con l’UE era stata proprio l’adozione di una legge anti-discriminazione (entrata in vigore nel 2014), in un rapporto pubblicato nel 2017 l’Ombudsman georgiano aveva sottolineato come le autorità georgiane stessero applicando in maniera inefficiente la nuova legge e le raccomandazioni dello stesso difensore civico. Secondo il rapporto dell’Ombudsman, i membri della comunità LGBT in Georgia rappresentano “uno dei gruppi più vulnerabili, soggetto a discriminazioni in quasi ogni sfera della vita pubblica”.

Ad essere critico non è solo il numero di crimini legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere (l’Ombudsman ne ha segnalati quasi 50 solo nel 2017), ma anche la riluttanza dei rappresentanti politici a proteggere i diritti della comunità LGBT: un’inazione che di fatto legittima l’omofobia, lasciando carta bianca ai movimenti conservatori anche più estremi, e riducendo al silenzio le minoranze.

Foto: netgazeti.ge

GEORGIA: Calcio, Chiesa e omofobia. Il caso Guram K’ashia

Quando la Federazione calcistica dei Paesi Bassi decise di lanciare, lo scorso ottobre, una campagna di “sensibilizzazione alla diversità” che coinvolgesse i giocatori delle squadre del campionato di vertice, di certo non si aspettava che l’iniziativa avrebbe generato ripercussioni omofobe e violente all’altro capo dell’Europa, in Georgia.

L’arcobaleno della discordia

Il 15 ottobre 2017, il georgiano Guram K’ashia, difensore del Vitesse Arnhem, scendeva in campo con la propria squadra contro l’Heracles Almelo, in una partita come tante nel campionato olandese. Quache ora dopo, la foto di K’ashia con al braccio una fascia color arcobaleno era al centro delle polemiche a Tbilisi. Non solo gli utenti di Facebook, ma anche giornalisti di testate locali e nazionali inveivano contro il vice-capitano della nazionale georgiana: manifestando aperto sostegno alla comunità LGBT, K’ashia avrebbe insultato le tradizioni e la religione del proprio paese. “Se LGBT-Kashia (sic) osa ancora vestire la maglia nazionale, gli uomini georgiani boicotteranno la squadra” – scriveva un giornalista georgiano pochi giorni dopo la partita.

In un’impensabile escalation, il 31 ottobre un gruppo di persone appartenenti al movimento ultra-nazionalista “Marcia georgiana” (già tristemente noti in quanto organizzatori della marcia anti-immigrazione tenutasi a Tbilisi lo scorso luglio), ha organizzato una manifestazione davanti alla sede della Federazione calcistica georgiana, chiedendo l’espulsione di K’ashia dalla nazionale. La protesta ha rischiato di degenerare nella violenza poiché gli ultranazionalisti hanno preso a bruciare delle bandiere arcobaleno, e hanno in seguito cercato di opporre resistenza agli agenti di polizia intervenuti per fermarli.

Omofobia dilagante?

Sebbene possa sembrare sproporzionata, la reazione della società georgiana al “caso K’ashia” è tutt’altro che sorprendente,  in un paese in cui la mentalità e i costumi sono ancora fortemente influenzati dalle tradizioni, dai tabù e dai valori promossi dalla Chiesa Ortodossa. Nel maggio 2013, il patriarca Ilia II si era opposto all’organizzazione di una manifestazione per i diritti LGBT nella capitale georgiana, descrivendo l’omosessualità come “un’anomalia e una malattia”. Due giorni dopo, i manifestanti venivano attaccati brutalmente da contro-dimostranti ortodossi.

Gli studi più recenti confermano che, in Georgia, le attitudini predominanti verso i membri della comunità LGBT sono negative, e si affiancano a casi di violenza psicologica e fisica. Oltre il 90% dei georgiani preferirebbe avere dei vicini di casa o dei colleghi alcolisti piuttosto che omosessuali. Inoltre, sembra che le attitudini siano ancora più negative nei confronti di uomini gay, e che il livello di bifobia sia ancora più elevato del livello di omofobia – poiché i bisessuali avrebbero “un’identità fluida e instabile”. Infine, le donne gay sono particolarmente soggette ad aggressioni fisiche in quanto la loro omosessualità costituisce una “violazione” del ruolo di genere tradizionalmente assegnato alla donna, ovvero l’archetipo della “madre georgiana”.

