STORIA: L’URSS e il movimento operaio britannico nei primi anni ’20

Nel decennio che seguì la fine del primo conflitto mondiale una stagione di lotte operaie fece tremare le fondamenta del sistema politico liberale del vecchio continente. Il timore di una rivoluzione comunista che avesse seguito le orme del bolscevismo russo rappresentava un problema reale per le maggiori potenze europee. Un timore, quello dell’impeto rivoluzionario delle masse, che assunse forme concrete durante la rivolta spartachista (1919) in Germania  e il biennio rosso (1919-1920) in Italia, esperienze rivoluzionarie soffocate nel sangue dalle forze reazionarie dei moderati e delle destre.

A rafforzare le paure di una rivoluzione in grado di spazzare via l’Europa liberale fu, nel dicembre del 1922, la nascita del primo stato socialista della storia: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Le condizioni economiche e la qualità della vita di molti operai europei non lasciavano spazio al dubbio: la forza lavoro che popolava le fabbriche di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna costituiva un esercito di proporzioni titaniche in grado di mettere in serio pericolo i rapporti di produzione e le strutture liberali delle democrazie occidentali europee.

Tra le potenze sopra citate, la Gran Bretagna, malgrado la poderosa crescita economica degli Stati Uniti nel dopoguerra, rimaneva uno degli altari del sistema capitalista nonché la patria di un proletariato tra i più numerosi al mondo. La società britannica conteneva quindi un’enorme sacca di tensioni e conflitti sociali su cui l’URSS avrebbe potuto fare leva per una possibile svolta rivoluzionaria. Eppure, questa svolta, che sarebbe stata in grado di cambiare profondamente l’assetto politico e i destini dell’Europa, non si concretizzò.

Quali furono le cause di questa “occasione perduta”?

Alla radice della mancata convergenza tra l’URSS e gli operai anglosassoni ci fu la tendenza di queste masse proletarie a non riconoscersi nei principi del bolscevismo, preferendo a quest’ultimo il socialismo democratico del Partito Laburista e del Fabianismo, movimento che ipotizzava un graduale arrivo al socialismo, senza passare per il sacrificio di sangue richiesto dalla lotta di classe.

Nonostante le divergenze ideologiche, durante la prima fase del dopoguerra la base del Partito Laburista dimostrò un elevato grado di solidarietà nei confronti dei bolscevichi. Parallelamente, aumentò l’apprezzamento degli operai per il Partito Comunista di Gran Bretagna (CPGB), specialmente tra i minatori del Nord Inghilterra e del Galles (nelle elezioni del 1922 il CPGB ottenne due seggi).

1924, il primo governo laburista e la crescita della sinistra nei sindacati

Quando, nel gennaio del 1924, i laburisti riuscirono a formare il loro primo governo, i tempi erano maturi per la costruzione di relazioni più amichevoli con il governo sovietico. Il primo passo verso la normalizzazione dei rapporti avvenne il 1° febbraio del ’24, con il riconoscimento formale dell’URSS da parte del Regno Unito.

Protagonisti indiscussi di questa nuova stagione di relazioni anglo-sovietiche furono, insieme al governo laburista, i vertici della Federazione sindacale unitaria (TUC). Fu infatti durante la prima metà degli anni ’20 che l’ala sinistra dei sindacati anglosassoni si fece spazio tra i moderati e i liberali presenti nell’organizzazione.

I rapporti sindacali anglo-sovietici e le aspirazioni rivoluzionarie del Comintern

La crescita della sinistra all’interno del TUC attirò l’attenzione di due organismi internazionali appartenenti all’Universo comunista, il Comintern (Terza Internazionale) e il Profintern, l’Internazionale sindacale comunista (nata nel 1921 in opposizione all’Internazionale di Amsterdam, l’IFTU). Per Grigorij E. Zinov’ev, presidente del Comintern, la sviluppo esponenziale della sinistra rappresentava un chiaro indizio del logoramento del sistema capitalista nel Regno Unito.

