BOSNIA: Gorazde, l’enclave che non cadde

La guerra in Bosnia era iniziata da poco quando, nel maggio 1992, l’esercito jugoslavo e le milizie serbo-bosniache dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) posero l’assedio alla città di Goražde, sull’alto corso della Drina.  Eppure, a differenza di Visegrad, Zepa e Srebrenica, dove poi si consumò il genocidio, Goražde non cadde. Fu anche grazie ai 350 peacekeeper ONU gallesi, che a differenza degli olandesi a Srebrenica e degli ucraini a Žepa non ebbero remore a rispondere al fuoco per evitare la caduta della città nelle mani delle milizie serbo-bosniache.

Goražde era una delle sei enclavi della Bosnia orientale, insieme a Srebrenica e Žepa, circondata dalle forze serbe, che dalle alture bombardavano la città, abitata per due terzi da bosniaci musulmani e difesa da due brigate dell’esercito bosniaco. L’ONU la dichiarò “zona sicura” (safe area) un anno dopo, nell’aprile 1993, per proteggerne la popolazione civile. Le forze serbe cercarono di occuparla di nuovo con un’offensiva nella primavera 1994, ma accettarono poi di ritirare tank e artiglieria dietro minaccia di bombardamenti aerei da parte della NATO.

Come ricorda uno dei comandanti dei peacekeeper gallesi, citato da Danny Danziger,

Gorazde era in cattivo stato. La maggior parte degli edifici era stata rasa al suolo durante la pulizia etnica e i pochi rimasti erano pieni di fori di pallottole. Non rimaneva praticamente alcuno vetro intatto alle finestre, non c’era elettricità e le scuole dovevano spesso tenere chiuso perché i cecchini serbi sparavano sui bambini musulmani all’entrata di scuola. Poiché pressoché tutti gli uomini erano stati uccisi, la città era composta di donne e bambini, terrorizzati per la propria vita. La maggioranza era malata. Vivevano con magre razioni e apparivano malnutriti, con le guance gialle e incavate. Francamente ci si sentiva come ad Auschwitz, sulla soglia dell’Olocausto […]

Una settimana dopo, chiedemmo al preside di riaprire la scuola. Con riluttanza, acconsentì. Passammo la notte nelle postazioni, con mitragliatrici calibro 50 e fucili di precisione. All’alba, con la nebbia che ancora copriva il fondovalle, i bambini iniziarono ad andare a scuola, e in quel momento iniziarono gli spari dei cecchini. Rispondemmo con una scarica pesantissima, distruggendo le loro postazioni, uccidendone una decina. Qualche ora dopo, quando la nebbia si sollevò, potemmo vedere i serbi che caricavano i corpi dei soldati sui muli. Da allora la scuola rimase aperta, e ogni tiro di cecchino trovò risposta, come chiaro messaggio.

Il 28 maggio 1995 l’esercito serbo-bosniaco ignorò l’ultimatum e attaccò la città, certi che le forze di interposizione ONU non avrebbero opposto resistenza. Ma i fucilieri gallesi, seppur in inferiorità numerica e di armamenti,  decisero invece di rispondere al fuoco e tenere le postazioni di osservazione sulle alture sopra la città, permettendo ai rinforzi dell’esercito governativo bosniaco di arrivare e prendere le difese della città.

I fucilieri gallesi si ritrovarono in mezzo, tra le due linee del fronte. Come ricordava per la BBC nel 2002, il sergente Peter Humphreys e i suoi uomini sorpresero e disarmarono vari soldati serbi nelle loro trincee, dopodichè per far ritorno dietro le linee bosniache dovettero attraversare un campo minato. “Lo liberai correndo attraverso il campo, con i miei uomini dietro che seguivano le mie orme.”  Per le sue azioni, Humphreys divenne il secondo soldato britannico a ricevere la Conspicuous Gallantry Cross.

Dall’altra parte, il caporale David Vaatstra aveva l’ordine di tenere il posto d’osservazione di Biserna, una collina che permetteva di dominare – e bombardare – tutta la città. I soldati governativi si avvicinavano per prendere il controllo, ma erano sotto tiro delle forze serbe sulle alture. I soldati gallesi difesero la posizione finché l’esercito bosniaco non prese posto, per poi scendere di nuovo in città lungo il fianco della collina.

Otto soldati gallesi furono presi in ostaggio dai serbi durante le due ore della battaglia, ma l’obiettivo strategico fu raggiunto: l’esercito di Sarajevo difese la città per tutto il mese di giugno, finché i serbo-bosniaci decisero di abbandonare l’attacco per portare rinforzo invece alle forze che avrebbero presto occupato Srebrenica e Žepa.

“La difesa di Goražde diede un nuovo significato al termine peacekeeping“, come scrive Richard Connaughton. “La nostra non fu una condotta imparziale, ma moralmente non avevamo scelta. Fu questa battaglia che salvò Gorazde dallo stesso destino di Srebrenica”, ricorda il capitano Jonathan Riley nello stesso libro.

  • Consigli di lettura: sulla vita quotidiana a Goražde durante la guerra in Bosnia potete leggere la graphic novel del giornalista canadese Joe Sacco, “Goražde Area Protetta“, pubblicata in italiano da Mondadori nel 2006. 

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