“Tolleranza” alla georgiana

Oltre ad influenzare l’intera società georgiana, la Chiesa Ortodossa intrattiene un legame molto stretto con il potere politico: secondo Eka Chitanava, direttrice dell’Istituto georgiano per la tolleranza e la diversità, “nella Georgia post-sovietica la Chiesa ortodossa ha progressivamente assunto uno status dominante a causa di una politica statale che le ha assicurato sussidi e altri compensi materiali, a discapito delle altre confessioni presenti sul territorio. In questo modo è venuta a crearsi una relazione particolare: i politici “ingrassano” la Chiesa, e quest’ultima assicura ai politici la propria quota di legittimazione agli occhi dell’opinione pubblica”.

In questo modo, la Chiesa tollera e avalla le posizioni dei partiti politici e dei gruppi sociali più conservatori, tra cui gli ultra-nazionalisti georgiani, che basandosi sulla presunta difesa dell’identità culturale e religiosa georgiana promuovono delle istanze razziste, misogine e omofobe. Ancora a metà novembre, e nonostante l’arresto di sei membri del gruppo durante le manifestazioni “anti-K’ashia”, gli ultranazionalisti georgiani hanno promesso di continuare a marciare “contro la comunità LGBT e tutti coloro che la sostengono” e contro la “propaganda omosessuale”.

Fuori dal coro

Parte della società georgiana ha invece espresso il proprio sostegno a Guram K’ashia. Il suo gesto è stato apertamente appoggiato da altri giocatori della nazionale e da personalità di spicco della vita pubblica e politica del paese, tra cui il presidente georgiano Margvelashvili e il neo-eletto sindaco di Tbilisi, nonché ex-calciatore, Kaladze. Secondo l’ex presidente della Federazione calcistica georgiana, Zviad Sichinava, “K’ashia ha affermato che tutti gli esseri umani, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, fanno parte della nostra società e che la loro discriminazione è inammissibile”. Segno che anche in Georgia i tempi e il dibattito pubblico sui diritti LGBT stanno cambiando? La risposta non è univoca.

Nonostante i quotidiani episodi di discriminazione e violenza (più di 30 aggressioni rivolte a persone LGBT nel 2016), la Georgia è stata recentemente descritta come un “porto sicuro” per individui queer perseguitati altrove. Sebbene non ci siano numeri ufficiali, Ia Pozov del Ministero per i Rifugiati georgiano sostiene che negli ultimi tre anni almeno 20 persone hanno introdotto una richiesta d’asilo in Georgia dopo essere fuggiti da persecuzioni legate alla loro identità di genere. Le “opache” procedure d’asilo georgiane rendono però estremamente incerto il futuro di queste persone, provenienti per la maggior parte da altri paesi del Caucaso (come l’Azerbaigian) o dal Medio Oriente.

Le elezioni comunali tenutesi lo scorso ottobre a Tbilisi hanno inoltre visto per la prima volta la partecipazione di una candidata sindaco apertamente LGBTNino Bolkvadze del Partito Repubblicano, un’avvocatessa specializzata in casi di discriminazione. A vincere è stato però il candidato del Sogno Georgiano, partito di maggioranza parlamentare che ha da pochi mesi iscritto nella riformata Costituzione georgiana un chiaro divieto sulle unioni omosessuali.

Malgrado qualche apertura, il dibattito sulle tematiche LGBT in Georgia sembra ancora restare invischiato nel generale clima di intolleranza, e nelle incestuose dinamiche che regolano i rapporti tra la politica, la Chiesa ortodossa, e la società.

Foto: RFE/RL

GEORGIA: Sventato attentato al Patriarca. Complotto o messa in scena?

Negli ultimi giorni l’intera Georgia è stata scossa dalla notizia di un presunto attentato alla vita del Patriarca della Chiesa georgiana Ilia II, considerato l’uomo più influente e rispettato del paese, nonché figura simbolo dell’unità nazionale.

Ilia, 84 anni, a capo della Chiesa ortodossa georgiana dall’ormai lontano 1977, si trova attualmente a Berlino, in Germania, dove si è recato per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico, a causa delle sue precarie condizioni di salute. Nei giorni scorsi avrebbe dovuto ricevere la visita di una delegazione formata da alcuni membri di spicco della Chiesa, tra cui l’arciprete Giorgi Mamaladze, il quale però non è riuscito a partire per la Germania, venendo fermato all’aeroporto di Tbilisi. Durante un controllo la polizia di frontiera ha infatti rinvenuto all’interno del suo bagaglio del cianuro, veleno destinato, secondo le autorità, proprio a uccidere il Patriarca.