Supportato dai vertici del Profintern e da Michail P. Tomskij, segretario dei sindacati ufficiali (VCSPS), il rivoluzionario sovietico espresse la necessità, durante il V Congresso del Comintern, di approfittare della situazione favorevole che si era creata, intensificando i contatti con i nuclei più radicali dei sindacati britannici. Secondo Zinov’ev, la crisi del capitalismo aveva raggiunto una fase avanzata in Gran Bretagna. Bisognava agire.

Seguendo questa linea, nel settembre del 1924 una numerosa delegazione capeggiata da Tomskij partecipò al congresso annuale del TUC, ricevendo un caldo benvenuto. Durante l’incontro i sindacalisti sovietici, forti dell’appoggio del Comintern, spinsero per la creazione di un comitato congiunto che agisse come fronte anglo-sovietico nella lotta internazionale contro il capitalismo. Il comitato verrà fondato solo nell’aprile del 1925, e prenderà il nome di Consiglio Consultivo Anglo-Russo (in inglese: ARJAC). Tomskij ne parlerà in termini entusiastici, definendolo il “nucleo di una nuova Internazionale”.

Il declino dell’ala sinistra dei sindacati e le resistenze della diplomazia sovietica

L’opera di avvicinamento del Comintern e dei sindacati sovietici verso il movimento sindacale britannico venne però frenata da tre fattori: le resistenze della diplomazia sovietica, la fine del governo laburista (che nel novembre del 1924 lasciò spazio al ritorno dei conservatori) e la vittoria schiacciante dei moderati al Consiglio Generale del TUC nel ‘25.

Se Zinov’ev e Tomskij vedevano nello sviluppo delle relazioni sindacali uno strumento chiave per realizzare la futura rivoluzione globale, la diplomazia di Mosca, incarnata nel Narkomindel (Commissariato del popolo per gli affari internazionali) rimaneva legata alla necessità di stabilire buoni rapporti con il Regno Unito e alla volontà di garantire la sicurezza interna del neonato stato sovietico. Dopo la caduta del governo laburista e il declino della sinistra radicale all’interno del movimento sindacale anglosassone, le aspirazioni del Comintern di fomentare la lotta di classe dovettero fare i conti con una realtà poco favorevole all’avvio di un’azione rivoluzionaria.

Il socialismo in un solo paese e la fine delle aspirazioni rivoluzionarie

A limitare ulteriormente il progetto di Zinov’ev fu, nel dicembre del ‘25, il XIV Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), che stabilì l’applicazione della tesi stalinista del “socialismo in un solo paese”, secondo cui la rivoluzione mondiale doveva identificarsi primariamente con la salvaguardia dell’Unione Sovietica, a differenza della tesi della “rivoluzione permanente” che Lev Trotskij stava elaborando.

Pur riconoscendo l’importanza di costruire rapporti fraterni con il proletariato britannico attraverso le relazioni sindacali, l’élite sovietica, agli albori dell’epoca stalinista, intravedeva in questi rapporti un serio limite per la stabilità e la sicurezza interna dello stato. I sindacati britannici rimanevano un attore fondamentale per contenere i conservatori e per esercitare pressione sui governi nazionali, ma la loro forza propulsiva doveva limitarsi a queste due funzioni interne, senza sconfinare, per il momento, sul campo internazionale.

Questa impostazione entrerà profondamente in crisi nel maggio del 1926, quando uno sciopero generale dei minatori anglosassoni mischierà le carte in tavola, mettendo a dura prova il pragmatismo stalinista e dando nuovo slancio all’idea di una rivoluzione globale…

Foto: sovietvisuals


Il focus del secondo articolo è sullo sciopero generale del 1926.

Chi è Stefano Cacciotti

Nato a Colleferro (RM) nel 1991. Laureato in Sociologia e in Interdisciplinary research and studies on Eastern Europe. Ha vissuto a Varsavia (2013) e a Budapest (2016), dove ha approfondito i suoi studi sulla storia contemporanea di Polonia e Ungheria. Attualmente frequenta il Master di II livello in "Comunicazione Storica, Televisione e Multimedialità" dell’Università di Roma Tre.

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