RUSSIA: La repressione contro lo storico del Gulag e la guerra per la memoria

DA MOSCA – Lo scorso 28 maggio, la sala conferenze del Centro Sakharov di Mosca era troppo piccola per contenere tutti i partecipanti della serata organizzata in sostegno a Jurij Dmitriev, storico specializzato nelle repressioni di epoca staliniana, difensore dei diritti umani, direttore dell’Associazione Memorial nella regione russa della Carelia, prigioniero politico. C’era chi è rimasto in piedi per oltre due ore, chi (come la sottoscritta) era seduto per terra, chi non era riuscito a entrare e sbirciava dalla finestra. Sul palco allestito per l’occasione si sono susseguite importanti personalità della scena culturale russa: tra questi, il dissidente e bardo Julij Kim, il musicista Andrej Makarevič, l’attrice Lia Akhedjakova, la scrittrice Ljudmila Ulickaja. Tutti con un solo messaggio: “libertà per Jurij Dmitriev”.

Fuori dalle mura del Centro Sakharov c’erano anche tre individui che domandavano invece “la pena di morte per i pedofili”. Di pedofilia nei confronti della figlia adottiva è infatti accusato Jurij Dmitriev, nonostante le perizie lo neghino e la sua vicenda presenti tutte le caratteristiche di un ennesimo caso costruito ad hoc per infamare chi è determinato a rendere giustizia alle vittime del Grande Terrore una pagina di storia che le autorità russe cercano da tempo di riscrivere. Ma andiamo per ordine.

Chi è Jurij Dmitriev?

Della sua figura, del suo lavoro e delle accuse che l’hanno coinvolto e che rischiano di costargli una condanna a 20 anni di carcere si è parlato poco in Italia. Classe 1956, Jurij Dmitriev nasce a Petrozavodsk in Carelia – una regione nel nord-ovest della Russia, al confine con la Finlandia. La Carelia è una regione di laghi, paludi e foreste. Proprio nelle foreste della Carelia Jurij Dmitriev ha condotto per decenni le sue ricerche, con la missione di identificare i luoghi delle fucilazioni compiute negli anni del Grande Terrore, riportando alla luce i resti e i nomi delle vittime delle repressioni staliniane.

Dmitriev è noto per aver scoperto due siti, quelli di Sandarmokh e di Krasnyj Bor: si tratta due fosse comuni contenenti i resti di migliaia di vittime di esecuzioni di massa avvenute tra il 1937 e il 1938. Oltre 9500 persone, di 50 diverse nazionalità, furono giustiziate in quei luoghi. Molte delle vittime venivano dal famigerato lager delle vicine Isole Solovki. Insieme a Veniamin Ioffe e Irina Flige, membri dell’Associazione Memorial di San Pietroburgo, il 1 luglio 1997 Dmitriev riuscì a ritrovare il luogo esatto delle esecuzioni. Grazie alle sue ricerche, furono resi noti i nomi e il destino di migliaia di persone lì sepolte. Dal 1998, Sandarmokh e Krasnyj Bor sono diventati dei veri e propri luoghi della memoria, dove ogni 5 agosto si commemorano le vittime delle repressioni

Praticamente da solo, Jurij Dmitriev ha inoltre lavorato per 9 anni alla stesura di un Libro della Memoria, che contiene i nomi di 64.000 cittadini e cittadine sovietiche che furono deportati in Carelia da diverse parti dell’URSS. Molti erano prigionieri politici inviati a “costruire il socialismo”: tra il 1931-33, questi lavorarono alla prima “grande opera” sovietica costruita sfruttando i detenuti del GULAG – il Canale Mar Bianco-Mar Baltico, che all’epoca portava il nome di Stalin. Migliaia di persone morirono durante i lavori a causa della fatica e delle condizioni estreme a cui erano esposti. Ci si rende conto dell’importanza del lavoro di Dmitriev quando si pensa che al giorno d’oggi un terzo degli abitanti della Carelia sarebbe costituito dai discendenti di quei deportati, che venivano dall’Ucraina, dagli Urali, dalla Bielorussia, dall’Azerbaigian e dall’Estremo Oriente russo.

Le accuse

Alla fine del 2016, prima di riuscire a pubblicare il Libro della Memoria, Jurij Dmitriev subisce un primo arresto. Le accuse – rivelatesi poi infondate – sono di pedo-pornografia, legate ad una serie di foto della figlia adottiva ritrovate sul suo computer. Dopo un periodo di detenzione, seguito da una messa in libertà vigilata, Dmitriev viene assolto dal tribunale di Petrozavodsk nell’aprile 2018. Eppure, a giugno la decisione viene inaspettatamente annullata dalla Procura e lo storico nuovamente arrestato – questa volta con accuse aggravate che includono la pedofilia, sempre nei confronti della figlia adottiva. Da allora Dmitriev, che ha 63 anni, si trova nel centro di detenzione di Petrozavodsk e rischia una condanna fino a 20 anni di carcere. Il suo avvocato, Viktor Anufriev, ha denunciato le pressioni esercitate su Dmitriev da parte dei suoi compagni di cella, che hanno ripetutamente cercato di obbligarlo a firmare una confessione. 