La scoperta non è però stata frutto del caso. Qualche giorno prima, la polizia georgiana aveva infatti ricevuto una segnalazione da parte di un misterioso informatore, conoscente di Mamaladze, il quale avrebbe dichiarato di essere stato contattato dall’arciprete per acquistare il veleno, convincendo le autorità ad aprire un’indagine. Ad aggravare la posizione di Mamaladze è stato poi il ritrovamento, nel corso di una perquisizione effettuata dalla polizia presso la sua abitazione, di un’arma da fuoco carica irregolarmente detenuta. Mamaladze, accusato di tentato omicidio, rischia ora dai 7 ai 15 anni di carcere, ma l’arciprete, nonostante tutti gli indizi che sembrerebbero condannarlo, ha però continuato a dichiararsi innocente.

Tra i primi a rivelare pubblicamente l’accaduto è stato, il 13 febbraio, il procuratore capo Irakli Shotadze, che ha spiegato come l’arciprete stesse partendo per la Germania con l’intento di “uccidere una figura di spicco del clero”, omettendo volontariamente il nome di Ilia II insieme ad altri dettagli del caso. La notizia, successivamente rimbalzata su tutti i media locali, ha provocato in poco tempo uno choc generale in tutta la Georgia, paese ritenuto tra i più religiosi al mondo, dove il Patriarca rappresenta la prima autorità politico-religiosa in termini di consenso popolare. Lo stesso primo ministro georgiano Giorgi Kvirikashvili ha ritenuto opportuno esprimersi sull’accaduto, definendolo “un attacco contro il paese e un infido complotto contro la Chiesa”.

Ma cosa si nasconde dietro al presunto attentato ai danni del Patriarca della Chiesa georgiana? Secondo l’arcivescovo Vsevolod Chaplin, figura di primo piano all’interno della Chiesa ortodossa russa, questa vicenda non sarebbe altro che il frutto di una cospirazione politica ordita da alcuni membri del clero, decisi ad aumentare il proprio potere all’interno della Chiesa georgiana, la quale è da tempo scossa da forti tensioni causate dalle numerose divisioni interne al Sinodo e dal problema della successione di Ilia.

Secondo l’arcivescovo metropolita Petre Tsaava invece, il presunto attentato al Patriarca potrebbe essere una messa in scena architettata da alcune figure di spicco all’interno della Chiesa, con l’obiettivo di coprire alcuni finanziamenti illeciti che lo stesso Mamaladze sarebbe stato in procinto di denunciare a Ilia, recandosi di persona Berlino. Ad avvalorare questa ipotesi vi sarebbe anche una lettera indirizzata al Patriarca recuperata dall’emittente televisiva Rustavi 2 (la cui autenticità non è però stata ancora confermata), in cui l’arciprete avrebbe lamentato alcune incongruenze riscontrate nell’analizzare le operazioni finanziarie della Chiesa.

Secondo Tsaava quindi, Mamaladze sarebbe stato incastrato proprio a causa del suo tentativo di fare luce su questa vicenda, in modo da essere messo definitivamente a tacere. Ad architettare questa messa in scena sarebbe stata Shorena Tetruashvili, potente segretaria del Patriarca, che il giorno dell’arresto di Mamaladze era insieme allo stesso arciprete, diretta anch’essa a Berlino. Tetruashvili, figura dal grande peso politico all’interno della Chiesa georgiana, è stata inoltre accusata da Tsaava di voler favorire una sorta di “governo ombra” all’interno della Chiesa stessa.

Nel frattempo, dopo aver superato la delicata operazione a cui è stato sottoposto, Ilia II ha rilasciato le prime dichiarazioni ufficiali riguardo al presunto complotto contro la sua persona, affermando di conoscere Mamaladze da diverso tempo e di aver sentito sempre e solo cose positive sul suo conto, ritenendo “strana e anormale” la sua implicazione in questa vicenda. Appena prima di tornare in Georgia, il Patriarca ha fatto sapere che farà il possibile per chiarire la situazione e provare a far tornare le cose alla normalità, confidando nell’unità del suo popolo e della sua Chiesa, la quale, dopo quest’ultimo fatto di cronaca, sembra però essere più che mai in discussione.

Perché la Chiesa georgiana ha disertato la visita del Papa?

Papa Francesco ha recentemente fatto ritorno in Italia dopo la seconda parte della sua missione pastorale nel Caucaso, che lo ha portato in Georgia e Azerbaigian. Una delle tappe principali del viaggio del Papa in Georgia è stata la visita alla cattedrale di Svetiskhoveli, a Mtskheta, centro spirituale della Chiesa ortodossa georgiana.

