UCRAINA: Il “servo del popolo” vince ancora

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale con OBCT

Da KIEV – Dopo mesi di intensa campagna elettorale, si sono finalmente concluse domenica scorsa le elezioni politiche anticipate per la Verchovna Rada, il parlamento ucraino, che hanno rivelato un risultato atteso quanto inaspettato. Il partito del neo-presidente Volodymyr Zelenskyj “Il servo del popolo” (Sluha narodu) è riuscito a consolidare il proprio mandato conquistando il 43% dei voti. Una vittoria unica, che ha sorpreso per la conquista inaspettata della maggioranza assoluta di un solo partito – la prima in tutta la storia politica dell’Ucraina indipendente – ma che, allo stesso tempo, era prevedibile viste le condizioni che hanno favorito la squadra presidenziale.

Democrazia e poche sorprese

Secondo quanto riportato dalla presidente della Commissione elettorale centrale Tatjana Slipačuk, le elezioni si sono svolte in maniera democratica, senza particolari problemi. Solamente 27 seggi hanno aperto in ritardo a causa dell’organizzazione inefficiente delle commissioni, della compilazione impropria di alcuni documenti e timbratura delle schede. Ma non sono stati registrati violazioni o brogli rilevanti.

Il tasso di affluenza alle urne, sempre secondo i dati riportati dalla Commissione, è stato del 49,84%, rivelandosi uno dei più bassi nella storia delle elezioni ucraine. Non è necessario scavare in profondità per capirne le ragioni: le elezioni sono state anticipate da fine ottobre a luglio e si sono così svolte nel pieno delle vacanze estive; inoltre, il calo dell’attenzione pubblica nei confronti delle elezioni legislative rispetto alle presidenziali è sempre notevole. “Il servo del popolo” ha potuto, ovviamente, trarre vantaggio da questa situazione, riuscendo a creare un bel margine di distacco dai 5 partiti vincenti che sono riusciti a superare la barriera del 5%, necessaria per accedere ai 424 seggi parlamentari.

Nonostante gli avvertimenti di alcuni politici sul ritorno in massa dei partiti filorussi, solo quello capitanato da Viktor Medvedčuk “Piattaforma di opposizione-Per la vita” (Opozycijna platforma – Za Žyttja) è riuscito a conquistare dei seggi in parlamento, ottenendo un bel 13%, ovvero il secondo partito del paese con 103 seggi totali. Il merito va all’elettorato delle regioni a est del paese, dove è in corso una guerra tra Russia e Ucraina da ormai 5 anni.

I partiti “Solidarietà Europea” (Evropejs’ka Solidarnist’) e “Patria” (Bat’kyvščyna), rispettivamente dell’ex presidente Petro Porošenko e della pasionaria della rivoluzione arancione Julija Tymošenko, hanno superato a malapena l’8%, finendo in parità con 24 seggi ciascuno. Da notare che a favore dell’ex presidente ha votato la maggioranza dell’elettorato residente all’estero, il quale continua a sperare che l’Ucraina possa quanto prima entrare a far parte dell’UE e della NATO.

Infine, con il 5,84% e 20 seggi tondi tondi entra nella lista anche il nuovo partito della rockstar Svjatoslav Vakarčuk “Voce” (Holos), che ha riscosso un buon successo soprattutto all’ovest del paese, vincendo “in casa” (Leopoli è la città natale del cantante).

Come previsto, non sono invece riusciti a superare la soglia di sbarramento il blocco dell’estrema destra (SvobodaPravij SektorNatskorpus – 2,6%), il partito dell’ex primo ministro Volodymyr Groysman (2,4%) – dimessosi dal suo incarico il giorno seguente all’inaugurazione di Zelenskyj – il partito dei radicali di Oleh Ljaško (4%), l’ex capo dei servizi di sicurezza Ihor Smeško (3,8%) e Anatolij Hrytsenko (1%). Delusione prevedibile anche per Mikheil Saakashvili (0,46%), ex governatore della regione di Odessa ed ex presidente della Georgia unitosi in extremis alla corsa parlamentare dopo che il presidente gli ha restituito la cittadinanza ucraina lo scorso maggio.