Quello di Jurij Dmitriev non è un caso isolato. Solo una settimana fa Sergej Koltyrin, un altro storico specialista degli anni del Terrore, amico di Dmitriev, è stato condannato da un tribunale della Carelia a 9 anni di carcere. I capi di accusa sono gli stessi, ed è chiaro il motivo: le accuse di pedofilia permettono di screditare la reputazione degli storici agli occhi dell’opinione pubblica, distogliendo l’attenzione dalle ragioni politiche del loro arresto. Inoltre, queste fanno sì che i processi possano svolgersi a porte chiuse, visto il coinvolgimento di un minore.

La guerra per la memoria

Il caso che coinvolge Jurij Dmitriev è emblematico di quello che è forse il più cruciale processo sociopolitico in atto nella Russia contemporanea: la riscrittura del passato sovietico, e in particolare dell’era staliniana. Una riscrittura che da anni è veicolata dalla retorica ufficiale del presidente Vladimir Putin, ma che passa anche attraverso l’arte (sempre più controllata) e l’educazione (sempre più ideologizzata). Il tutto volto a ricreare un passato sovietico eroico e felice, e l’immagine di Josif Stalin come di un grande leader che ha elevato l’URSS (si legga, la Russia) al calibro di potenza mondiale (e morale) con la Vittoria sul nazi-fascismo. 

Una riscrittura che serve a non dover fare i conti con dei crimini di cui i russi sono stati allo stesso tempo vittime e carnefici: come scrive Vincenzo Medde, non avendo nessun Altro su cui scaricare la responsabilità per il passato, si cerca la via dell’auto-assoluzione. Al posto di una riflessione critica e condivisa sul lascito dell’epoca sovietica, si è messo in moto un processo inverso – che potremmo definire di ri-stalinizzazione. Come dimostrano i sondaggi, il 47% dei giovani russi tra i 18 e i 24 anni dichiara non conoscere la storia delle repressioni, mentre la popolarità di Stalin cresce di anno in anno.

Un processo che, come ha messo in guardia il filologo Nikolaj Epplée, intervenuto al Centro Sakharov di Mosca, ha due gravi conseguenze: in primo luogo, esso impedisce il compimento della transizione dalla dittatura alla democrazia, rendendo quindi possibile un ritorno al totalitarismo. Inoltre, esso ostacola il superamento del trauma storico vissuto dal popolo russo e la riconciliazione della società che, lasciata nell’ignoranza, risulta facilmente manipolabile. 

Parlare dei crimini e delle repressioni staliniane diventa quindi non solo “anti-patriottico”, ma anche scomodo per la narrazione ufficiale. La riscrittura della storia non può compiersi senza la persecuzione di chi con il proprio lavoro cerca invece di restituire la verità, di proteggere la memoria di quei crimini e di dare giustizia alle innumerevoli vittime rimaste anonime. Per questo, organizzazioni come Memorial vengono dichiarate agenti stranieri, figure “pericolose” come quella di Jurij Dmitriev messe a tacere, il loro lavoro screditato e invalidato.

Nell’agosto 2018, la Società Storico-Militare Russa – un’organizzazione stabilita nel 2012 tramite decreto presidenziale, per volere del ministro della cultura Vladimir Medinskij e del politico Dmitrij Rogozin – ha ricevuto l’autorizzazione di effettuare dei nuovi scavi a Sandarmokh. Lo scopo sarebbe quello di dimostrare che i resti lì sepolti non appartengono alle vittime delle repressioni staliniane, bensì ai soldati dell’Armata sovietica, uccisi dai finlandesi che li avevano fatti prigionieri di guerra.

Lettere da Petrozavodsk

Proponiamo qui sotto la traduzione di alcuni estratti delle lettere scritte da Jurij Dmitriev nel centro di detenzione di Petrozavodsk, che sono state lette dalla figlia Ekaterina Klodt nel corso della serata tenutasi lo scorso 28 maggio al Centro Sakharov di Mosca.