Qui il Papa, affiancato dal Patriarca della Chiesa ortodossa georgiana Ilia II, ha reso omaggio all’edicola di Santa Sidonia, seppellita secondo la tradizione insieme alla tunica di Gesù. Cogliendo l’occasione, Francesco ha voluto ricordare proprio il mito della sacra tunica, “indivisa e senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo”, affermando di provare dolore nel vedere divisioni tra i cristiani, definite “lacerazioni inferte alla carne del Signore”. Con queste parole il Papa ha voluto enfatizzare uno dei motivi principali del suo viaggio in Georgia, il riavvicinamento tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa georgiana; affermando che “le contrapposizioni possono essere sanate e gli ostacoli rimossi”, a patto che non si rinunci alle occasioni di dialogo e incontro.

La Chiesa georgiana è da sempre stata una delle chiese ortodosse più conservatrici e fiere della propria autonomia, al punto da avere relazioni complicate con la maggior parte delle altre chiese cristiane. Nel giugno scorso, ad esempio, la Chiesa georgiana è stata una delle quattro chiese ad aver dato forfait al concilio pan-ortodosso di Creta, organizzato dopo oltre un millennio dall’ultima volta. Sempre la Chiesa georgiana è stata l’unica tra le chiese ortodosse a prendere le distanze da un recente accordo teologico tra cattolici e ortodossi raggiunto a Chieti lo scorso settembre.

Gli ortodossi disertano la messa

Nel corso del suo secondo giorno in Georgia, il Papa ha celebrato la messa presso lo stadio Mikheil Meskhi di Tbilisi, evento al quale hanno preso parte anche diverse autorità politiche e alcune delegazioni della Chiesa armena e di quella assiro-caldea, compresa una delegazione non ufficiale della Chiesa ortodossa georgiana. Alla messa non ha presenziato il Patriarca Ilia II, nonostante l’incontro amichevole avuto con Francesco proprio il giorno precedente, nel corso del quale cui i due leader religiosi si sono anche scambiati un abbraccio fraterno. Ufficialmente il canone della Chiesa ortodossa georgiana non prevede la partecipazione di religiosi ad altre funzioni, il che spiega l’assenza del Patriarca, il quale attraverso un comunitcato ha inoltre invitato anche i laici a non prendere parte alla celebrazione, prendendo un po’ in contropiede il Pontefice, che si è ritrovato a celebrare la messa in uno stadio semivuoto, popolato solo da qualche migliaio di persone rappresentanti principalmente la piccola comunità cattolica locale, con l’eccezione di un piccolo gruppo di ortodossi che ha deciso di presentarsi comunque alla celebrazione.

La partecipazione di una delegazione della Chiesa ortodossa georgiana – seppur non ufficiale – alla messa celebrata da Francesco rappresenta comunque un passo avanti rispetto al precedente del 1999, quando Papa Giovanni Paolo II, in visita nel paese caucasico, celebrò la messa sempre davanti a uno sparuto gruppo di fedeli, ma questa volta senza alcuna partecipazione della comunità ortodossa, che anzi fece in modo di diffondere attraverso i media un messaggio secondo cui partecipare a quella messa sarebbe stato un “peccato mortale”, come ricordato su Twitter da padre Antonio Spadaro, direttore della rivista gesuita “La Civiltà Cattolica”.

Una porta nel deserto

Entrando nello stadio di Tbilisi, Papa Francesco ha simbolicamente attraversato la Porta Santa della Misericordia, fatta costruire dall’amministratore apostolico dei Latini nel Caucaso Giuseppe Pasotto e successivamente trasportata sul palco dello stadio Meskhi per la celebrazione della messa. Prima dell’arrivo del Papa la porta si trovava nel bel mezzo di un campo deserto a Rustavi, città industriale a pochi chilometri da Tbilisi, dove da diversi anni la piccola comunità cattolica locale aspetta il permesso di costruire un nuovo edificio religioso. Il terreno in questione è stato acquistato nel 2013 dalla Chiesa cattolica, ma da allora il sindaco di Rustavi non ha ancora firmato i documenti necessari a chiudere la pratica.

In segno di protesta, lo scorso dicembre Giuseppe Pasotto, in occasione del Giubileo della misericordia indetto da Papa Francesco, ha benedetto e aperto la Porta Santa, nell’attesa – e nella speranza – che diventi presto parte della Chiesa della Divina Misericordia. Nel frattempo la comunità cattolica ha intrapreso vie legali, riuscendo per ben due volte a far riconoscere dal tribunale di Rustavi il voluto rallentamento delle procedure da parte delle autorità. Pochi giorni dopo l’ultima sentenza del tribunale però, sul cancello d’ingresso al campo dove sorge la Porta Santa è comparsa una minacciosa scritta, “Juzepe Stop!!!”, che fa capire come l’espansione della comunità cattolica non sia accettata di buon grado da quella ortodossa.