Mentre alcuni analisti credono che il partito di Tymošenko e quello del candidato anti-establishment Vakarčuk possano collaborare con quello di Zelenskyj in vista di una coalizione, il destino di Porošenko sembra quello di far parte del blocco di opposizione. Un’opposizione che sarà probabilmente molto diversificata e multi-vettoriale. Da un lato, le forze filorusse guidate da Viktor Medvedčuk e Juriy Boyko e dall’altro le forze filoeuropee, che includeranno il partito “Solidarietà Europea” e, forse, anche “Patria” e “Voce” se a questi ultimi non viene offerta la possibilità di una cooperazione congiunta con “Il servo del popolo”. Ma, secondo gli analisti, avere un po ‘di gente “vecchia scuola” in parlamento non guasta poiché i legislatori esperti sanno già come legiferare, contrariamente ai nuovi arrivati.

Un trionfo storico

Per i servi del popolo, vincere con una maggioranza simile significa avere il coltello dalla parte del manico: formare una coalizione con altre forze politiche non è una necessità, visto che il presidente potrà contare su 253 seggi (i dati ufficiali e definitivi saranno pubblicati da parte della Commissione elettorale centrale entro i 15 giorni successivi alla data del voto).

Tuttavia, come fa notare Svyatoslav Juraš, uno dei futuri e più giovani deputati de “Il servo del popolo”, ci sarà bisogno di collaborare con gli altri partiti in quanto le riforme richiedono modifiche costituzionali che possono essere approvate solo dai due terzi del parlamento, ovvero con un minimo di 300 voti. Per i negoziati sulla formazione di una possibile coalizione, i deputati hanno un mese di tempo a partire dal giorno della prima riunione parlamentare e del giuramento, quindi entro il 9 ottobre 2019.

Nel frattempo, secondo quanto dichiarato dal capo di partito Dmytro Razumkov, la squadra dei servi del popolo si sta già consultando per decidere a chi assegnare la carica di primo ministro. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, a tal proposito, ha affermato di volere una “faccia nuova”, senza un passato politico, un economista professionista, una persona assolutamente indipendente che non sia mai stata né primo ministro, né un oratore o un leader di qualsiasi partito. Il capo dello stato ha anche aggiunto di non volere “vecchie facce” in un’eventuale futura coalizione: “Non vediamo una coalizione con nessuno del vecchio governo”. Le eventuali speranze, perciò, di Julija Tymošenko di tornare al timone sembrano vane.

Il presidente avrà bisogno dell’approvazione del parlamento per nominare il primo ministro, il ministro degli Affari Esteri e il ministro della Difesa. Successivamente, il neoeletto premier dovrà presentare alla Verchovna Rada le candidature per le posizioni dei capi degli altri ministeri. Quindi, al più tardi, il parlamento inizierà a lavorare a settembre e il governo a ottobre. Ma il presidente Zelenskyj e i rappresentanti del suo partito dichiarano di voler tenere la prima riunione ufficiale della Rada il 24 agosto, una data importante per il paese che commemora in questo giorno la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina dall’URSS del 1991.

Priorità e cambiamenti

A elezioni concluse, gli ucraini sembrano potersi ora godere il resto dell’estate senza comizi e propaganda elettorali che invadono le piazze delle loro città e sperare, invece, che si avverino e concretizzino quei cambiamenti di cui tanto si parla da mesi. Zelenskyj e i suoi servi del popolo non hanno più alcun motivo per temporeggiare oltre.

L’agenda del presidente è bella fitta e gli obiettivi da raggiungere non sono pochi. Le priorità sembrano concentrarsi sul rinnovamento del sistema politico (riforme sostanziali del sistema elettorale, abolizione dell’immunità parlamentare e legge per l’impeachment del presidente), sulla lotta alla corruzione e su come porre fine alla guerra nell’est del paese. Un traguardo, quest’ultimo, che non sembra essere molto prossimo: nonostante l’introduzione da parte del gruppo Ucraina-Russia-OSCE di un cessate il fuoco a partire da domenica scorsa e per un periodo indeterminato, le forze armate separatiste hanno già violato l’accordo ufficiale. La pace nel Donbass dovrà, nuovamente, aspettare.

 

Immagine: © Sergei Chuzavkov/Shutterstock

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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