***

Buongiorno,
Finalmente è giunto il momento (faccio il possibile, mia cara) di scriverle una lettera. Grazie per l’attenzione e per i saluti. Le lettere mi aiutano ad alleggerire i sospiri cupi e pesanti dei nostri tempi difficili. In particolare, mi rendono felice le piccole cose quotidiane: la visita ad una mostra, ad un concerto, ad una presentazione. Così ho qualcosa da ricordare, o da confrontare con le sue descrizioni. A volte ho l’impressione di esserci stato io stesso. […]

Qualche parola su di me: mi preparo al processo giudiziario. Sono un po’ limitato negli spostamenti, poiché mi trovo in un centro di detenzione. Penso ai capitoli di un nuovo libro. Credo che questa esperienza mi tornerà utile. Gli stessi muri, le stesse celle, le stesse porte con gli spioncini. Per qualcuno è semplicemente una passeggiata in corridoio, per me è forse un viaggio nel tempo. Posso fare qualche parallelo: la stessa separazione dalla famiglia, le stesse accuse assurde e spropositate, le stesse sofferenze. […] Non so quale strada mi sia predestinata. Forse lo saprò domani? Saprò chi sono e come devo comportarmi. Fino ad oggi, pensavo che la mia missione in quanto cristiano fosse di restituire la memoria di quelle persone sepolte senza nome. Ma ora, forse la mia funzione è quella di essere un anello della catena tra uomini che finora non sospettavano dell’esistenza l’uno dell’altro. Più probabilmente, un anello mancante. […]

Qui cerco di far conoscere ai miei compagni di cella le basi della nostra storia. Più precisamente, delle politiche repressive dello stato sovietico. Il 30 ottobre ho tenuto una breve conferenza per i miei compagni di cella in onore della Giornata dei prigionieri politici [1]. La maggior parte della conferenza l’ho dedicata al racconto dei detenuti della mia prigione [2]. Ho parlato di come venivano arrestati, di come venivano condotte le inchieste riguardanti i loro casi, di quanto in fretta e spietatamente si svolgeva il loro “processo”. […] Ho parlato della memoria popolare. Mettiamola così: la conferenza è stata ascoltata e compresa con la dovuta attenzione. Se in libertà questi ragazzi non hanno avuto tempo, allora daremo loro un’istruzione durante la prigionia. […]

Per mia vergogna, non ricordo i testi di molte canzoni e poesie dei lager. Sarebbe bello se potesse mandarmeli per lettera. […] Magari così riusciremo a mettere insieme una piccola “Antologia delle canzoni della prigionia” (da qualche parte a casa avevamo una raccolta con questo titolo). Mi sono molto care le poesie dei prigionieri delle isole Solovki. Ne ho letta qualcuna nel libro “Le isole Solovki”, qualcun’altra nel libro di Jurij Brodskij (mio caro amico) [3]. Sono dei versi magnifici. Chiudo gli occhi e cerco di immaginare quale luogo concreto sull’isola che amo tanto si addica a questi versi. Mi sembra di essere di nuovo lì. Tra l’altro, sulle isole Solovki ho ancora due lavori da finire: trovare il luogo delle fucilazioni dei detenuti della terza fase [4], e il collocamento del luogo di sepoltura sull’eremo di San Sabbazio [5]. […]

Alle isole Solovki, ai loro abitanti, mando i miei più sinceri saluti. E anche agli amici e ai colleghi. Su questa nota emotiva, smetto di scrivere. Presto scatterà il segnale. Devo anche fare in tempo a pregare.

Un caro saluto,
Jurij Dmitriev
Centro di detenzione 1 – città di Petrozavodsk

***

[1] East Journal ne ha scritto qui.

[2] Negli anni ’30, il centro di detenzione 1 di Petrozavodsk, in cui si trova ora Dmitriev, era una prigione. I prigionieri politici vi venivano rinchiusi prima di essere inviati alla fucilazione.

[3] Si tratta del libro “Solovki. 20 let osobogo naznačenija” (2002).

[4] Tra l’autunno del 1937 e l’inverno del 1938, in tre fasi, furono giustiziati in massa 1825 prigionieri del lager sulle isole Solovki.

[5] Si suppone che l’eremo di San Sabbazio sia il luogo in cui si svolse la prima esecuzione di massa dei prigionieri.

Immagine: pietra commemorativa a Sandarmokh (RFE/RL)

Chi è Laura Luciani

Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell'URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E' dottoranda in Scienze Politiche presso la Ghent University (Belgio). Marchigiana di nascita, brussellese d'adozione, ha trascorso vari periodi di studio, ricerca e lavoro "a est" - tra cui un programma di mobilità studentesca all'Università statale di Mosca MGU, un soggiorno di ricerca in Lettonia e uno SVE a Tbilisi. Per East Journal scrive di Caucaso, Baltico e Russia.

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