La lotta al proselitismo

Uno dei principali motivi per cui la Chiesa cattolica non è benvista dalla maggioranza ortodossa del paese è legato ai timori di quest’ultima nei confronti del proselitismo romano. Questo spiega il distacco con cui venne accolto Papa Giovanni Paolo II nel 1999, così come fa capire perché le autorità ortodosse abbiano deciso di non autorizzare i propri fedeli a partecipare alla messa celebrata da Francesco, il quale nel giorno dell’arrivo nella capitale Tbilisi è stato contestato da un piccolo gruppo di ultra-conservatori, che hanno definito il Pontefice un “arci-eretico”.

Per cercare di superare questa diffidenza, nel corso dell’incontro con il clero a Tbilisi Francesco ha voluto mandare un messaggio di pace agli stessi ortodossi, affermando che “c’è un grosso peccato contro l’ecumenismo: il proselitismo. Mai si deve fare proselitismo contro gli ortodossi! Sono nostri fratelli e sorelle, discepoli di Gesù”. Per Papa Francesco, il riavvicinamento tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa georgiana passa soprattutto da questo punto; solo se le due comunità impareranno a dialogare e rispettarsi a vicenda potranno superare il muro di diffidenza che le separa.

GEORGIA: Approvata la legge anti-discriminazioni, contro il parere della Chiesa

Lo scorso 2 maggio il parlamento georgiano ha adottato ufficialmente la “legge sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione”, nata con l’obiettivo di combattere l’emarginazione di ogni tipo, fornendo protezione ai discriminati. Il nuovo emendamento, al quale il Ministero della Giustizia ha iniziato a lavorare dall’inizio del 2013, è stato approvato all’unanimità, in seguito alla terza e ultima lettura in Parlamento. Durante il processo di stesura della legge, la quale è stata trasmessa al Parlamento nel mese di marzo, il ministero ha consultato diverse ONG internazionali, oltre a rappresentanti di minoranze etniche e religiose, come anche dell’OSCE e delle Nazioni Unite.

Il nuovo emendamento appena approvato dà una definizione alla discriminazione e ne vieta l’atto, come viene affermato dal seguente articolo:

“La commissione di un reato per motivi di intolleranza basata su razza, identità, colore della pelle, lingua, sesso, orientamento sessuale e di genere, età, religione, opinione politica, disabilità, origine nazionale, etnica o sociale, condizione economica o luogo di residenza sono un fattore aggravante per tutti i reati che si occupano di questo codice.”

La legge è stata portata in parlamento anche grazie alla forte pressione esercitata dalla Commissione europea, che nell’ultimo periodo ha chiesto in maniera sempre più insistente al paese caucasico di adottare dei provvedimenti concreti contro la discriminazione, per allineare Tbilisi a standard sociali più “occidentali”, in modo da favorire il processo di avvicinamento della Georgia alla stessa Unione Europea.

Dopo il pieno consenso ricevuto dal parlamento, la nuova legge entrerà ufficialmente in vigore dopo che sarà firmata dal Presidente della Repubblica, Giorgi Margvelashvili.

Protesta la Chiesa ortodossa

A schierarsi in maniera critica nei confronti della nuova legge è stata la Chiesa georgiana, fortemente tradizionalista e conservatrice, e dunque da sempre poco aperta verso le “novità”, specie se imposte dall’Europa. Guidata dal Patriarca Ilia II, la Chiesa ha insistito a lungo per far rimuovere il termine di “orientamento sessuale e di genere” dall’articolo sopra elencato, arrivando addirittura ad organizzare manifestazioni di piazza a Tbilisi e a Kutaisi, sede da un paio di anni del nuovo Parlamento, e a minacciare possibili ritorsioni dal punto di vista politico in caso di mancata modifica del disegno di legge.

Inizialmente, con la nuova legge il governo di Tbilisi aveva intenzione di combattere ogni tipo di discriminazione su base razziale, etnica, religiosa e linguistica; ma non prevedeva l’omofobia come forma di discriminazione vietata ai sensi del codice penale. Questa aggiunta successiva, espressamente voluta da Bruxelles, ha causato i malumori della Chiesa ortodossa, che ha accusato l’Europa di voler legalizzare l’omosessualità nel paese in cambio dell’attuazione dell’Accordo di Associazione, la cui firma è prevista entro giugno.

