UCRAINA: La vittoria di Zelensky, il “servo del popolo”

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da OBC Transeuropa

Non c’è stata nessuna sorpresa durante il secondo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina. Nonostante una campagna elettorale che, soprattutto nelle ultime tre settimane è stata caratterizzata da accuse e attacchi personali, e nonostante il tanto atteso dibattito tra i due candidati che si è trasformato in uno show allo stadio, a vincere con oltre 73% dei voti è stato l’ex comico, ormai politico, Volodymyr Zelensky. Il presidente uscente, Petro Porošenko, ha così incassato una bruciante sconfitta con soli 24.5% dei voti in suo favore. Un cambiamento radicale che porta con sé poche certezza.

Cosa ci dice il voto?

Anche se ci separano ancora alcune settimane dall’effettiva inaugurazione del nuovo presidente, momento in cui con molta probabilità sarà più chiara la sua squadra di governo, già oggi si possono fare alcune considerazioni.

Quella di domenica scorsa, infatti, è stata una sconfitta piuttosto clamorosa, anche se annunciata, per il presidente uscente. Il distacco tra i due candidati è il più ampio mai registrato in Ucraina e il peggior risultato per il candidato sconfitto al secondo turno. Quello che l’amministrazione presidenziale aveva definito come “la marionetta [dell’oligarca] Kolomoisky” o il “candidato del Cremlino” ha vinto in tutte le regioni del paese (tranne la Galizia), il primo ad esserci riuscito dal 1991.

Questo, con tutte le dovute cautele, conferma in buona misura i risultati del primo turno e dimostra come la società ucraina sia meno divisa al suo interno di quello che siamo soliti credere. Il voto di protesta intercettato da Zelensky, così, non rappresenta solo il rifiuto della maggioranza degli ucraini della politica in materia economica di Porošenko e del suo governo, ma anche della sua politica ultranazionalista in materia culturale, specialmente nell’ultima fase della campagna elettorale.

Il grande margine tra i due candidati potrebbe anche significare la fine della carriera politica di Porošenko, sulla scena dal lontano 1998. Anche se nella sua conferenza stampa dopo il voto il presidente uscente si è detto pronto a lottare per le prossime elezioni parlamentari e per la presidenza tra cinque anni, rimane difficile prevedere che la sua sia ancora una figura spendibile dal punto di vista politico. Non a caso in molti, soprattutto tra la classe dirigente a livello regionale, hanno già iniziato ad abbandonare la barca, cercando una nuova sistemazione e contatti nel campo del vincitore.

A Porošenko, comunque, va dato il merito di aver accettato la sconfitta e stemperato ogni possibile tensione quando il risultato finale era diventato palese.

I possibili scenari

Dopo la sorprendente vittoria, il futuro presidente dell’Ucraina ha ora davanti a sé il compito più difficile, quello di trasformare il voto di protesta in vera e propria legittimità politica.

Nonostante la presentazione ufficiale di alcuni nomi, tra cui spiccano l’ex Ministro delle finanze (2016-2018) Oleksandr Danylyuk e l’ex Ministro dello sviluppo economico e commercio (2014-2016) Aivaras Abromavičius, la sua squadra di governo deve ancora essere definita, soprattutto per quanto riguarda posti chiave come quelli del procuratore e delle gerarchie militari.

In cima alla sua lista, almeno secondo le recenti dichiarazioni, ci sarebbero alcune misure volte da una parte a promuovere l’uso dei referendum e della cosiddetta democrazia diretta, e dall’altra una serie di iniziative dirette all’abrogazione dell’immunità parlamentare e all’introduzione della legge sull’impeachment del presidente. Quanto possano essere efficaci queste mosse dal punto di vista politico, sarà il tempo a dirlo. Per ora si può solo constatare che tutti i progetti di Zelensky dovranno fare i conti con il parlamento dove il suo partito (nato in prossimità delle elezioni) non è rappresentato mentre quello del presidente uscente rimane in maggioranza.

Proprio il parlamento potrebbe essere il più grande ostacolo per Zelensky nei primi 6 mesi della sua presidenza. Le prossime elezioni politiche sono previste per fine ottobre e sembra impossibile si riesca a votare prima dati i tempi tecnici e i voti necessari per sciogliere la camera e indire elezioni anticipate. In una repubblica semipresidenziale come l’Ucraina, il parlamento non gioca solo un ruolo centrale nell’approvazione delle proposte presidenziali, ma anche nella nomina in posti chiave come, ad esempio, il procuratore generale. E se secondo un recente sondaggio per gli elettori le tre priorità di Zelensky nei primi 100 giorni di presidenza dovrebbero essere la riduzione delle spese comunali; l’abrogazione dell’immunità dei parlamentari, giudici e del presidente e una netta accelerazione nella lotta alla corruzione, sembra difficile che anche solo uno di questi traguardi possa essere raggiunto prima delle nuove elezioni parlamentari.

Le tante questioni aperte       

Un po’ come in politica interna, anche sul piano internazionale non tutte le carte sono nelle mani di Zelensky. Dopo aver a più riprese sottolineato la necessità di continuare a percorrere l’avvicinamento del paese all’Unione europea e alla NATO, il nuovo presidente dovrà ora rassicurare i partner occidentali presentando un programma concreto sulla direzione nella quale virerà il suo mandato soprattutto da un punto di vista economico. Gli investitori e capitali stranieri, lo sappiamo, non amano l’incertezza.

Il capitolo più complicato, però, rimane quello del conflitto in Donbass e dello status della Crimea. Anche se durante la campagna elettorale Zelensky ha promesso che la pace sarà la sua priorità, rimane difficile credere che ci possano essere progressi reali nei primi mesi del suo mandato. Da una parte Mosca non appare interessata a concedere vantaggi strategici al nuovo presidente. Le recenti sanzioni energetiche che bandiscono l’export di petrolio e carbone verso l’Ucraina sono un chiaro esempio.  Per il Cremlino l’instabilità interna in Ucraina rimane la miglior opzione possibile. Dall’altra, ogni tipo di apertura o concessione nei confronti del vicino rimane un rischio politico che difficilmente Zelensky potrà e vorrà correre prima delle elezioni parlamentari. Il ruolo di Francia e Germania, oltre ad un possibile coinvolgimento formale da parte degli Stati Uniti, rimarrà con ogni probabilità ancora centrale nel difficilissimo dialogo con Mosca.

Infine, sarà cruciale capire come il nuovo presidente riuscirà a gestire i suoi intricati rapporti con uno dei più potenti oligarchi del paese, Igor Kolomoisky. I due infatti rimangono partner in diverse società di produzione televisiva. Fuggito in Israele dopo che i rapporti con Petro Porošenko erano diventati piuttosto tesi a causa della nazionalizzazione di uno dei principali asset dell’oligarca, PrivatBank, si vocifera che proprio Kolomoisky sia il principale sponsor del nuovo presidente. L’immagine di Zelensky e la sua capacità di trasformare il 73% dei voti in vero capitale politico dipenderà anche dal trattamento che il nuovo presidente riserverà ai principali oligarchi del paese e, prima di tutto, il suo partner Igor Kolomoisky. Un compito che sembra piuttosto difficile, ma, dopo il voto di domenica, per Zelensky è giunta l’ora di passare dalle parole ai fatti, dismettendo definitivamente i panni di comico.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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