La Chiesa georgiana, che può vantare da sempre una grande influenza nel paese, ritiene l’omosessualità “un grave peccato”, “un’illegalità”; per questo considera la nuova legge come una minaccia. Lo stesso patriarca Ilia II ha usato dure parole contro l’emendamento, affermando che “legalizzare l’illegalità è un peccato enorme” e che “non un singolo credente accetterà questa legge”. Nonostante le forti pressioni esercitate, alla fine il governo ha però respinto le richieste avanzate dal Patriarca, accusando la Chiesa di ostacolare il lavoro del Parlamento.

Da più parti dubbi sull’efficacia

I primi ad avere espresso dubbi riguardo all’effettiva efficacia della nuova legge sono state le principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani, le quali hanno denunciato la mancanza di meccanismi d’attuazione concreti così come la mancanza di sanzioni pecuniarie nei confronti dei trasgressori. Secondo queste organizzazioni, la nuova legge risulterebbe essere abbastanza inconsistente, in quanto allo stato attuale delle cose non garantirebbe una vera e propria tutela nei confronti dei discriminati; inoltre, fino a quando non saranno imposte sanzioni ai trasgressori, secondo le stesse organizzazioni la nuova legge non potrà essere considerata uno strumento di prevenzione valido ed efficace.

Nonostante abbiano votato all’unanimità a favore della legge, anche i parlamentari dello United National Movement, maggiore partito d’opposizione del paese, guidati da Davit Bakradze, delfino dell’ex presidente Saakashvili, hanno manifestato la loro perplessità riguardo all’efficacia della nuova legge approvata in Parlamento, unendosi alle critiche inizialmente mosse dalle organizzazioni a tutela dei diritti umani. Oltre ai dubbi espressi dai membri dello United National Movement, la legge è stata attaccata anche dalla due volte ex presidente ad interim del paese nonché ex presidente del Parlamento Nino Burjanadze, la quale, attualmente a capo di una coalizione politica extraparlamentare, ha deciso invece di condividere le critiche portate avanti dalla Chiesa georgiana riguardo alla questione dell’orientamento sessuale e di genere.

Foto: Vladimer Shioshvili

GEORGIA: La Chiesa, le libertà civili e il “cattivo esempio europeo”

In occasione del Natale ortodosso il Patriarca della Chiesa georgiana Ilia II, dalla Cattedrale della Santissima Trinità di Tbilisi riempita da migliaia di persone, nel suo messaggio ai fedeli ha voluto esprimersi riguardo ad alcuni dei temi più attuali e discussi che stanno mettendo alla prova la Chiesa negli ultimi tempi. Nell’epistola di Natale il Patriarca ha affrontato temi delicati come i matrimoni gay, le adozioni e l’inseminazione artificiale, per poi parlare dell’Europa cristiana e del rapporto che la lega alla Georgia.

Secondo il Patriarca, dall’Europa starebbero arrivando continue minacce nei confronti dell’istituzione della famiglia, come la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso o l’adozione di bambini da parte di coppie gay. Dopo avere definito questa situazione “deplorevole”, il Patriarca ha invece elogiato la famiglia tradizionale, composta dall’uomo “guardiano e capofamiglia” e dalla donna “responsabile della casa e della crescita dei figli”. Ilia II ha voluto criticare fortemente anche l’aborto e l’inseminazione artificiale, chiedendosi “come può una famiglia, dove un bambino è nato da una madre surrogata, essere felice?”, e avvertendo che un bambino venuto alla luce con tale metodo non può che essere destinato  a una vita priva di amore e quindi all’eterna solitudine.

Riguardo ai matrimoni gay e alle adozioni ha inoltre affermato che “tale legge distrugge completamente il senso del matrimonio, trasformando il bambino in un oggetto, che può essere posseduto da chiunque”. Il Patriarca ha poi dichiarato che queste categorie di persone sono mostrate come “rinomati rappresentanti dell’umanesimo”, posseggono privilegi e godono di pubblicità, che utilizzano per attaccare la Chiesa e i suoi valori. Secondo il Patriarca insomma, la democrazia non deve scadere in quella che definisce “immoralità”, affermando che c’è differenza tra la libertà di scelta intesa dal cristianesimo e quella intesa dagli “pseudo-liberali”.

Il Patriarca si è poi soffermato sul rapporto che la Chiesa georgiana intrattiene con l’Europa, dimostrando un’apertura “condizionata”. “La Georgia è parte dell’Europa, ma l’UE dovrebbe rispettare e considerare le tradizioni di ogni paese”, frase che può essere letta come: accettiamo il vostro aiuto, ma non diteci cosa dobbiamo fare. Il Patriarca ha voluto insistere su questo punto:

 “Con il suo sviluppo e la sua cultura, la Georgia fa parte dell’Europa cristiana, per questo motivo il nostro popolo ha concrete aspirazioni nei confronti dell’Europa. Ma riguardo a questo e agli altri problemi fondamentali dell’Unione Europea, il Parlamento Europeo dovrebbe prendere in considerazione le tradizioni e la mentalità di ogni singolo paese, e dare loro la possibilità di poter scegliere liberamente, per far sì che la popolazione locale possa connettersi con la moderna cultura europea.”

Dalle parole di Ilia II si capisce come l’ortodossa Georgia sia dunque disposta a dialogare con l’Europa cristiana, a patto però che quest’ultima non interferisca con i dettami della Chiesa georgiana, prima vera autorità del paese, e che non cerchi di “imporre” vincoli a Tbilisi, ad esempio per un futuro ingresso nell’UE (come la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, ipotesi scongiurata dall’ambasciatore dell’UE in Georgia Philip Dimitrov).

La Chiesa georgiana ha contribuito a creare la forte identità nazionale del paese caucasico preservandola nel corso degli anni dai numerosi tentativi di assimilazione, per questo vanta tutt’ora un grande numero di fedeli praticanti. La Chiesa in Georgia influenza inoltre l’intera società, una società fortemente conservatrice che vede nel proprio Patriarca una vera e propria divinità, oltre che guida spirituale e morale. Ciò che dice Ilia II è considerato legge, per queste ragioni argomenti come ad esempio l’omosessualità sono ancora tabù da queste parti, basti pensare all’ultima manifestazione per i diritti omosessuali che si è svolta lo scorso maggio a Tbilisi: i già pochi manifestanti presenti sono stati attaccati brutalmente da contro-dimostranti ortodossi (tra i quali erano presenti anche molti preti), obbligando la polizia ad intervenire per sedare la rissa.

L’Europa ha molte ambizioni nei confronti della Georgia, come hanno dimostrato gli accordi di Vilnius del novembre scorso, ma i piani di allargamento dell’UE dovranno tener conto della complessa realtà del paese caucasico, tradizionalista e conservatore. La Georgia ha bisogno dell’aiuto e del sostegno europeo, e per avvicinarsi all’UE ha fatto molti sacrifici negli ultimi anni, ma la Chiesa ortodossa georgiana non sembra essere però disposta a perdere le proprie tradizioni o a cambiare la propria mentalità per venire incontro a Bruxelles.

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Georgia

Negli ultimi anni le autorità georgiane, sempre desiderose di avvicinarsi all’Europa, hanno messo in marcia una serie di riforme al fine di recepire le indicazioni delle istituzioni europee in merito al rispetto dei diritti umani delle minoranze sessuali. Il nuovo codice del lavoro, approvato nel 2006, sanziona, per esempio, le discriminazioni omofobe sul luogo di lavoro. Recentemente, inoltre, il presidente della Georgia,Mikheil Saakashvili, ha promulgato una riforma del codice penale che introduce un’ aggravante che sanziona i crimini commessi per motivi di odio e in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere della vittima. Con questa riforma del codice penale, della quale ci siamo già occupati in dettaglio qui in East Journal, il governo dello stato transcaucasico ha recepito le raccomandazioni formulate in un rapporto della European Commission against Racism and Intolerance (Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa, ECRI), nel quale la ECRI esprimeva la sua “preoccupazione” per la situazione delle minoranze etniche e sessuali nel paese.

Grazie a queste importanti riforme la Georgia si é convertita negli ultimi anni nel paese “leader” in materia di diritti LGBT della regione. Ma, nonostante gli indubbi passi avanti compiuti dal governo georgiano, la situazione della comunità LGBT, pur migliore di quella dell’ Azerbaigian e dell’Armenia, resta lungi dall’essere soddisfacente. Il paese non riconosce nessun diritto alle coppie e famiglie LGBT, non ha mai ospitato un Pride e la comunità LGBT é vittima di violenze e discriminazioni. Nell’ultimo “Rainbow Index”, che é stato pubblicato recentemente dall’organizzazione ILGA-Europe, la Georgia ha ottenuto +1 punto (come la Lettonia), in una scala che va dai -4,5 punti di Russia e Moldavia ai +21 del Regno Unito.

Al momento la situazione legale delle persone LGBTQI é la seguente:

  • L’omosessualità é rimasta illegale durante tutto il periodo sovietico ed é stata legalizzata solo 12 anni fa, nel 2000.
  • l’ età del consenso é la stessa per i rapporti sessuali sia omosessuali che eterosessuali.
  • Le discriminazioni sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale sono sanzionate dal codice del lavoro
  • l’omofobia é riconociuta come un’aggravante nel codice penale
  • non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT.
  • l’adozione per le coppie o individui LGBT é illegale
  • sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere ma solo dopo la sterilizzazione obbligatoria e il divorzio
  • Il paese non ha mai ospitato una manifestazione per i diritti LGTB

Una società marcata da una forte omofobia sociale

L’elemento forse più marcante della realtà LGTB in questo paese é senza dubbio la presenza di un’omofobia sociale molto forte. Gli sforzi del governo si scontrano, in effetti, con l’ostilità di buona parte della popolazione. Un sondaggio realizzato l’anno scorso mostrava infatti che il 90% dei georgiani pensa che l’omosessualità “non é accettabile in nessun caso”. Un’ omofobia che, purtroppo, si traduce frequentemente in aggressioni e violenze (nel settembre del 2011, per esempio, tre turisti gay tedeschi furono selvaggiamente aggrediti e gettati in un fiume in un villaggio nella regione di Omalo, dopo essersi baciati in pubblico) e che pare addirittura stare aumentando negli ultimi anni. L”associazione di difesa dei diritti LGTB Identoba, per esempio, é stata costretta recentemente a abbandonare la sua sede a causa dei continui attacchi di cui era vittima da parte dei vicini. Si stanno anche moltiplicando i gruppi omofobi in lingua georgiana in Facebook (tra questi gruppi ce n’é uno, in particolare, i cui membri discutono su quale sia il miglior metodo per uccidere i gay).

La chiesa ortodossa.

L’ omofobia sociale é, come abbiamo detto, alimentata in molti casi dalle autorità religiose locali. Nel 2010 un falso rumore che annunciava la possibile tenuta di un Gay Pride a Tbilisi scatenò la reazione furibonda della chiesa ortodossa georgiana e dell’ opposizione che accusò il governo di “volere distruggere i valori georgiani“. Più recentemente, un piccolo partito clericale, il movimento Democratico-Cristiano, ha presentato in parlamento una proposta di riforma della costituzione che prevede che si proibiscano il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la cosiddetta “propaganda omosessuale” e che sia proibito a “persone immorali” di ricoprire funzioni ufficiali. La chiesa ortodossa é, inoltre, responsabile del grave attacco di cui sono stati vittima lo scorso maggio i partecipanti alla prima marcia dell’Orgoglio LGTB indetta dalle organizzazioni LGTB georgiane (su questo attacco si veda anche questo mio articolo, in Spagnolo).

Attacco al Pride di Tbilisi

Quest’anno il Movimento LGBT georgiano ha indetto il primo Pride nella storia del paese. La marcia si sarebbe dovuta tenere in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia (IDAHO), celebratasi lo scorso 17 Maggio. Purtroppo, però, il piccolo gruppo di manifestanti che vi prendevano parte é stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di fanatici cristiani guidati da religiosi ortodossi. La manifestazione doveva ricorrere le strade del centro di Tbilisi, ma gli ortodossi, tra cui si trovavano anche molti membri di una organizzazione chiamata “Unione dei genitori Ortodossi”, bloccarono il corteo insultando e minacciando i partecipanti. I religiosi ordinarono alle forze dell’ordine presenti di proibire il Pride e arrestarne i partecipanti e, quando i poliziotti cercarono di spiegare loro che non potevano bloccare l’evento, attaccarono brutalmente gli attivisti LGBT colpendoli selvaggiamente. Solo allora la polizia si decise a intervenire, arrestando indiscriminatamente i presenti, senza distinzione tra aggressori e aggrediti (infatti, dei 5 arrestati, 3 erano militanti del gruppo LGBT Identoba).

Odiare é facile. Amare richiede coraggio

Poco prima che si producesse questo attacco il difensore civico georgiano, Giorgi Tugushi, aveva reso noto un comunicato in occasione dell’ IDAHO. Nel comunicato Tugushi riconosceva le gravi discriminazioni di cui sono vittima le minoranze sessuali in Georgia e incoraggiava le istituzioni dello stato a promuovere una “cultura della tolleranza”. Tutto questo non fa che risaltare il coraggio e l’eroismo degli attivisti LGBT georgiani che, il giorno dopo dell’attacco degli ortodossi contro Pride, il 18 di Maggio, si sono riuniti davanti alla sede del parlamento per protestare contro lo discriminazioni di cui sono oggetto e rivendicare un pieno riconoscimento dei loro diritti. Uno dei cartelli che brandivano i manifestanti recitava: “Odiare é facile. Amare richiede coraggio“.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com